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Religione e società

L’idea di tolleranza religiosa in età moderna

Il principio della libertà religiosa fu faticosamente guadagnato in età moderna, attraverso lotte sanguinose e prove di violenza. Ma la tolleranza fu ottenuta sacrificando il discorso della verità. Una più sicura fondazione può venire dalla considerazione della dignità della persona, su cui si è concentrato il Vaticano II.

Mons. Buzzi interviene alla conferenza di Oasis sulla libertà religiosa del 17 marzo. Foto: Martina Ferro

Da quando gli uomini vivono gli uni accanto agli altri, cioè da sempre, hanno avuto il problema di “accettarsi” o “tollerarsi” reciprocamente. Tuttavia, senza risalire ai primordi dell’umanità e accontentandoci di dare uno sguardo alle vicende della cristianità in età moderna, si può facilmente dire che la tolleranza, in materia religiosa, appare come un fenomeno carsico, nel senso che, a favore dei cristiani o contro i cristiani, all’interno della cristianità medesima tra fazioni diverse e, all’esterno, nell’atteggiamento dei cristiani riguardo alle altre religioni, si sono alternate pratiche esplicite di tolleranza ad altrettanti atteggiamenti di esplicita e violenta intolleranza.

 

 

È peraltro fuori discussione, a mio modesto avviso, che l’età moderna si presenti come un momento particolarmente interessante, proprio perché critico e al tempo stesso costruttivo, per ciò che concerne la maturazione dei temi della tolleranza e della libertà religiosa. Tuttavia, prima di immetterci nel travaglio che vide maturare queste idee, occorre premettere qualche considerazione generale, di semplice richiamo, ad alcuni tratti caratteristici dell’età moderna. Nel passaggio dalla respublica christiana alla nascita degli Stati nazionali ci troviamo di fronte a un quadro storico complesso, contrassegnato da mutamenti profondi. All’inizio dell’età moderna cambiano altresì i paradigmi metodologici del sapere, perché la scienza, fin qui basata principalmente, se non esclusivamente, sulle autorità, comincia a essere costruita in modo sempre più decisivo sull’osservazione e l’esperienza, la quale si offre come il terreno di verifica sicura delle ipotetiche teorie astratte. Dal punto di vista religioso viene meno anche il sentimento di una comune appartenenza di fede, infatti, la Riforma, ormai incontenibile all’altezza della convocazione del Concilio di Trento (1545-1563), genera reazioni alterne di adesione e di netto rifiuto. Inoltre la religione, a qualsiasi confessione si appartenga, tende a essere interpretata come un fattore sociale e civile, che facilita la coesione e la convivenza pacifica, dunque essa rappresenta un ingrediente politico rilevante di cui occorre tenere conto per servirsene nel modo più opportuno. Infine, dal punto di vista più strettamente politico, le mire egemoniche delle dinastie all’interno dei singoli Stati (per esempio, in Francia, i Guisa, cattolici, e i Borbone, protestanti), e le mire espansionistiche degli Stati, guidati da aspirazioni di protagonismo sullo scacchiere politico del tempo, determinarono tensioni all’interno dei singoli Stati nascenti e tra i diversi Stati, rendendo sempre più auspicabile un equilibrio che si rivelò, d’altra parte, sempre instabile, con la conseguenza delle consuete incertezze nella vita di tutti i giorni per milioni di persone.

 

 

Questo è lo sfondo generale, anche se sommariamente tratteggiato, sul quale si collocano i temi della tolleranza e della libertà religiosa in età moderna. Vale la pena di fare ancora un’annotazione di carattere generale circa la differenza che intercorre tra “tolleranza” e “libertà religiosa”. Credo sia condivisibile la seguente considerazione. In età moderna la “tolleranza” sembra essere una specie di concessione, fatta dal potere costituito, a qualche minoranza e a tempo determinato, trovando appunto tale atteggiamento di tolleranza la propria legittimazione o il proprio fondamento legittimante solo nella concessione da parte del potere civile1. La “tolleranza”, così intesa2, non si radica stabilmente nel valore della persona, ma nella disposizione di chi, di volta in volta, governa; invece, la “libertà religiosa” fa appello, come tale, alla persona stessa, al principio della libertà di coscienza che si radica nel valore insopprimibile e immodificabile di ogni singolo portatore della medesima dignità, vale a dire di ogni singola persona.

 

 

Questa idea di libertà religiosa sarà guadagnata lentamente e faticosamente attraverso tutto il dibattito culturale dell’età moderna, dibattito d’idee che s’impastò realisticamente con lotte di sangue e prove di violenza. Alla fine, tale idea di libertà religiosa sarà il risultato sintetico in cui convergeranno vedute e conquiste ideali di matrice diversa e di provenienza assai diversificata. Non è neppure difficile sostenere che l’idea di libertà religiosa, centrata sulla dignità della persona, cui giunse la Chiesa cattolica, attorno al Concilio Vaticano II, per quanto sia stata anche estrinsecamente sollecitata dal travaglio di pensiero dell’età moderna e dalle diverse correnti del liberalismo ottocentesco, presenti una radice metodologica che la differenzia dal semplice risultato cui pervenne la modernità nel suo insieme. Infatti, la libertà religiosa, proposta dalla dichiarazione Dignitatis humanae, ci appare guadagnata, in tutta la sua concretezza, senza minimamente tradire il criterio della verità oggettiva quale termine intrinsecamente correlativo e costitutivo della stessa esigenza di libertà oggettivamente radicata nella dignità della persona. Invece, come vedremo, tale correlazione sperimentò di fatto parecchi smarrimenti e sospensioni nel decorso del pensiero laico moderno, polemicamente staccatosi dalle prospettive offerte e tenute vive dalla rivelazione cristiana3.

 

 

1. Tra le diverse forze ideali, che contribuirono a fare raggiungere l’idea di libertà religiosa di cui si è detto, si annovera senz’altro l’umanesimo rinascimentale. Il primo degli autori importanti da questo punto di vista è Erasmo da Rotterdam. È sua ferma convinzione che i disordini, i litigi, gli scontri armati, gli omicidi e le stragi siano qualcosa di assolutamente non degno dell’uomo: chi si comporta così non merita nemmeno l’appellativo di “uomo”. Infatti, il buon senso e la retta ragione ci insegnano benevolenza, rispetto e intesa tra gli uomini. Tuttavia, dice Erasmo, se proprio non bastasse l’appello alla recta ratio, quello stato di guerra di tutti contro tutti è assolutamente inconciliabile con la dottrina o meglio la filosofia di Cristo, insomma il Vangelo. Per quanto riguarda il Vangelo occorre, però, individuare in esso le verità fondamentali, evitando di fare diventare oggetto di discussione (e quindi di contesa) molti altri aspetti che sono secondari, altrimenti si finisce per ritenere eretici tutti quelli che si scostano da come potremmo pensarla noi: «Una volta si considerava eretico chi dissentiva dai Vangeli, dagli articoli della fede o da verità che godevano di pari autorità. Ora, se qualcuno dissente leggermente da Tommaso [d’Aquino], è chiamato eretico
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