Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 19/03/2024 11:49:36

Questa settimana l’emittente televisiva saudita al-‘Arabiya ha mandato in onda tre interviste a tre donne di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dello Stato islamico proclamato califfo nel 2014 e ucciso nel 2019 da un raid delle forze americane (Chi è il Califfo? Ne avevamo parlato qui). Le protagoniste sono Asma Muhammad e Nur Ibrahim, prima e terza moglie di al-Baghdadi, e ‘Umayma, figlia nata dal primo matrimonio.

 

Velo calato sugli occhi invisibili, capo chino e tono dimesso, incalzata dal giornalista per quasi un’ora, Asma Muhammad racconta dei retroscena inediti della vita quotidiana del califfo: il rapporto di quest’ultimo con le quattro mogli e gli undici figli, gli anni della radicalizzazione, i continui spostamenti tra l’Iraq e la Siria, le discussioni sull’ “islamicità” o meno delle pratiche imposte dai militanti dello Stato Islamico, gli ultimi giorni del leader jihadista. Asma dipinge un ritratto impietoso del marito – uomo che «ha prima amato e poi odiato» – e conclude formulando un giudizio altrettanto severo e implacabile sullo Stato Islamico: «[i membri] dell’organizzazione pensano solo a loro stessi, alla propria sicurezza e ai propri desideri, per i loro interessi sono disposti a sacrificare la propria famiglia».

 

Quando si sono spostati nel 1999, spiega Asma, al-Baghdadi (si riferisce sempre a lui con la kunya, il soprannome) «era uno studente all’Università islamica, una persona normale, non aveva idee estremiste, aveva un pensiero normale, aperto. Le forze americane lo hanno arrestato nel 2004, ed è rimasto in prigione per un anno. Meno di due anni dopo la fine della sua prigionia ha iniziato a manifestare un cambiamento nei suoi pensieri». Asma racconta di aver scoperto solo dopo il 2010 che il marito aveva aderito ad “al-Qaida in Iraq”, anche se sapeva dal 2008 che era ricercato. Quell’anno, infatti, i due erano in visita alla casa di famiglia di lui a Samarra, quando le forze americane hanno fatto irruzione in casa e arrestato il fratello maggiore del marito. In quel momento, al-Baghdadi era assente. Tra il 2008 e il 2017, racconta Asma, sono anni di spostamenti continui, durante i quali al-Baghdadi ha manifestato segni di cambiamento anche dal punto di vista religioso: «Era stato un studente di religione, era praticante e conservatore, ma poi si è radicalizzato e non ci lasciava neppure uscire di casa». In quel periodo le personalità più vicine ad al-Baghdadi erano «Muhammad al-‘Adnani [portavoce di Daesh] e Abu Hamza al-Muhajir [leader di al-Qaida in Iraq dopo la morte di al-Zarqawi nel 2006]; erano spesso in casa con noi». Dov’era, le chiede il giornalista, il giorno della khutba – il sermone che al-Baghdadi tenne nel 2014 dal pulpito della moschea di Mosul per rivendicare il suo titolo califfale? «A Raqqa, a casa con i bambini – ha risposto la moglie. Al-Baghdadi è arrivato, ha preso i bambini con sé ed è uscito. Qualche giorno dopo abbiamo visto la khutba in tv. Aveva portato con sé Jaman, 7 anni, Hasan, 4 o 5 anni, Hudayfa, 14 anni». E dopo il sermone, la incalza il giornalista, ha parlato con suo marito? Gli ha chiesto perché aveva portato i bambini in quel posto? «Certo, ne abbiamo parlato, così come abbiamo parlato del califfato. La mia opinione era che il califfato, in quei termini, fosse ingiusto, perché il califfato ha delle condizioni. Dai libri e dalla storia dell’islam sappiamo che il vero califfato può esistere solo dopo il ritorno del Messia, la pace sia su di lui. Io non credo che il califfato in questo tempo sia giusto». Ma la risposta di al-Baghdadi, spiega Asma, è stata che «il califfato è presente in ogni tempo e in ogni luogo». Dopo la khutba, la famiglia è tornata a Mosul, spiega Asma. Il sermone è un momento spartiacque. La vita da quel giorno «è cambiata molto. In quel momento abbiamo sentito di essere davvero in pericolo come famiglia». «Abbiamo continuato a spostarci tra Mosul e Raqqa». In quel periodo al-Baghdadi si muoveva in assoluta libertà, «guidava lui la macchina quando ci spostavamo, si sentita il califfo, sentiva di essere lo Stato, aspettavano solo il riconoscimento internazionale di quello Stato». In quegli anni, racconta Asma, nella vita del leader dell’ISIS sono entrate molte donne. «Prima della proclamazione del Califfato ha sposato una donna siriana di Aleppo, ‘Aisha, madre di cinque figli, che era stata sposata con il capo di una squadriglia in Siria. A seguito dell’uccisione del marito era andata a vivere in Arabia Saudita, ma è tornata in Siria per sposare al-Baghdadi. Subito dopo l’annuncio del califfato, al-Baghdadi si è sposato per la terza volta con un’irachena di 14 anni, figlia di una persona vicina a lui», cioè Nur Ibrahim, la terza moglie che ha partecipato alle interviste.

