close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Focus attualità

Vienna e Kabul, lontane ma vicine

I leader politici austriaci onorano le vittime di Vienna [VP Brothers - Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 06/11/2020 14:45:51

Vienna e Kabul, due città distanti e diversissime, entrambe vittime dello Stato islamico. Una per la prima volta, l’altra ormai da troppo tempo. Lunedì in tarda serata nel pieno centro di Vienna un attentatore ha ucciso quattro persone e ne ha ferite quindici. Martedì lo Stato islamico ha rivendicato l’attacco con un comunicato pubblico sul proprio canale Telegram. A Kabul invece degli uomini armati hanno fatto irruzione nell’università della città, hanno aperto il fuoco sugli studenti e uno degli attentatori si è poi fatto esplodere. Si tratta del secondo attentato a una scuola in solo una settimana.

 

Per Asmae Dachan l’attacco di Vienna si differenzia perché rientra tra quegli atti di «terrorismo liquido», «capace di mutare pelle e modalità operative, di sostituire le bombe con i coltelli, di muoversi attraverso i piedi di ventenni che hanno bevuto al calice dell’odio». Per questo è un terrorismo «difficile da circostanziare e, quindi, anche da prevedere e combattere».

 

Claudio Bertolotti spiega che l’attentato nella capitale austriaca «indica la volontà dei terroristi di riorganizzarsi sul territorio e di dare una risposta agli appelli che, da aprile ad oggi, sono stati lanciati dallo Stato Islamico, o da ciò che ne resta, e da Al Qaeda che hanno esortato i loro seguaci a colpire in Europa». Marco Lombardi fa notare che come a Nizza, l’attacco è avvenuto il giorno prima dell’imposizione di un nuovo lockdown e si chiede se non si possa già parlare a tutti gli effetti di una nuova strategia dello Stato islamico, visto che non siamo più negli anni del Califfato.

 

Dopo qualche giorno dall’attacco a Vienna si è venuti a conoscenza dell’identità dell’attentatore e di altri dettagli riguardo la preparazione dell’attentato. Definito dalla stampa nazionale e internazionale come un “simpatizzante” dello Stato islamico, Kujtim Fejzulai era giovanissimo, aveva appena 20 anni, di origine albanese, ed era in contatto diretto con lo Stato islamico, spiega Daniele Raineri sul Foglio. Trovato al confine tra Turchia e Siria dove sperava di recarsi per unirsi allo Stato islamico nel 2018, è stato riportato in Austria e condannato a 22 mesi di prigione. Aveva anche partecipato a un programma di deradicalizzazione, ma non è bastato.

 

Sono infatti poi emersi ulteriori dettagli sulle lacune dei servizi di sicurezza austrici, come ha poi ammesso lo stesso ministro degli Interni Karl Nehammer. Fejluzai durante l’estate aveva tentato di comprare un AK47 in Slovacchia e Bratislava aveva effettivamente notificato l’attività illegale a Vienna. Ma anche senza contare questo episodio, Fejzulai era già noto ai servizi di polizia austriaci perché nel 2016, quando aveva solo sedici anni, era stato segnalato per aver frequentato una moschea radicale a Vienna ed essersi legato a degli islamisti, racconta Le Monde.

 

Dopo l’attentato, gruppi neofascisti e di estrema destra hanno protestato nella capitale austriaca, mentre i leader religiosi hanno puntato sul dialogo e la preghiera. Secondo il cardinale Schönborn: «L’unica risposta all’odio cieco e alla violenza non può che essere più amore e più solidarietà. Anche se ora dobbiamo mantenere le distanze a causa della pandemia, con il cuore non dobbiamo mantenere le distanze. […] Finché il calore nella nostra società è più forte del freddo dell’odio non dobbiamo scoraggiarci».

 

La storia del carnefice e delle vittime si intreccia con quella di tre ragazzi di passaggio che hanno salvato delle vite lunedì sera a Vienna. Recep Tayyip Gültekin e Mikail Özen, di origine turca, e Osama Joda, palestinese, hanno prestato soccorso a una signora anziana e a un ufficiale. Vite intrecciate nella tragedia che raccontano qualcosa di più grande, scrive Simone Zoppellaro: «L’attentatore ucciso era un albanese di Macedonia, cresciuto e radicalizzatosi proprio negli ambienti dell’islam radicale a Vienna, come era albanese di Macedonia anche una delle vittime, oltre a un poliziotto ferito, un albanese del Kosovo. Tutti di religione musulmana. Un cortocircuito, insomma, che avviene nel seno di una Vienna (e di un’Europa) multiculturali, che ci racconta un’integrazione imperfetta e a rischio, certo, ma pur sempre reale e riuscita in moltissimi casi. Errate e non realistiche le letture in chiaroscuro di una situazione complessa, di una sfida – quella della convivenza, parallela a quella contro il terrorismo – che si può vincere o perdere».

