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Schiacciati tra guerra civile e terrorismo islamista

Gli ultimi quattro anni sono stati un incubo senza fine per la Siria e tutto il suo popolo: guerra, fame, distruzione, odio. In particolare la minoranza cristiana rischia letteralmente di sparire a breve termine da quella terra. L’arcivescovo melchita di Aleppo spiega la posizione assunta dai vescovi prima e durante la guerra, molto criticata da alcuni, e chiede uno scatto all’Occidente per fermare ISIS e per ricostruire la pace, condizione necessaria alla ripresa.

Rifugiati siriani

In Siria, il mio Paese, i cristiani sono presi nel mezzo di una guerra civile e devono oggi sopportare la rabbia dell’estremismo jihadista. E non è giusto che l’Occidente ignori le persecuzioni che queste comunità cristiane stanno vivendo.
I cristiani siriani sono in grave pericolo. Potremmo presto sparire. […] Permettetemi perciò di darvi un’idea di quello che sta accadendo nella parte del mondo in cui vivo. […]
Per la Chiesa la cosa più importante è che la pace sia ristabilita! E che grazie alla pace, si istituisca una democrazia non confessionale e pluralistica, che garantisca a tutti i siriani i loro diritti che Dio ha dato loro per vivere come cittadini a pieno titolo nel Paese in cui sono nati e dove sono sepolti i loro antenati.

La realtà nel mio Paese e nella regione è complessa, e si intreccia a molte sfumature storiche, sociali e religiose. Permettetemi toccare uno dei problemi centrali che tormentano i cristiani e i loro pastori in Siria. Alcuni si domandano perché i capi religiosi e i Vescovi non siano stati i primi a sostenere i ribelli che, apparentemente, combattevano per la libertà e la democrazia del loro Paese. Se le cose fossero proprio state così, la Chiesa sarebbe stata la prima ad allearsi alla rivolta e a porsi a capo di coloro che chiedevano riforme sostanziali nella gestione politica della Siria, riforme che conducessero a una transizione democratica. Ma l’opposizione moderata non ha mai avuto una vera possibilità, nonostante le sue intenzioni. Il risultato è che mentre i capi cristiani in Siria chiedono la riconciliazione, la pace e l’apertura, le fazioni islamiche radicali stanno invocando il jihad e l’esclusione, una specie di apartheid per tutti i non musulmani.

Per decenni i cristiani siriani hanno vissuto pacificamente accanto a una maggioranza musulmana che era tollerante. […] Ma non è più così. I cristiani siriani sono disorientati dall’implosione di uno stile di vita che era tranquillo e sicuro. Hanno paura a lasciare le loro case, evitano di uscire dalle loro città e dai loro villaggi o lo fanno solo per spostarsi in altre regioni dove sperano di trovare un rifugio sicuro. Nelle zone pericolose come Aleppo e i villaggi vicini alla Turchia, ancor più che dai combattimenti e dai bombardamenti, la popolazione è terrorizzata dai rapimenti, dai cecchini, dalle auto-bomba, dai colpi di mortaio, dai saccheggi… Tutto ciò ha raggiunto il culmine con la comparsa di Isis. I cristiani sono vittime di una guerra di distruzione condotta da certe nazioni che traggono vantaggio dalla situazione di caos. Questi elementi stranieri hanno incoraggiato una guerra fratricida. Hanno introdotto armi, denaro e decine di migliaia di combattenti, jihadisti, fondamentalisti, stranieri e mercenari, reclutati da diversi Paesi.

Sinceramente non so se Aleppo sia stata dichiarata “zona disastrata” dalle potenze internazionali o meno. Ma so per certo che Aleppo è realmente una zona disastrata: una zona disastrata umanamente, materialmente ed economicamente. I cittadini di questa città grande e bella, con i suoi settemila anni di storia, dopo quattro anni di una guerra insensata, si trovano in una situazione disperata. La prosperità di cui Aleppo godeva e che la collocava tra le città più importanti della regione è andata perduta.
Innumerevoli attacchi, e più recentemente il bombardamento del quartiere cristiano durante il triduo di Pasqua, hanno distrutto le sue chiese, le sue fabbriche e la sua fiorente industria, le infrastrutture e le istituzioni sociali e amministrative, l’area commerciale, i leggendari sûq, le case antiche, le scuole e gli ospedali. Il risultato è che la Siria ha perso una delle sue maggiori fonti di crescita economica. […]

Fin dall’inizio di questa guerra insensata, la Chiesa ha invitato il regime ad attuare le riforme richieste dalla maggioranza dei cittadini, e al contempo si è battuta per la fine del conflitto armato, chiedendo di avviare negoziati che potessero permettere di trovare una soluzione politica alla crisi. L’Assemblea dei Vescovi del mio Paese, insieme al Papa, non ha mai cessato di invitare i fedeli alla preghiera, i combattenti a deporre le armi e le nazioni a cessare i loro interventi militari.
Siamo naturalmente grati che un’ampia coalizione di nazioni si sia impegnata per fermare ISIS. Spero e prego che questa lotta possa essere vinta. Tuttavia, sia in Siria che in Iraq, le comunità cristiane, oltre ad altre minoranze fragili, sono oggi indifese davanti agli assalti di ISIS, specialmente quando rappresentano il principale obiettivo della campagna di pulizia religiosa del “califfato”. Se vogliamo che queste persone sopravvivano, gli Stati Uniti e i loro alleati devono impegnarsi in una maggiore protezione e devono mettere in atto una strategia più aggressiva.

