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Medio Oriente e Africa

Dentro il paradosso jihadista, tra espansione e nichilismo

Gli attentati del Bardo sollevano diversi interrogativi sulla natura e sugli obiettivi dell'estremismo jihadista, allo stesso tempo così evanescenti e così drammaticamente reali. Rispondere è difficile, ma è anche dalle risposte che dipende l’efficacia della lotta al terrorismo.

L’estremismo e il terrorismo vanno combattuti. Su questo sono tutti apparentemente d’accordo. Ma in che cosa debba consistere questa lotta e come il terrorismo possa essere veramente contrastato è al momento tutt’altro che chiaro. Da questo punto di vista il caso tunisino solleva più di un interrogativo.

Vi è innanzitutto una questione che interpella non solo la Tunisia ma tutti gli attori che devono gestire la minaccia jihadista. Essa riguarda il modo in cui vengono lette e decodificate le operazioni terroristiche come quella del Bardo. Si tratta di una vendetta contro l’unico caso riuscito di transizione post-rivoluzionaria? O di un attacco diretto principalmente contro l’Occidente, colpito nella figura dei suoi turisti? E chi sono i suoi veri mandanti? Rispondere è difficile, ma è anche dalle risposte che vengono date a queste domande che dipende l’efficacia della lotta al terrorismo. Attualmente il terrorismo jihadista, in particolare quello legato all’Isis, agisce principalmente su due piani che, anche se interconnessi, è bene tenere distinti.

Da un lato c’è il consolidamento e l’espansione territoriale del sedicente califfato. In questo caso le mosse dello Stato islamico dipendono da obiettivi dotati di un’utilità concreta (postazioni strategiche, pozzi di petrolio, corridoi stradali, aeroporti, ecc.). Dall’altro opera invece una sorta di “strategia della tensione”, o, come ha detto il leader islamista Rachid Ghannouchi citando uno dei testi di riferimento della galassia jihadista, “la gestione della barbarie”, che lo Stato islamico genera o di cui semplicemente si appropria, come potrebbe essere accaduto in Tunisia. Qui le azioni non hanno un significato strategico immediato, ma dipendono dalla valenza simbolica degli obiettivi colpiti, la cui funzione è soltanto metaforica o metonimica (come dimostra il comunicato con cui lo Stato islamico ha rivendicato gli attentati): il pensionato europeo in vacanza diventa un crociato, la guida turistica locale un apostata, la città libica di Derna la periferia sud di Roma, così come la redazione di un giornale rappresentava l’empietà blasfema dell’Occidente e un supermercato kosher l’intero mondo ebraico.

Da quando si è imposto lo Stato islamico, queste due logiche operano simultaneamente, creando un micidiale gioco di specchi in cui è difficile misurare le proporzioni esatte del singolo fenomeno e del singolo evento. A ciò si aggiunge un paradosso che Olivier Roy rilevava già all’inizio degli anni ’90 e che le rivendicazioni statuali dell’Isis non rendono meno vero. È il fatto che nella militanza jihadista la “razionalità” della costruzione istituzionale si consuma nell’irrazionalità nichilistica del gesto individuale di chi è pronto a distruggere se stesso pur di annullare l’intollerabile esistenza dell’altro. Per capire il primo livello servono la geopolitica e la politologia. Per penetrare il secondo potrebbe essere più utile rileggere quanto Camus scriveva nel 1951 sull’omicidio nichilista: «il nichilismo confonde nello stesso furore creatore e creature. Sopprimendo ogni principio di speranza, rifiuta ogni limite e, nell’accecamento di un’indignazione che non percepisce neanche più le sue ragioni, finisce per giudicare che è indifferente uccidere ciò che è già votato alla morte». Proprio perché non «percepisce più neanche le sue ragioni», il terrorismo colpisce indiscriminatamente e la molteplicità dei suoi bersagli - l’occidente, i musulmani “apostati”, i cristiani, gli sciiti, la democrazia, il turismo, etc. - si dissolve nell’indistinzione dell’atto omicida.

