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Religione e società

Verso una visione umanistica della libertà religiosa

Dr Khaled Abd ar-Ra''ûf al-Jaber

Il nostro parlare è esposto al rischio dell'ambiguità nella misura in cui non riusciremo a superare gli ostacoli che ci separano; questo perché esso parte al fondo da un insieme di verità (?) che ciascuno di noi assume dalla propria esistenza storica e dalla propria proiezione verso il futuro. Se le cose stanno in questi termini, parlare di verità resterà - in una misura così grande da essere forse sostanziale - colorato delle tinte che ci colorano: useremo queste verità come maschere dietro cui nasconderci nella speranza che possano gettare un ponte sopra l'abisso di paura che abitiamo, desiderando prima di tutto sopravvivere, e poi conservare alcune acquisizioni storiche; certo anche realizzare un certo tipo di avvicinamento tra noi, tuttavia un avvicinamento che coincide per ciascuno di noi con il desiderio di far avvicinare gli altri alle verità in cui alla fin fine crediamo.

 

Riconosciamo prima di tutto che i dialoghi che il secolo ventesimo ha visto svolgersi tra le due religioni, cristiana e musulmana, o per essere più precisi tra i seguaci di queste due religioni, non hanno conseguito risultati concreti. Possiamo anche ammettere che il dialogo tra i membri di queste due religioni incarna il futuro dell'umanità, di contro alla tesi di Huntington sullo scontro di civiltà e in risposta alla tesi di Fukuyama, da cui lo studioso si è successivamente ricreduto, circa la "fine della storia". Queste due tesi sono esempi di estremismo al massimo grado in quanto pongono un limite separatore al futuro e convergono entrambe nel dar corpo alla grande guerra separatrice tra le tre religioni, Armageddon.

 

Se questo dialogo deve avere un ruolo effettivo, esso risiede nella possibilità di trasformare lo scontro che alcuni considerano inevitabile in un dialogo reale che ponga fine a una lunga storia di sofferenze che l'umanità ha conosciuto e apra una lunga era di bene, amore, incontro e azione, a beneficio di un'unica civiltà umana in cui ogni religione abbia il suo posto e ogni cultura il suo valore soggettivo e oggettivo.

 

Il nostro sforzo per questo dialogo può forse paragonarsi a nuotare contro corrente: è un dialogo difficile, la cui via è ardua e impervia. Occorre che tutti quelli che credono nella sua inevitabilità per il bene dell'umanità tutta sappiano anche che incontreranno molte difficoltà lungo la via e talora saranno costretti a cambiare in qualche misura per potere realizzare gli obiettivi del dialogo e conseguirne gli scopi. Tale convinzione fu, in momenti storici del passato, il fulcro delle vite dei profeti, degli inviati, dei santi, degli amici di Dio e degli uomini pii, nonostante l'atteggiamento della gente del tempo, che li torturò e smentì, ne uccise alcuni e altri dichiarò eretici e miscredenti, e anche nonostante gli uomini politici del tempo, che sfruttavano alcuni ignoranti per assoldare il discorso religioso a servizio dei loro interessi privati e delle loro brame mondane, in contrasto con l'interesse dell'umanità, nelle loro società e fuori di esse.

 

Noi, stimati uditori, andiamo contro un flusso storico radicato nelle menti di molti seguaci delle religioni abramitiche e contro un percorso impresso a questa stessa storia, quale la disegnano quelli che sovrintendono alle politiche internazionali attuali. In questo contesto, possiamo realizzare qualcosa, foss'anche poco? E se sì, come?

 

1. I dialoghi del passato: un circolo vizioso

 

 

I dialoghi del passato tra i membri delle religioni - non dico tra le religioni, perché le religioni abramitiche nella loro radice sono una, mentre il dialogo è tra persone che divergono -sono partiti da alcuni postulati ammessi dalle parti, o per meglio dire, da alcune verità radicate in esse. A tal punto che il Vaticano agli esordi del dialogo, negli anni sessanta del secolo scorso, insistette che la delegazione musulmana sedesse in compagnia dei seguaci delle religioni pagane.