 

Intanto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha elogiato i due giovani di origine turca: «Ieri sera c'erano due eroi a Vienna. Recep Tayyip e Mikail hanno fatto quello che ci si aspetta da un vero turco e da un vero musulmano! Grazie ragazzi. Siamo orgogliosi di voi», ha scritto su Twitter.

 

Un contesto ben diverso è quello afgano, da dove arrivano immagini strazianti e dove, almeno in teoria, dovrebbe essere in corso negoziati di pace. In realtà non è così, e lo spiega anche Riccardo Redaelli: «L’attentato di ieri è stato rivendicato dal gruppo jihadista del Daesh, da tempo attivo fra Pakistan e Afghanistan e impegnato in una guerra strisciante proprio contro i taleban per il controllo delle zone di frontiera fra i due Paesi. L’obiettivo dell’azione, oltre a ribadire la capacità d’azione del pur indebolito movimento jihadista è probabilmente quello di far deragliare i colloqui per un accordo politico fra Kabul e i taleban, che stanno procedendo fra mille incertezze e difficoltà». Ma nel Paese anche il movimento qaedista continua a mantenere un certo controllo sul territorio. I civili sono in balia della violenza di questi gruppi che «non possono rinunciare alla violenza e alla brutalità […] perché è l’unico strumento di cui dispongono per mantenere e rafforzare il loro potere».

 

Anche quello raccontato da Wallimohammad Atai non è un Afghanistan in pace: «L’Afghanistan è ancora avvolto dalla guerra, il processo di pace iniziato il 12 settembre a Doha è fermo. I talebani e il governo afgano ancora non trovano un accordo. Tre delegati afghani hanno lasciato Doha, come risposta agli ultimi atteggiamenti fondamentalisti dei talebani». Per capire come si è arrivati a questo stallo bisogna ripercorrere almeno la storia recente dell’Afghanistan, raccontata da Orient XXI.

 

Secondo Gabriele Nissim, allora, tornando a collegare gli attentati di Vienna, Kabul e Nizza, bisogna resistere alla tentazione di alzare barriere credendo esista solo un noi Occidente sotto attacco di un loro rappresentato dai musulmani: «I terroristi, come ogni gruppo totalitario, attaccano l’umanità intera e le prime vittime di queste crociate sanguinose sono gli stessi arabi e musulmani. […]
Ecco perché la possibilità di coinvolgere le migliori e più illuminate menti musulmane nella battaglia contro il terrorismo in Europa dipenderà dalla nostra capacità di farci carico della battaglia per la democrazia nei Paesi arabi e teocratici. Non è un percorso facile, ma è soltanto a questo livello che possiamo costruire una battaglia comune in nome della difesa della civiltà umana contro le barbarie».

 

Il nuovo capitolo della saga su Macron e il séparatisme islamiste

 

«Mi ha chiamata e mi ha detto “Mamma, sono qui, augurami buona fortuna”. Io gli ho detto “Che Dio ti accompagni”». Così ha raccontato la Washington Post la madre di Brahim Aouissaoui, l’attentatore che il 29 ottobre a Nizza ha ucciso tre persone. I genitori di Aouissaoui hanno riconosciuto il figlio ucciso a sua volta dalla polizia francese ma non si spiegano come abbia potuto radicalizzarsi.

 

Dopo l’attentato Macron ha concesso un’intervista ad Al Jazeera e ha scritto una lettera al Financial Times per spiegare la propria posizione nei confronti dell’Islam. «Capisco i sentimenti che vengono espressi e li rispetto. Ma dovete capire che il mio compito in questo momento è di fare due cose: promuovere la calma e anche proteggere questi diritti», ha detto il presidente francese e ha poi aggiunto di non appoggiare le vignette in sé, ma di difendere anche il «diritto alla blasfemia». Secondo Macron certe reazioni sono state dettate da delle «distorsioni» presentate dagli altri leader politici nei suoi confronti.

 

Gli stessi concetti sono stati presentati in forma scritta: «Per cinque anni ormai, dagli attacchi a Charlie Hebdo, la Francia ha fronteggiato un’onda di attacchi perpetrati da terroristi nel nome di un Islam che hanno distorto». Macron ha poi difeso le azioni francesi contro il terrorismo, tra cui il coinvolgimento militare nel Sahel, «ma dal 2015 è diventato chiaro, e lo dissi ancor prima di diventare presidente, che ci sono terreni fertili per i terroristi in Francia. In certi quartieri e in internet, gruppi connessi all’Islam radicale insegnano l’odio per la repubblica ai nostri figli, invitandoli a non rispettare la legge. Questo è ciò che intendo per “separatismo”».