Nel contesto tunisino, questo meccanismo infernale ha delle ripercussioni molto concrete, perché rischia di destabilizzare la giovane e ancora instabile democrazia e di colpire duramente l’economia. In realtà la società tunisina ha già dimostrato di possedere l’energia necessaria a respingere i tentativi di sabotaggio della sua personale primavera. Ma ciò non toglie che i suoi politici si trovino ora all’esame di maturità e debbano fare i conti con alcuni nodi molto complessi.

Il primo è legato alla sicurezza del Paese. Gli attentati della settimana scorsa non sono stati un fulmine a ciel sereno, ma hanno portato alla luce il pericolo di una consistente presenza jihadista, aggravato dal ritorno dei combattenti partiti per la Siria e l’Iraq e dalle infiltrazioni che il caos libico e la porosità dei confini con l’Algeria rendono possibili.

Un altro punto, di natura più politica, è il dilemma libertà-sicurezza. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli appelli rivolti al governo affinché non si serva della minaccia terroristica per limitare le libertà faticosamente conquistate con la Rivoluzione del 2010-2011. Ma il problema non è di facile soluzione. Prendiamo per esempio il caso dei salafiti, moltiplicatisi esponenzialmente (sono decine di migliaia di persone) dopo la Rivoluzione. I salafiti hanno una visione rigorista dell’Islam incompatibile con i diritti e le libertà su cui si fonda la democrazia. Tuttavia molti salafiti ritengono che la loro missione si limiti alla predicazione pacifica (da‘wa), e non implichi alcun ricorso al jihad armato, anche se i passaggi dal puritanesimo quietista alla pratica violenta sono tutt’altro che infrequenti. Inoltre la loro presenza costituisce allo stesso tempo un’utile zona di interlocuzione tra il governo e le frange islamiste più radicali e un terreno di coltura privilegiato della militanza jihadista. Come dovranno comportarsi le autorità pubbliche nei loro confronti? Dovranno mantenere un atteggiamento conciliante in nome delle garanzie liberal-democratiche, colpendoli solo nel caso in cui le loro attività diventassero effettivamente pericolose o passare subito al pugno di ferro, anche a scapito del pieno rispetto dello stato di diritto?

È una questione spinosa, su cui tra l’altro si è già giocata in Tunisia un’importante partita politica. Rachid Ghannouchi, capo del partito islamico an-Nahda, aveva sempre sostenuto che l’estremismo e il terrorismo erano un prodotto della tirannide. In base a questo assunto, nei due anni in cui in Tunisia an-Nahda è stata a capo dell’esecutivo, ai gruppi salafiti è stata lasciata grande libertà d’azione. L’idea di fondo era che la loro integrazione nella sfera pubblica tunisina li avrebbe addomesticati, conducendoli a un’assunzione di responsabilità. Ma così non è stato. Più spazio veniva concesso ai salafiti, più nel Paese aumentavano l’insicurezza, le intimidazioni, le violenze. Dalle manifestazioni contro la proiezione di film e mostre d’arte ritenuti blasfemi agli assassini politici di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, passando per l’occupazione dell’università Manouba, il 2012-2013 è stato un biennio catastrofico, costato tra l’altro ad an-Nahda la rinuncia al governo del Paese e la sconfitta alle ultime elezioni.

Nell’ultimo anno la situazione era migliorata: l’apertura di un “dialogo nazionale”, la formazione di un governo tecnico e l’approvazione della nuova Costituzione avevano restituito al Paese una certa stabilità politica. Intanto Ghannouchi ha probabilmente meditato sugli errori del suo partito e dalla retorica dell’identità islamica è passato a invocare la costruzione di una democrazia consensuale e la lotta al terrorismo. Il cambio di registro è stato evidente la sera del 18 marzo, quando il leader islamista ha accusato gli attentatori del Bardo di aver sfruttato lo stato di libertà che dal 2011 vige in Tunisia. Le mosse di an-Nahda e la decisione di Nidaa Tunis di accettare un’alleanza con gli islamisti hanno avuto l’importante effetto di ricucire la pericolosa frattura che si stava creando nel Paese tra “laici” e “islamisti”, impedendo la saldatura di questi ultimi con le frange più estreme. Oggi, in Tunisia, la parola d’ordine è “unità nazionale”. Non sarà tutto ora quel che luccica, ma non scommettere su questo processo proprio mentre parte del Medio Oriente rischia semplicemente di collassare sarebbe un grave errore.

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