 

Ciò significa che i seguaci di ogni religione partono nel dialogo con i membri di una qualsiasi altra religione dalle verità che possiedono o da cui sono posseduti. Pertanto quelle verità - che potrebbero essere rappresentazioni errate o comprensioni limitate o manchevoli o alterate - divengono ostacoli che impediscono di realizzare qualsiasi fine del dialogo. Se volessimo descriverle per quello che sono, dovremmo dire che sono mura di separazione razzistiche, seppure di natura religiosa o fornite in qualche modo dalla religione. In conseguenza di ciò, il dialogo rimane forse limitato, nei suoi scopi o nei suoi risultati, alla conoscenza e nulla più: conoscenza, per ognuna delle parti, delle verità cui tiene la parte opposta o che gli altri adottano.

 

Muovere nel dialogo dal punto di partenza ora ricordato lo rende "un dialogo tra sordi", nel senso metaforico dell'espressione: nei casi di massima apertura, esso rimane limitato alla ricerca di punti di convergenza e di incontro tra le religioni; nei casi di massimo estremismo, si concentra sui punti di divergenza e di contrapposizione. In tal modo il dialogo assume due funzioni: abbellire o abbruttire. Ma questo come può essere un dialogo? Come può dare frutti che possano servire a cambiare il corso della storia dietro cui si trincerano molti seguaci delle religioni?

 

Forse cercare le radici di tale movimento storico e discuterle in modo scientifico, pacato ed esauriente, contribuirebbe in qualche misura a togliere quel velo che impedisce agli occhi della gente di vedere realmente che cosa potrebbe essere il loro mondo se fossero in grado di cambiare prima di tutto le loro anime e fare dei passi verso un mutamento del movimento storico, foss'anche con la parola.

 

L'importanza del dialogo tra le religioni cristiana e musulmana in questa fase della storia dell'umanità risiede in questo aspetto prima che in ogni altro e nel fatto che il dialogo può fondare un nuovo e diverso rapporto tra i seguaci delle due religioni. E se è vero che la storia compie se stessa nel spingere i seguaci delle religioni a realizzare nelle loro attività concrete alcune categorie storiche, tali categorie storiche tuttavia non provengono dal decreto divino assoluto o quanto meno la modalità della loro realizzazione non è stabilita dal decreto divino assoluto. Dunque proprio in questa regione opera il dialogo tra i seguaci delle religioni, una regione davvero ristretta, e limitata da due apici temporali: la realtà che è dietro di noi nella storia remota e la realtà che è davanti a noi nel lontano futuro: o così spero!

 

Così questo dialogo si muta in una lotta potente contro la storia o contro ciò che molta gente si rappresenta essere la propria storia e il futuro per i propri figli e nipoti. Una storia che ha garantito nel passato la creazione dell'odio e un futuro che ogni parte immagina decisa da quello stesso odio, dall'allontanamento e dalla cancellazione dell'altro, a beneficio di sé, dei propri figli e nipoti.

 

2. Il vero dialogo: punto di origine e di ritorno

 

 

Se le religioni abramitiche sono una sola nella loro radice, come sostengono molti, o se sono ondate circolari una più ampia dell'altra come ritengono altri, il loro punto di origine è unico. Questa è la prima verità che dobbiamo ammettere. Altrimenti il dialogo tra i seguaci di queste religioni non avrebbe senso, perché non concedere questa verità (!) distruggerebbe il fondamento su cui edificare il dialogo e farebbe ritornare la questione al punto di partenza: se non riconosci la legittimità della mia esistenza di credente in una certa religione, non vi è modo di incontrarsi!

 

Se dunque la fonte di queste religioni è una, cioè Dio, e se anche il loro scopo è uno, cioè realizzare la felicità dell'uomo sulla terra nella prima vita, come analogo della sua felicità nell'Altra Vita, il primo incontro tra le religioni deve concentrarsi su questi due aspetti: il punto di origine e il punto di ritorno, in quanto costituiscono i due limiti che racchiudono il movimento dell'uomo sulla terra, da quando prende ad esistere in essa e fino al momento in cui comincia la sua altra vita.

