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Cristiani nel mondo musulmano

Vivere e pensare da cristiani in un mondo non cristiano

Lettera Pastorale di Mons. Luigi Padovese a tutti i fedeli del Vicariato di Anatolia (Ottobre 2005)

Cari fratelli,

 

 

è con viva cordialità che saluto ciascuno di voi. Alcuni li ho potuti conoscere: altri non ancora. Eppure vi assicuro che siete tutti presenti nella mia preghiera. Quando sono stato ordinato vescovo il 7 novembre dello scorso anno ho assunto come impegno quello di tenervi sempre vivi nella mia preghiera.

 

 

È consuetudine che ogni anno il vescovo presenti un programma di riflessione per tutta la sua Chiesa. Come ho già annunciato, il tema attorno al quale vi invito a riflettere ha questo titolo: “Vivere e pensare da cristiani in un mondo non cristiano”.

 

 

Tra tutti i paesi di antica tradizione cristiana, nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che noi calpestiamo è stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo anziché rinnegarlo.

 

Una donna cristiana di nome Seconda, vissuta intorno al 170 d.C., a chi l’invitava a rinnegare la propria fede per sfuggire alla morte, rispose: “Voglio essere ciò che sono” cioè sono cristiana e voglio rimanerlo.

 

 

 

Cari fratelli, a noi non è forse chiesto di testimoniare la nostra fede sino al martirio, ma è pur vero che ci è chiesto di testimoniarla. Io vi invito a leggere la 1° Lettera che l’Apostolo Pietro ha scritto alle prime comunità cristiane di Turchia per meglio capire che cosa comporta essere cristiani. Vorrei, anzi, che fosse questo testo del Nuovo Testamento ad orientarci in quest’anno.

 

 

Sappiamo tutti che nel nostro paese non è sempre facile manifestare la nostra identità cristiana. Siamo condizionati dall’ambiente: a volte abbiamo addirittura paura di dire quello che siamo per le conseguenze sociali che potrebbero derivarne. D’altra parte sta crescendo anche l’impressione che tutti le religioni si equivalgono. Ebbene, è opportuno ricordare che quella cristiana non è la fede nell’esistenza di Dio, ma la fede in una nuova immagine di Dio, rivelata nella persona di Gesù. È Cristo il centro della nostra fede. È Cristo il rivelatore del Padre che ci cerca e ci ama anche quando ci allontaniamo da Lui.

 

 

La convinzione che i cristiani sono tali non a motivo di “dottrina” ma per l’adesione alla persona di Gesù, era ben presente nell’antichità agli stessi persecutori, i quali richiedevano ai martiri di rinunciare alla loro fede, maledicendo Cristo.

 

 

 

Questa fu l’esperienza del vescovo Policarpo di Smirne. Come leggiamo nel resoconto del suo martirio: il giudice lo incalzava dicendo: “giura e ti pongo in libertà. Maledici Cristo”. Egli rispose: “Sono ottantasei anni che lo servo e non mi ha fatto alcun torto. Come posso bestemmiare il mio Re, il mio Salvatore?”.

 

 

 

Cari fratelli, vi ho ricordato questa testimonianza, ma sono migliaia i martiri della nostra amata terra di Turchia. Essi ci invitano a essere coscienti e felici della nostra identità cristiana. Eppure vorrei dirvi che questa identità che ci è data nel battesimo va alimentata, accresciuta, difesa. Come scriveva un antico scrittore cristiano: “Cristiani non si nasce, ma si diventa”.

 

 

Noi tutti viviamo qui in una situazione di minoranza rispetto ai nostri fratelli musulmani. Io vi invito a guardare a questa situazione come un’occasione per diventare sempre più coscienti della nostra fede. In altri paesi dove la maggioranza è cristiana, è più grande il rischio di dirsi cristiani senza esserlo. Qui da noi dobbiamo esserlo e mostrare di esserlo.

 

Il nostro impegno non è di convertire altri alla nostra fede, ma di mostrare semplicemente che è bello essere cristiani. Si tratta di parlare con la vita più che con le parole. “Gli uomini – diceva un vecchio saggio – credono più ai loro occhi che alle loro orecchie”.

 

 

Vi scrivo questi pensieri da Roma dove mi trovo a rappresentare i vescovi della Turchia e dove, assieme al Papa e ad altri 250 vescovi stiamo trattando della Eucarestia. È dal 3 ottobre che ogni giorno ci troviamo assieme per approfondire e rendere più viva la nostra partecipazione alla S. Messa. Quanto emerge di continuo dai nostri incontri è la centralità del mistero del corpo e del sangue del Signore per la nostra vita. Se è vero che iniziamo ad essere cristiani con il battesimo, è però con l’Eucarestia che possiamo diventare buoni cristiani.

 

 

Vi invito, dunque, ad essere più presenti alla celebrazione domenicale. Alcuni martiri di Africa del III sec. hanno testimoniato con il loro sangue la loro fede nella celebrazione eucaristica domenicale. “Senza la domenica non possiamo vivere!”: così hanno risposto alle autorità pagane che li hanno massi a morte. E noi, fratelli? Guardiamo, dunque, alla Eucarestia non come ad un dovere da compiere, ma come ad un dono che Dio ci fa, dando se stesso Dio non ha bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno di Lui!

 

 

Cari fratelli, vi ho offerto questi pochi pensieri che vi chiedo di approfondire. Per finire, voglio confermarvi la mia gioia di essere con voi. Considero un dono del Signore essere per voi e come voi, un cristiano della Chiesa d’Anatolia. Cari fratelli, vi ho offerto questi pochi pensieri che approfondiremo durante quest’anno. Vi chiedo di sostenermi con la vostra preghiera perché io possa sostenere voi.

 

 

Il Signore vi benedica.

 

+ Luigi, vescovo

 

Ottobre 2005

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