Per esempio, durante i combattimenti nel nord-est della Siria, la cattura di diverse centinaia di cristiani assiri avrebbe potuto essere evitata se solo gli Stati Uniti avessero iniziato prima i loro raid. Il recente sforzo di coordinamento, che ha incluso le truppe curde sul campo, si è dimostrato efficace nel far retrocedere ISIS, ma per molti assiri questo aiuto è arrivato troppo tardi. I responsabili della Chiesa nella regione hanno accolto positivamente l’appello del Vaticano a un’adeguata reazione militare contro ISIS e altri gruppi estremisti che minacciano i cristiani e le altre minoranze, d’accordo con l’insistenza di Papa Francesco secondo cui l’uso della forza è «legittimo [quando messo in atto] per fermare un aggressore ingiusto». […]

Anche i beni di prima necessità delle popolazioni vulnerabili (riparo, cibo e assistenza medica) devono essere seriamente presi in considerazione. Di recente, infatti, la tranquilla cittadina di Idlib, nel nord della Siria, è stata colpita dal disastro dell’esecuzione dei cristiani da parte di ISIS. Molti sono stati sfollati e il parroco della città, padre Ibrahim Farah, è stato rapito. Poi, il 19 aprile, è stato diffuso il video nel quale alcuni militanti di ISIS massacrano trenta cristiani etiopi in Libia.
Quali orrori dovranno ancora essere commessi prima che il mondo si impegni più attivamente per fermare gli omicidi?

Una volta che, a Dio piacendo, ISIS verrà sconfitto e la pace sarà riportata nelle nostre terre, i cristiani dovranno poter contare sulla protezione militare, stabile e a lungo termine, degli Stati Uniti e dei loro alleati. Affinché non si ripetano le tragedie degli ultimi quattro anni, dovrà essere costituito un sistema di protezione inviolabile. Per assicurare la stabilità politica, inoltre, è necessario che ai leader cristiani, sia laici che religiosi, sia data voce e rappresentanza al tavolo dei negoziati, perché possano agire da ponte tra sciiti e sunniti e aiutare lo sviluppo di un sistema politico che assicuri diritti a tutti i cittadini.
Da ultimo, ma non meno importante, come tutti coloro la cui vita è stata sconvolta da anni di guerra, anche i cristiani hanno bisogno di un aiuto concreto, finanziario, per ricostruire le loro vite, specialmente dal punto di vista professionale. Se i cristiani non riceveranno i mezzi per guadagnarsi da vivere, non ci sarà modo per loro di rimanere in Siria o in Iraq. Il rammarico espresso dalle gerarchie per l’emigrazione di massa può fare ben poco se le Chiese non forniscono al loro gregge gli strumenti per ricostruire le loro vite. […]

Con la grazia di Dio e con l’aiuto di organizzazioni come Aiuto alla Chiesa che Soffre, stiamo rispondendo ai bisogni umanitari della nostra gente, spesso con grande difficoltà. Abbiamo bisogno del vostro costante sostegno per guardare oltre la crisi che abbiamo di fronte. Per questo ho lanciato la proposta di creare “Build to Stay” [Costruire per restare], un’iniziativa sociale cristiana sostenuta da un fondo di solidarietà, che potrà aiutare falegnami, idraulici, insegnanti, avvocati, artigiani e altri, a rimettersi in piedi acquistando la le attrezzature di cui hanno bisogno per ricominciare: per ricostruire Aleppo e le loro vite.
Se l’iniziativa funzionerà ad Aleppo, il modello potrà essere replicato in tutta la Siria e non solo. Quando Dio ci darà pace e stabilità, questo progetto potrà raccogliere molte persone e volontari per costruire il futuro della nostra comunità. L’iniziativa trasformerà nuovamente Aleppo nel vibrante fulcro commerciale della Siria e del Medio Oriente. Il sostegno dei nostri fratelli cristiani in Occidente è estremamente necessario. Sono disposti ad ascoltare il nostro disperato appello? Se lo faranno, saremo loro eternamente grati!

Se la guerra civile siriana proseguirà, la violenza e il caos attecchiranno inevitabilmente nei Paesi vicini. Si può ben immaginare il cruento scenario che ci aspetta con le tragiche conseguenze per la presenza cristiana nella regione. Sono convinto che il primo compito dei cristiani sia lottare per la pace nella nostra terra e nella nostra regione. Questo è il mio compito come successore degli Apostoli: mantenere viva la Chiesa nella terra in cui è nata, una terra resa santa dal sangue di innumerevoli martiri, di ieri e di oggi. La sofferenza del mio popolo è una ferita per l’intero Corpo di Cristo. Sappiamo di avere un compito difficile, ma in quanto cristiani sappiamo anche che Colui in cui abbiamo posto la nostra fiducia è fedele, non abbandona mai i Suoi. Lui, che è venuto per restare con i Suoi, non li lascerà mai a cavarsela da soli.

Aleppo, 23 aprile 2015

[Discorso pronunciato all’Edward Cardinal Egan Catholic Center, New York University, il 28 aprile 2015]

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