 

Parlare della regione che separa e insieme congiunge il punto di partenza e quello di ritorno equivale a parlare dalla storia della vita umana, la quale comprende lunghe lotte, autentiche tragedie e catastrofi causate dall'operare degli uomini stessi, ma anche periodi di fioritura delle civiltà umane sulla faccia della terra, da una nazione a un'altra, da una religione a un'altra e da un ambiente geografico a un altro. Questa regione temporale che separa e unisce dà corpo - e non cessa di darlo - allo sforzo dell'uomo in due direzioni contraddittorie: il desiderio di realizzarsi come individuo e come comunità, da un lato, con la spietatezza e le efferatezze che talora questo comporta, e talaltra con lo sviluppo di mezzi di vita, regole e ordinamenti, e la tensione a risolvere molte delle difficoltà che da questo suo stesso desiderio nascono, sia nei rapporti con sé sia in quelli con la sua società o con l'umanità, la vita e l'universo.

 

Il vero dialogo che può aver luogo tra i seguaci delle religioni deve liberarsi dalle lordure proprie del movimento dell'uomo nella regione che separa e congiunge, e deve piuttosto concentrarsi sui punti di origine e di ritorno, perché essi sono esenti da tutte le colorazioni implicite nella regione di mezzo. Essi riportano l'uomo alla sua prima natura, a quell'umanità pura che è rappresentata nelle parole dell'Altissimo: «O uomini, in verità Noi v'abbiam creato da un maschio e da una femmina e abbiam fatto di voi popoli vari e tribù a che vi conosceste a vicenda, ma il più nobile fra di voi è colui che più teme Iddio» (49, 13) e «siete tutti di Adamo, e Adamo è di terra». Esse poi portano l'uomo anche verso la sua natura finale, espressa dalle parole di Muhammad, su di lui sia la pace: «O figlio di Adamo, dalla terra fosti creato e alla terra ritornerai» (hadîth), la stessa parola trasmessa sul conto di nostro Signore il Messia, su di lui sia la pace.

 

3. Libertà della verità ... verità della libertà

 

 

Tra queste due espressioni c'è un paradosso che forse è da ricondursi alla diversa composizione linguistica, ma tale paradosso non implica una contraddizione tra di esse, poiché il cammino che le unisce è uno solo, in quanto l'una è condizione fondamentale per realizzare l'altra.

 

Se parliamo di libertà della verità, la nostra indagine va alla radice del movimento dell'uomo e della sua esistenza e anche al loro scopo. La libertà di giungere alle verità è l'apice del moto sociale, economico, politico e religioso tra gli uomini. Finora non abbiamo una legge umana unica che garantisca alle persone, in qualsiasi società civilizzata o sottosviluppata, la libertà di giungere alla verità in modo automatico. Anzi le verità nella maggior parte dei casi vengono sfigurate, falsificate, nascoste o annullate. Ciò avviene perché manifestare le verità alla gente e rendere le persone in grado di contemplarle è subordinato all'eliminazione della suddivisione in classi, politiche, religiose, economiche e sociali, suddivisione che si fonda sulla realizzazione degli interessi delle classi (elevate!) in tutti gli ordinamenti umani. In questo contesto si potrebbe parlare degli uomini di religione che occultano le loro conoscenze, degli uomini politici che nascondono i loro piani e le loro strategie, degli uomini dell'economia che fanno circolare tra loro verità nella convinzione che riguardino loro soltanto, anche se questo causa la distruzione dei patrimoni dei poveri...

 

La più grande difficoltà che i seguaci delle religioni fronteggiano è nascondere la verità o negarla, falsificarla o sfigurarla: ciò ci riconduce ai due procedimenti ricordanti all'inizio di questo paper, cioè il procedimento di abbellire e quello di imbruttire. Abbellire la verità che i seguaci di una religione possiedono o da cui sono posseduti e imbruttire la verità che i seguaci di un'altra religione possiedono o da cui sono posseduti. Eppure queste verità divergenti sono solo opera degli uomini stessi e perciò non sono verità, ma solo simil-verità o mezze verità o a volte non-verità quando si fondano su una comprensione errata o su categorie storiche frutto di condizioni particolari e che non possono essere applicate e generalizzate al di fuori di esse.