 

Il giornalista le domanda anche che cosa pensasse delle donne yazide che venivano fatte prigioniere dai militanti dello Stato Islamico e poi vendute. Asma prende le distanze da questa pratica, definendola «una cosa naturale e usuale nell’antichità, ma inaccettabile per chiunque nel XXI secolo». Lo Stato Islamico, «si è trasformato nello Stato delle donne». E racconta di non aver mai avuto molto a che fare con queste donne yazide, salvo con una ragazza, Siban Khalil, e una bambina, Riham, che ha vissuto qualche giorno in casa con lei. E tiene a sottolineare che tutte le yazide che transitavano in casa sua, anche solo per alcune ore, «venivano trattate con umanità».

 

Questa affermazione però è stata smentita nei giorni successivi all’intervista da alcune dichiarazioni rilasciate ad al-‘Arabiya dalla stessa Siban Khalil, la quale dice di aver vissuto sei mesi con la moglie di al-Baghdadi e di essere stata maltrattata. Siban, inoltre, accusa Asma di aver dichiarato il falso nell’intervista ad al-‘Arabiya – «ha preso parte attivamente, insieme al marito, al lavoro dell’organizzazione» e «comprava le prigioniere, le rivendeva e le portava anche a suo marito». Come avrebbe fatto con Riham, la bambina yazida di sette anni, menzionata dalla stessa Asma nell’intervista che, a detta di Siban Khalil, la moglie di al-Baghdadi avrebbe venduto ad alcuni parenti. 

 

Le cose si sono complicate «nel 2015, dopo l’uccisione di Abu Sayaf al-Tunisi [uno dei capi dello Stato Islamico], spiega ancora Asma. «La situazione per noi è diventata tragica, abbiamo iniziato a fare una vita da reclusi, non potevamo più uscire né sul balcone né nel giardino, e lui era sempre lontano. L’inizio della fine dell’organizzazione è stato veloce; ci spostavano di continuo, ogni giorno cambiavamo luogo e casa, ogni ora eravamo in macchina. Avevamo paura». Il giornalista chiede ad Asma un giudizio sulle distruzioni delle città e sulle barbarie commesse dai miliziani nei confronti delle persone: «Dicevano che ciò che facevano era consentito dalla religione, ma io credo che non fosse così. Molto di ciò che hanno fatto non aveva alcunché di religioso», risponde Asma. La moglie fa luce anche sulle ultime settimane del “califfo”: «Dopo gli attacchi russi alla città di Abu Kamal, ci siamo spostati a casa del fratello maggiore di al-Baghdadi. Al-Baghdadi ci ha raggiunti lì, ma non ci ha detto che era previsto che andassimo in Turchia. Siamo partiti in direzione di Idlib, e poi da lì abbiamo raggiunto la Turchia. Il viaggio da al-Sha‘fa [piccola cittadina siriana ai confini con l’Iraq] a Idlib è durato sei giorni. Qui siamo rimasti circa un mese, durante il quale lui non è mai venuto a farci visita. Durante l’ultimo incontro ha trascorso con noi una sola notte. Non siamo stati insieme perché la casa era molto affollata, c’erano suo fratello, sua moglie, i suoi figli, poi ci ha raggiunto anche la famiglia di Abu Hasan al-Muhajir. Dopo un mese, ci siamo spostati in Turchia». In Turchia, racconta Asma, «siamo stati nella città di Denizli. Dopo sei mesi, ci siamo divise, io con i miei figli e Nur [la terza moglie di al-Baghdadi] ci siamo trasferiti ad Hatay accompagnate dal figlio di suo fratello», mentre le altre due mogli, la cecena e l’aleppina sono andate altrove. «Questa organizzazione è stato un capitolo oscuro della storia, e si è concluso».

