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Religione e società

Jihad sciita: sospeso fino al ritorno dell’Imam

Islam e violenza /2. Il jihad militare è uscito dalla storia per ritornarvi solo alla fine realizzando il trionfo dello spirito della Rivelazione. E tuttavia per tutti gli uomini è una battaglia già cominciata, una lotta spirituale contro le inclinazioni dell’anima carnale. Ma qualcuno vuole anticipare lo scontro finale. Questo articolo è un'anticipazione del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

La nozione di “guerra santa” (jihâd) ha svolto un ruolo determinante nel destino universale dell’Islam. Il profeta Muhammad fu il primo a combattere per imporre quella che considerava la verità a lui rivelata: prima con la parola, alla Mecca, poi, dopo l’esilio a Medina (hijra), con la forza delle armi. È durante il secondo periodo della sua predicazione che il termine jihad, che inizialmente indicava lo sforzo morale e fisico, acquisì il senso di “guerra santa”. Nonostante il jihad non faccia parte dei cinque pilastri dell’Islam, “combattere con la propria persona e i propri beni sulla via di Dio” è un dovere religioso per tutta la comunità islamica. Questo imperativo è subordinato a un obiettivo bellico e alla possibilità di vittoria. Il primo scopo del jihad infatti non era la conversione di tutti, bensì la sottomissione all’ordine islamico. Quanto al sostegno di Dio, esso è promesso nei versetti 22,39-40: «È dato permesso di combattere a coloro che combattono perché son stati oggetto di tirannia: Dio, certo, è ben possente a soccorrerli. […] Iddio soccorrerà per certo chi soccorre lui».

L’islamistica occidentale ha generalmente ripreso dalla tradizione maggioritaria sunnita la nozione di una “guerra santa” condotta da Muhammad e dai musulmani dopo di lui per il trionfo temporale della loro religione. Questa rappresentazione unitaria ignora tuttavia le posizioni della principale minoranza dell’Islam, gli sciiti. Lungi dall’essere scismatici tardivi, i “partigiani” (shî‘a) di ‘Alî b. Abî Tâlib – cugino del Profeta e primo uomo ad aver creduto alla sua predicazione, sposo della figlia Fatima e padre della sua sola discendenza maschile – costituiscono storicamente il primo gruppo politico-religioso dell’Islam. Solo in seguito il partito maggioritario prenderà il nome di ahl al-sunna e li definirà eretici. Gli sciiti imamiti o duodecimani, maggioranza della minoranza sciita, considerano ‘Alî e undici uomini della sua discendenza come uniche guide o imam legittimi della comunità dopo il Profeta, in virtù dell’infallibilità (‘isma) che Dio avrebbe loro concesso. Se gli sciiti sono diventati minoritari è perché sono usciti perdenti nel contesto delle violenze politiche che segnarono gli albori dell’Islam. La loro sconfitta e la vittoria di quanti avrebbero costituito la maggioranza sunnita determinò la costruzione storica della loro religione.

Tra sacralizzazione e secolarizzazione

Che cos’è dunque la “guerra santa” per quei vinti della storia che sono gli sciiti? Quale posto occupano nella loro visione del jihad i credenti delle altre religioni e gli adepti dell’Islam maggioritario? Per comprenderlo occorre innanzitutto tornare alla storia degli imam1 secondo le più antiche raccolte di tradizioni o hadîth che sono loro attribuite2, e tenendo conto delle evoluzioni giuridiche e ideologiche che la nozione di jihad conobbe in seguito all’occultamento del dodicesimo imam. Emergerà allora che questa nozione conobbe nell’Islam sciita imamita un duplice movimento d’interiorizzazione e d’esteriorizzazione, di sacralizzazione e di secolarizzazione, dall’esito ancora imprevedibile.


1Scriverò “imam” per l’uomo storico, “Imam” con la maiuscola per la figura sacra.
2La più importante raccolta canonica è Usûl al-kâfî di al-Kulaynî (IV/X). Di grande valore per gli sciiti è anche Nahj al-balâgha, raccolta di detti attribuiti al primo imâm ‘Alî.

La versione integrale di questo articolo si trova nella rivista numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

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