 

La libertà della verità nel suo moto deve condurre alla verità della libertà. Tale processo si realizza liberando le religioni dalle simil-verità, mezze verità o non-verità, ciò che avviene solo liberandole da tutte le comprensioni umane sottoposte alle condizioni storiche, temporali, locali, umane, per ritornare alle condizioni del primo sorgere (la natura delle origini) e a quelle del suo ultimo esito (il punto di ritorno).

 

4. La verità della libertà: il cammino del dialogo

 

 

Partiremo qui da due postulati: il primo è un detto trasmesso dalla tradizione sul conto di Alî Ibn Abî Tâlib (che Iddio onori il suo volto): «Chi adora Dio per paura, questa è l'adorazione degli schiavi; chi adora Dio per brama [dei beni promessi], questa è l'adorazione dei mercanti; chi adora Dio per amore, questa è l'adorazione dei liberi». Il secondo è un altro detto, anch'esso di Alî, e si trova nel documento di investitura di Mâlik al-Ashtar, quando Alî lo inviò come governatore dell'Egitto. Insieme a lui il califfo mandò il testo dell'investitura in cui si legge: «Sappi, o Mâlik, che gli uomini sono o l'una o l'altra cosa: o fratelli per te nella fede o simili a te nel fatto di essere creati: entrambi hanno diritti e doveri».

 

Il primo detto esprime il fatto che la libertà è collegata in modo organico all'amore nell'adorazione, o per meglio dire, all'adorazione fatta per amore. Essa costituisce il punto originario della natura umana e ne realizza il ritorno finale. Su di essa si edifica la felicità umana nella vita sulla terra e anche nell'Altra Vita. Quanto all'adorazione per paura o per brama [dei beni promessi], esse sono congiunte in modo organico alle dispute umane che hanno condotto al dominio del desiderio sull'uomo, all'ingiustizia, alle guerre, alle prove e tragedie lungo la storia. Infatti la schiavitù è caratteristica dell'uomo e così il commercio. La relazione tra loro risiede nel tentativo di sottomettere l'altro e di accaparrarsene i beni ed entrambe sono tra i peggiori regimi d'ingiustizia che l'umanità abbia conosciuto. Esiste invece un rapporto di fratellanza nella fede ed esiste un rapporto più ampio di somiglianza nell'umanità: l'uguaglianza.

 

Il secondo detto mette in evidenza quanto stiamo trattando e cioè che le religioni possono essere ostacoli perché colorano l'umanità di tinte e colori molteplici e perché il fatto che l'umanità parta da esse - dopo che molte delle verità sono state in esse sfigurate - le rende mura di separazione e di discriminazione religiosa. Tuttavia il detto comprende anche l'altra parte fondamentale che l'incontro umano realizza: «simili a te nel fatto di essere creati», nell'umanità con cui Dio li ha onorati a prescindere dalla fede cui appartengono o dalla razza in cui appaiono, e anche a prescindere dal loro livello materiale o sociale, da sesso (maschio - femmina), età (grande - piccolo), intelligenza (ragionevole - pazzo) o dal grado di perfezione del loro corpo (sano - handicappato).

 

Tutte le religioni sono venute per correggere il cammino dell'uomo sulla terra e fornirgli la guida chiarendo le vie più brevi e più sicure per realizzare la sua felicità spirituale e corporale, si tratti di un singolo o di una società limitata entro confini geografici e politici o della società umana nel suo complesso. Le religioni ammettono l'uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio loro creatore e Dio incarna l'amore, la misericordia, la giustizia, l'uguaglianza e la fratellanza: tra i suoi attributi fondamentali vi è che non accetta l'ingiustizia com'è detto nel versetto: «Invero il tuo Signore non è ingiusto verso i suoi servi». Essi realizzano la loro libertà nel realizzare la loro schiavitù verso di lui e nell'abolire ogni schiavitù ad altri che lui, perché la schiavitù ad altri che lui li fa ingiusti gli uni verso gli altri, come nel versetto: «Ma gli uomini, loro stessi sono ingiusti». E lo hadîth qudsî ha riunito insieme questi due concetti nel detto divino: «O miei servi, in verità io ho proibito l'ingiustizia a me stesso e l'ho resa proibita tra di voi. Non siate dunque ingiusti gli uni verso gli altri». Se le cose stanno così, qualsiasi rapporto d'ingiustizia è nella sua radice estraneo a ogni sapienza o fede e non può avere come fonte il Dio giusto.