 

‘Umayma è una delle figlie di Baghdadi, nata nel 2002 dal matrimonio con Asma. Ha incontrato il padre per la prima volta nel 2012 in Iraq. Nei 15 minuti di intervista, la giovane racconta la sua sorpresa e il senso di straniamento provato nel vederlo in tv pronunciare il sermone nel 2014 – «quando ha lasciato Raqqa non sapevamo che stava andando a pronunciare il sermone. L’abbiamo visto in tv e ci siamo sorpresi molto» –; il suo matrimonio con Mansur all’età di 12 anni e lo scontento della madre, che ha trovato la figlia sposata tornando a casa dall’ospedale dopo aver partorito sua sorella. Ma questo, è stato un matrimonio breve «durato due anni, fino a quando Mansour è stato ucciso in un raid a Raqqa». A quel punto, racconta la ragazza, lei si è trasferita ad al-Mayadin, piccola cittadina siriana tra Deir el-Zor e Abu Kamal, con al-Baghdadi e le sue mogli, che nel frattempo erano diventate quattro. ‘Umayma racconta poi degli screzi tra le donne della casa, e dei dissapori che si erano creati tra lei e la moglie aleppina del padre – «è una donna detestabile, non mi è mai piaciuta, creava problemi in famiglia. Per esempio, gli [a Baghdadi] riferiva le cose che facevamo e lui veniva da noi arrabbiato. Se guardavamo i cartoni animati, lei andava da lui e gli diceva “Perché permetti questo? ‘Umayma è grande”. Lui la ascoltava, veniva da me e mi diceva che non dovevo guardare i cartoni perché ero grande e dovevo prendermi cura dei miei fratelli». La ragazza conferma la presenza in casa di alcune donne yazide fatte prigioniere dal padre, una pratica che definisce «sbagliata», e menziona sia la piccola Rihad, sia Siban, che, secondo le sue dichiarazioni, avrebbe vissuto in casa con loro per circa 15 giorni.

 

Nur Ibrahim è la terza moglie di al-Baghdadi. Nell’intervista ha un tono dimesso, gli occhi verdi vagano per la stanza, mentre risponde in dialetto alle domande del giornalista. Nur è stata costretta a sposare al-Baghdadi a 14 anni. Dei primi mesi dopo il matrimonio racconta di aver «vissuto un periodo a Raqqa, poi ci hanno bombardato la casa e ci siamo spostati nella città di al-Bab [vicino ad Aleppo], dove siamo rimasti una settimana. Da qui siamo andati a Mosul. […] Io, le altre mogli e le dieci prigioniere [yazide] abbiamo vissuto un periodo tutte insieme nella stessa casa, ci siamo divise quando siamo arrivate a Mosul». Con aria rassegnata, Nur conferma i racconti della prima moglie circa i continui spostamenti tra l’Iraq e la Siria, le visite fugaci del marito – «veniva a farci visita ogni quindici giorni o una volta al mese. Si fermava uno, due giorni e poi ripartiva», dei conflitti tra le mogli, e dei tentativi di fuga delle prigioniere yazide. Ma lei, non ha mai pensato di fuggire, ha spiegato, «perché non avrei saputo doveva andare, non avevo contatti, non avevo un telefono. A casa, era proibito avere un telefono, neppure lui lo usava». Oggi Nur è in prigione, con il figlio.