 

In parallelo continuano i contrasti geopolitici tra Francia e Turchia. Parigi può contare sull’alleato emiratino: il ministro degli Esteri Anwar Gargash in un’intervista al giornale tedesco Die Welt ha offerto il proprio supporto a Macron e ha incolpato Erdogan di infiammare i conflitti religiosi.

 

A livello interno, invece, la Francia ha annunciato che il gruppo ultra-nazionalista turco dei Lupi grigi verrà sciolto. Domenica hanno deturpato un monumento commemorativo del genocidio armeno a Lione scrivendo le iniziali RTE, che stanno per Recep Tayipp Erdogan. Il monumento ricordava le vittime del genocidio compiuto dall’impero Ottomano tra il 1915 e il 1916. Tra Macron ed Erdogan continuano poi le accuse reciproche, fino a considerare da parte francese delle eventuali sanzioni contro Ankara, che sta già soffrendo economicamente. Una saga destinata a continuare nei prossimi mesi.

 

In un paragrafo

 

Il referendum costituzionale in Algeria

 

Il primo novembre in Algeria si è svolto un referendum costituzionale. La popolazione ha approvato le modifiche alla Carta fondamentale con quasi il 67% dei voti, ma a votare è stato solo il 23,7% della popolazione. «Un’astensione record», come l’ha definita Jeune Afrique, che descrive il sentimenti di sfiducia e sconforto della popolazione algerina, mentre il partito islamista ha chiesto di cancellare il risultato. I risultati infatti dovranno essere confermati dal Consiglio costituzionale «prima che questa nuova legge fondamentale venga promulgata dal presidente Abdelmadjid Tebboune, 74 anni, ricoverato da mercoledì 28 ottobre in una clinica di Colonia, in Germania». Secondo Le Monde, invece, l’astensione è una «vittoria silenziosa» dell’Hirak, il movimento di protesta scoppiato a febbraio dell’anno scorso che è stato progressivamente messo a tacere dall’azione repressiva del governo, soprattutto durante i mesi della pandemia da Covid-19. Il governo ora «esce indebolito dal referendum e costretto ad ammettere il proprio deficit di legittimità. I video dei seggi elettorali deserti, postati sui social, non gli lasciano scelta»: una situazione che potrebbe favorire il dialogo con gli attivisti. Al contrario, Foreign Policy non è così ottimista, e considera il referendum soltanto un sotterfugio per un governo autoritario per dare una parvenza democratica al Paese. Secondo la rivista americana infatti «sulla carta, le modifiche costituzionali potrebbero effettivamente contribuire a migliorare le leggi del Paese, che comprendono impegni a favore della libertà di parola e della libertà di riunione. Limitano anche il numero di mandati presidenziali e stabiliscono che il primo ministro del Paese debba uscire da una maggioranza parlamentare e non da una nomina presidenziale (anche se il presidente manterrebbe il potere di destituire il primo ministro). Tuttavia, in pratica, qualsiasi emendamento farà ben poco per limitare un regime che si trova ugualmente a suo agio ad operare entro i limiti della legalità costituzionale e al di fuori di essi», soprattutto alla luce del coinvolgimento dell’esercito, che dall’indipendenza non ha mai non approvato o nominato un presidente.

 

In breve

 

Con la sempre più probabile vittoria di Joe Biden, alcuni Paesi mediorientali cercano di approfittare degli ultimi mesi dell’amministrazione Trump (Foreign Policy).

 

La storia di Omar Alshogre, un giovane siriano imprigionato e torturato dal governo, che comincerà a studiare alla Georgetown University, a Washington D.C. (Al Jazeera).

 

La Turchia ha multato Facebook, Twitter e YouTube per non aver rispettato le nuove restrizioni legislative, e ha poi annunciato che le piattaforme potrebbero venire bloccate nel Paese (Financial Times).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Oasiscenter
Abbiamo bisogno di te

Dal 2004 lavoriamo per favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani e studiamo il modo in cui essi vivono e intrepretano le grandi sfide del mondo contemporaneo.

Chiediamo il contributo di chi, come te, ha a cuore la nostra missione, condivide i nostri valori e cerca approfondimenti seri ma accessibili sul mondo islamico e sui suoi rapporti con l’Occidente.

Il tuo aiuto è prezioso per garantire la continuità, la qualità e l’indipendenza del nostro lavoro. Grazie!

sostienici