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Religione e società

Le vie della riforma in Asia meridionale

Sfociato in diverse modalità di attivismo, il riformismo islamico in Asia meridionale è una realtà complessa che punta alla trasformazione degli individui e della società, ma con metodi diversi: c’è chi predilige l’impegno educativo e sociale, ma anche chi usa la via politica e chi opta per l’uso della violenza. Diffuso anche oltre i confini sud-asiatici, esso testimonia la multipolarità dell’Islam e documenta che modelli islamici esportabili possono venire anche da regioni diverse dal Medio Oriente.

I movimenti riformisti dell’Islam sunnita in Asia meridionale1 mostrano una notevole diversità nel tempo (periodi pre- e post-coloniale), nello spazio (l’Islam è maggioritario in Pakistan e in Bangladesh, minoritario nell’India indipendente) o ancora nelle forme (quietista, politico, jihadista). Ciò che li caratterizza è da un lato il fatto di aver conosciuto l’influenza esogena di movimenti di rinnovamento religioso nati in altre parti del mondo islamico e dall’altro la volontà endogena di rivalutare l’Islam alla luce della modernità introdotta dal contesto coloniale e post-coloniale. Benché tutti si traducano in tentativi di “epurare” dalle innovazioni e dalle sedimentazioni locali le concezioni e le pratiche considerate a fondamento della tradizione islamica, questi movimenti riformisti sono percorsi da differenze che riguardano soprattutto l’educazione e la diffusione delle ideologie, il rapporto con le autorità religiose tradizionali e più generalmente con la politica. Essi hanno dato luogo nell’Asia meridionale a un attivismo multidimensionale (che sarà esaminato dopo aver premesso un breve quadro storico), ma esercitano anche una certa influenza in altre parti del mondo musulmano.

Il riformismo islamico è emerso, a partire dal XVIII secolo, nel segno di Shah Waliullah (1703-1762), teologo e mistico di Delhi. Come il suo contemporaneo Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhâb (1703-1792) fondatore del wahhabismo2, anche Shah Waliullah ha posto le basi del riformismo islamico nella regione ispirandosi alle opere del teologo di Damasco Ibn Taymiyya (1263-1328). Inizialmente il suo progetto di “purificazione” dell’Islam non ebbe una grande eco. Ma la perdita del potere politico da parte dei musulmani a favore dei britannici ebbe importanti ripercussioni sulle loro concezioni e pratiche religiose. In questo contesto emerse la Tariqa-i Muhammadiyya, il cui fondatore, Sayyid Ahmad Barelwi (1786-1831), ispirandosi a riformisti autoctoni quali Shah Abdul Aziz (1745-1823, figlio di Shah Waliullah) e a riformisti originari di altri Paesi come lo Yemen (per esempio ‘Alî al-Shaukânî, morto nel 1834), si schierò a favore di una riforma religiosa e sociale. Opponendosi allo stesso tempo al ruolo dei santi come intercessori tra Dio e gli uomini e alle somme colossali spese nei santuari sufi, Barelwi raccomanda innanzitutto l’abolizione del culto dei santi, protesta contro i costumi che ritiene influenzati dall’induismo, come l’abitudine di sposare nuovamente le vedove, si pronuncia a favore della soppressione delle pompose e costose cerimonie celebrate in occasione dei vari riti di passaggio e infine insiste sull’importanza di alcune pratiche islamiche cadute in disuso come il pellegrinaggio alla Mecca e il jihad.

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1Per motivi di spazio questo articolo tratterà esclusivamente del riformismo sunnita.
2Si veda l’articolo di Hamadi Redissi in questo stesso numero della rivista (N.d.R.).

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