 

Il futuro di Hamas (e della politica palestinese) tra colpi di Stato, epurazioni e ridenominazioni [a cura di Mauro Primavera]

 

Prosegue il dibattito all’interno della stampa araba sugli scenari politici del dopoguerra e sul futuro dello Stato palestinese. Il quotidiano panarabo al-‘Arab, tradizionalmente anti-islamista, discute la problematicità della leadership di Yahya Sinwar, capo politico di Hamas a Gaza e architetto dell’operazione “Diluvio di al-Aqsa”: «sbarazzarsi di lui è diventato un bisogno impellente tra i membri del movimento che vivono all’estero», soprattutto Ismail Haniyeh e Khaled Meshal. Questi, secondo il quotidiano, temono che Sinwar possa attuare un colpo di Stato espellendoli dall’“ufficio affari politici”, organo  che controlla l’organizzazione dal Qatar. «Ancora una volta, le rivalità interne ad Hamas stanno portando ad uno scontro militare e ad una politica di epurazione nella leadership del movimento al fine di porre rimedio alle conseguenze della guerra». Per contro, la testata di proprietà qatariota al-‘Arabi al-Jadid ha pubblicato un articolo in cui si prende in considerazione l’idea di sostituire l’inefficiente e corrotta Olp di Abu Mazen con Hamas che invece è sostenuta da un’ampia base popolare: un ragionamento che avrebbe senso «dal mero punto di vista della realpolitik». È vero che il movimento è considerato un’organizzazione terrorista dall’Occidente, ma per l’autore, l’accademico palestinese e autore di diversi libri su Hamas Khalid al-Hurub, sarebbe sufficiente «cambiarne il nome e la struttura interna preservando però la sua essenza di movimento di resistenza». Al-Hurub propone di rinominarla “Fronte della Resistenza e della Liberazione della Palestina”, un rebranding che darebbe vita a una nuova fase della politica palestinese: «se Hamas cambiasse il suo aspetto esteriore, anche se all’inizio sarà solo in maniera formale, faciliterebbe il processo di avvicinamento con le altre formazioni palestinesi» e soprattutto, permetterebbe al movimento di stringere legami con i Paesi del mondo arabo. Sempre su al-‘Arabi al-Jadid, il Segretario generale del Movimento di Iniziativa Nazionale Palestinese Mustafa Barghouti espone – in maniera non troppo originale, va detto – la sua visione sul futuro del “progetto nazionale”, che dovrà sanare i fallimenti dell’Olp e degli Accordi di Oslo: serve anzitutto creare una «guida nazionale unificata», adottare un sistema democratico efficace e un programma demografico ad hoc, volto a contrastare le politiche di insediamento israeliane. Su Al Jazeera, il ricercatore Tareq Hammud propone una soluzione a metà tra quella di Barghouti e quella di al-Hurub: sì all’ingresso di Hamas e del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina nell’Olp. Ciò «non correggerà di certo l’organizzazione, ma rappresenterà comunque un necessario e concreto punto di partenza per il programma di riforme». Per al-Sharq al-Awsat tutto ciò non basta a rivitalizzare il movimento di Abu Mazen: l’Autorità Nazionale, infatti, «ha bisogno di qualcosa di più delle riforme. L’Autorità ha bisogno di nuovo ossigeno», ossia il tamkīn: la capacità (o possibilità) di avvalersi di strumenti e di utilizzare poteri previsti sulla carta, ma che di fatto sono rimasti inapplicati. Servono inoltre elezioni libere e democratiche, considerate come la «spina dorsale di un autentico pacchetto di riforme». Per al-Quds al-‘Arabi, la proclamazione di uno Stato arabo che coesista con a Israele è condizione necessaria, ma non sufficiente, alla realizzazione della pace: «nella mente dell’amministrazione americana, questo Stato sarebbe privato delle armi e dalla sovranità statuale limitata», facendolo assomigliare più ad una «amministrazione municipale» per giunta presente soltanto su una piccola parte dei territori palestinesi.   

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