 

Il rapporto di sottomissione è ingiusto. È ingiusto il rapporto di colonizzazione. È ingiusto il rapporto di ripartizione in classi materiali, e così pure la divisione dell'umanità in ricchi che possiedono tutto e poveri che non possiedono nulla. È ingiusto il rapporto di discriminazione razziale, religiosa, sessuale, di classe, di età, di categoria, di partito, di orientamento. È ingiusto il rapporto del governante tirannico e dittatoriale con i cittadini oppressi, quello degli stati dominanti con i popoli indeboliti, quello della maggioranza al potere con le minoranze emarginate e marginalizzate. Ed è ingiusto anche il rapporto di poligamia o il fatto di costringere un credente a lasciare la sua terra a causa dello sguardo negativo che i membri di un'altra religione che vivono intorno portano su di lui. E lo stesso vale per la generalizzazione di un giudizio negativo espresso verso una categoria di seguaci di una religione fino a comprendere tutti questi seguaci.

 

Se vogliamo andare dietro alla verità della libertà, dovremo rivolgere il nostro sforzo a rimuovere l'ingiustizia dall'uomo. Dico volutamente l'uomo, di ogni religione, razza, colore, nazionalità, orientamento, partito, categoria, sesso, età o gruppo sociale.

 

Ciò che rende credibile un dialogo è che esso risponda a due condizioni: la prima è che tutti riconoscano a tutti e a ciascuno l'umanità come dato antecedente a ogni considerazione sui fini, le limitazioni e le condizioni [del dialogo]; e la seconda consiste nello sforzo di tutti per rimuovere l'ingiustizia dall'uomo, senza guardare alla sua origine, religione, colore, sesso, orientamento, partito o età.

 

In sintesi, quel che vorremmo vedere in questo nostro mondo non sembra allontanarsi molto dalla parola dell'Altissimo: «Non vi sia costrizione nella Fede: la retta via ben si distingue dall'errore» (2, 256). Questo è vero, anche se il versetto distingue nell'umanità due categorie: quelli che sono ben guidati e sulla retta via e quelli che errano e vagano a vuoto. Ma Dio ha lasciato a Sé stesso il compito di operare questa classificazione nell'Altra Vita, quando ha confermato che sarà Lui ad arbitrare tra la gente nel Giorno della Risurrezione, per quel che riguarda le loro divergenze. Egli ha attribuito a Sé la capacità di indicare la retta via, quando ha detto: «Non sei tu a condurre chi desidereresti, ma Dio conduce chi vuole».

 

Con una concezione di questo genere presenteremo forse le religioni alla gente in una forma totalmente nuova, non lontana dal desiderio di rafforzare gli aspetti spirituali in loro, infondendo nelle loro anime e nei loro cuori pace e tranquillità. Ma essa agirà anche - e forse quest'aspetto è prioritario sugli altri - per rimuovere l'ingiustizia e la persecuzione, prendendo posizione chiara ed esplicita, diretta, contro tutte le parti che promuovono rapporti ingiusti.

 

Desidererei concludere osservando che le religioni, quali sono rappresentate dagli uomini di religione e dagli esperti, si sono tirate indietro da quest'ultimo ruolo. Hanno rinunciato alla loro più grande funzione, quella di realizzare la felicità umana sulla faccia della terra, il paradiso umano in terra, e l'hanno lasciata agli uomini, preda delle passioni e dei desideri. Così essi si sono dati all'assoggettamento reciproco e alla colonizzazione, hanno predato, ucciso, dominato, scacciato, accaparrato, combattuto gli altri servendosi di quanti condividevano con loro la stessa pelle, società, religione... Le religioni si sono tirate indietro dal loro compito e si sono limitate agli aspetti spirituali (rapporto dell'uomo con Dio), lasciando ad altri - ignoranti e interessati nella maggior parte dei casi - l'organizzazione dei rapporti dell'uomo con l'uomo. Esse non ritorneranno davvero alla vita dell'uomo, così da compiere la verità della libertà, se non quando riprenderanno a svolgere il ruolo cui hanno rinunciato.

 

 

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