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Medio Oriente e Africa

Viaggio a Damasco

Nella capitale siriana si cena con il bicchiere che si sposta per le bombe, e si fa finta di niente. Gli uomini sono scomparsi, morti o al fronte

©Oasis

Damasco. Tutti a dividerci per giudicare chi è più e chi meno carnefice nella guerra in Siria. Ascoltando gli uni sembra che gli altri sparino su inermi venditori di fiori e viceversa, se tendi l’orecchio dalla parte opposta. In mezzo però ci sono 13,5 milioni di persone che tecnicamente sono definite bisognose d’aiuto, e 4,8 che fisicamente hanno abbandonato la Siria: uomini e donne che dal 2011 convivono con la guerra e che a differenza di altri 500mila non sono morti. Ma che vita è, verrebbe da chiedersi.

 

 

Una vita perlomeno difficile, ma che va avanti nonostante tutto. Come a Damasco, la capitale siriana roccaforte del regime di Bashar al-Assad. Qui, quasi per ironia, puoi decidere di cenare in un ristorante aleppino molto conosciuto, mentre ad Aleppo imperversa una sanguinosa battaglia (a dicembre, le forze governative hanno riconquistato la parte Est, controllata dai gruppi ribelli). E ti chiedi quanti altri ristoranti ci sono ancora a potersi fregiare di un’indicazione geografica che in Medio Oriente è da sempre simbolo del mangiar bene, ma alla quale i missili hanno cambiato i connotati urbani. Qui, ti puoi trovare davanti a un cameriere che ti spiega che Aleppo è (era?) il luogo dove si mangia meglio in tutta la Siria, dove illustri personaggi del mondo hanno per oltre cento anni pasteggiato chez Sissi (Beit Sissi, famoso ristorante di Aleppo che ora non esiste più).

 

 

Dunque, ci sei stato prima della guerra o ti fidi di questo signore che fino a sei anni fa guadagnava dieci volte più di oggi. Ti fidi e mangi bene nella Damasco durante il conflitto. A cena ce la si racconta di una giornata difficile e di quello che avremmo potuto o dovuto fare e poi non ce la si è fatta, o di quale strategia adottare l’indomani per essere più efficaci in quel progetto con le vedove di guerra. Però, la guerra c’è, e così accade che nel bel mezzo del convivio un’esplosione non troppo lontana fa spostare il tuo bicchiere di qualche centimetro. Battito che aumenta, un istintivo abbassarsi per proteggersi. Poi ti guardi intorno: eccolo lo straniero non così abituato alla musica siriana. Tutti intorno hanno continuato come se niente fosse accaduto e hanno ragione loro: dopo sei anni di guerra, un missile che cade vicino non fa notizia, i missili fanno solo morti quando ti cadono in testa. Con un bel sorriso, arriva ancora il cameriere: “Qui qualche scoppio, ma mangi aleppino. Ad Aleppo, mangi esplosioni”. Scherzare sulle tragedie fa parte della vita di questi anni in Siria, come tante altre abitudini che non ti aspetti: le strade del centro di Damasco in un freddo venerdì invernale sono brulicanti di persone che incuranti dei rischi fanno lo struscio; tante donne e bambini, molti meno uomini e giovani perché o sono scappati e morti o sono al fronte a combattere. A questo punto, dopo una cena e una passeggiata “normali”, nella cameretta del convento che mi ospita mi interrogo sull’unica cosa anormale di questa serata: se non ci sono più uomini, chi ricostruirà la Siria? Saranno le donne la spina dorsale del dopo guerra, come lo sono da sempre in Africa e ovunque. Quindi, il progetto di formazione professionale per il quale sono qui a Damasco, in questi giorni ha un senso nuovo, un senso di futuro.

 

 

*Marco Perini, responsabile di AVSI per il Medio Oriente, si reca spesso per il suo lavoro a Damasco. Ha raccontato a Oasis che cosa significa visitare una città circondata dalla guerra, che va avanti nonostante tutto. Il viaggio di cui parla in queste righe è avvenuto mentre ad Aleppo imperversava la battaglia tra forze del regime e gruppi armati ribelli, prima che la città tornasse sotto il controllo del governo di Damasco, a dicembre.

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