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Religione e società

Essere minoranza in Turchia

Un’analisi sulla libertà religiosa in Turchia evidenzia alcuni passi avanti. Ma altri ne restano ancora da compiere perché i membri delle comunità religiose minoritarie possano sentirsi cittadini a pieno titolo. Intervista a Emre Öktem, Università Galatasaray.

Santa Sofia a Istanbul

Nuovamente, dopo i brutali attacchi contro i cristiani in Pakistan, Papa Francesco è tornato a chiedere con forza la fine di questa persecuzione che continua incessantemente, spesso nel silenzio dei media. Cosa pensa delle persecuzioni in atto e come può influenzare il dibattito sulla libertà religiosa?

Sono davvero rattristato per quanto è recentemente avvenuto in Pakistan. Ci sono varie ragioni all’origine di questi atti violenti, e tra queste emerge un dato: noi musulmani abbiamo perso il legame fondamentale con la tradizione. Per la tradizione musulmana classica i luoghi di culto delle altre religioni, soprattutto di quelle monoteistiche, in primis Cristianesimo ed Ebraismo, sono sotto la protezione della Legge e questa è una regola assoluta. Le aggressioni contro le chiese cristiane sono quindi incomprensibili dal punto di vista della tradizione classica. D’altro canto nell’epoca contemporanea abbiamo a che fare con una concezione più moderna di libertà religiosa, che dobbiamo rispettare. I musulmani, soprattutto noi intellettuali, dovremmo reagire contro questi atti che sono contrari sia alla nostra antica e vera tradizione, sia alle regole più moderne dei diritti dell’uomo. Dovremmo essere più attivi nel prendere posizione contro questi attentati.

Negli ultimi anni la Turchia ha visto emergere una tendenza sempre più autoritaria che ha colpito, ad esempio, il gruppo Zaman, inferendo un duro colpo alla libertà di espressione. Ritiene che si stia verificando un processo analogo anche per quanto riguarda la libertà religiosa?

Pur riconoscendo tali espressioni di autoritarismo come molto attuali, mi pare che la libertà religiosa sia quella meno toccata da questo peggioramento. Alcuni miei amici, che appartengono alle minoranze religiose della Turchia, mi dicono che l’epoca dell’AKP, soprattutto nei primi anni, è stata la belle époque della libertà religiosa per tutte le comunità. Se all’inizio questa belle époque poteva spiegarsi nella prospettiva dell’ingresso della Turchia nell’UE, ora – siamo realistici – questo orizzonte è piuttosto remoto e tuttavia il fatto rimane: i diritti religiosi delle minoranze non musulmane sono protetti. Non va tutto liscio, ci sono problemi che non possiamo trascurare, ma sotto vari aspetti le cose vanno relativamente bene. Lo dico da curatore degli affari legali del Patriarcato greco. Questo fenomeno si può spiegare anche con l’ideologia neo-ottomana adottata dal governo: il rispetto delle minoranze religiose faceva parte della tradizione e del diritto ottomano, ne era quasi un punto di orgoglio. I problemi più significativi riguardano soprattutto gli aleviti, una minoranza interna all’Islam che conta in Turchia circa 15 milioni di persone. Si trovano ad affrontare varie difficoltà perché sono assimilati al resto dei musulmani e dunque non godono di un regime particolare che tuteli le loro peculiarità. Sono loro a soffrire di più di questo clima.

Cosa significa concretamente non godere di un regime particolare di protezione dei propri diritti di minoranza religiosa? Quali sono le difficoltà che incontrano gli aleviti in Turchia?

Non si tratta di una persecuzione o di una pressione quotidiana insopportabile, ma di una discriminazione costante. Se chiedono per esempio di aprire una casa di preghiera, che chiamano cemevi, ricevono un rifiuto dalle autorità, in forza di un sillogismo davvero aristotelico: «Voi siete musulmani, i musulmani vanno in moschea, dunque andate anche voi in moschea». Ma la preghiera degli aleviti è diversa, prevede una danza che non si può fare in moschea. Hanno vinto qualche causa presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha contribuito a migliorare il livello di protezione, ma la questione cruciale resta il riconoscimento del loro diritto ad aprire specifiche case di preghiera.

Uno dei principali target politici del governo è il movimento religioso del predicatore Fethullah Gülen, Hizmet. L’autoritarismo dell’AKP sembra imporsi dunque anche su una parte musulmana della Turchia…

Quello che è in atto in Turchia è un processo di monopolizzazione del fenomeno religioso da parte dello Stato. Si tratta di un fenomeno che è sempre esistito, solo che ora si è notevolmente acuito, perché il potere statale cerca d’imporre la sua visione di Islam. Non si tratta di una vera e propria dittatura religiosa, ma si avverte che la Diyanet (la Direzione degli Affari religiosi) è più presente nella vita quotidiana, con interventi più o meno espliciti in diversi ambiti. Sottolineo che il controllo non è totale, dato che possiamo ancora respirare, ma forte.

Per la Costituzione la Turchia è uno Stato laico. Vede il rischio che il carattere sempre più autoritario imposto dal Presidente Erdogan vada ad intaccare il principio di laicità dello Stato?

C’è un dibattito sul carattere religioso dell’AKP e su una sua ipotetica agenda segreta, che avrebbe come obiettivo la trasformazione della Turchia in uno Stato Islamico. Una cosa curiosa però è che il principio della laicità dello Stato, che figura tra quelli non modificabili o derogabili della Costituzione, non è mai stato sfidato dall’AKP e il testo fondamentale, con tutti gli articoli non modificabili, rimane lo stesso. Più che a cambiare il carattere laico dello Stato, il governo dell’AKP punta infatti a reinterpretare il principio di laicità in modo più conveniente. Per esempio è ancora vigente una legge “rivoluzionaria”, come viene definita, cioè kemalista, che prevede l’abolizione di tutte le confraternite musulmane. Mi dirà che le confraternite musulmane in Turchia esistono e sono molto potenti nella vita sociale e politica ed è esatto. Ma la legge rimane vigente, perché è lo strumento utile ad esempio per impedire agli aleviti di aprire le loro case di preghiera. L’autorità pubblica infatti ha la giustificazione per sostenere: «Voi siete una specie di confraternita, quindi ci dispiace ma la legge proibisce l’apertura di luoghi di preghiera per voi». È solo un esempio di come la legislazione laica possa essere facilmente strumentalizzata per altri scopi.

Anche se l’ingresso nell’Unione Europea sembra sempre più lontano, la Turchia resta uno Stato candidato. Come questo status influisce, se influisce, sul modo con cui vengono trattate le minoranze religiose?

Quella dell’ingresso della Turchia nell’Unione è una storia dostoevskiana, come gli eterni fidanzati. Tuttavia, se si segue il miglioramento della legislazione turca relativa alle minoranze, la correlazione tra questa e l’avvicinamento turco all’UE è chiarissima. Quando la Turchia compie un passo per riaprire una finestra verso l’Europa, c’è una nuova legge che riconosce i diritti delle minoranze, oppure che restituisce loro beni confiscati decine di anni fa. La correlazione è palese. Mi pare che rispetto ai noti problemi che le minoranze religiose non musulmane stanno vivendo, in Turchia la situazione sia relativamente stabile.

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