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«Vi imploro: aiutateci a tornare alle nostre vite»

La testimonianza e la richiesta di aiuto di una suora domenicana di Mosul: come la violenza dei terroristi di Isis si è abbattuta sulle comunità cristiane della piana di Ninive, come sono stati cacciati dalle loro case gli “infedeli” e come viene attuato in modo sistematico un genocidio di cristiani e distrutto un patrimonio di arte, storia e memoria.

Rifugiati iracheni

Suor Diana Momeka, fuggita da Qaraqosh l'estate scorsa, presta servizio oggi a Erbil in un dispensario aperto per aiutare le migliaia di sfollati giunti come lei nel Kurdistan iracheno. Oasis l'ha conosciuta e vista all'opera mentre si occupava delle centinaia di persone che ogni giorno chiedono il suo aiuto. Senza mai perdere la speranza.



Testimonianza resa al Congresso americano, Washington, 13 maggio 2015

«Nel novembre del 2009 nel nostro convento a Mosul era esplosa una bomba. In quel momento nell’edificio c’erano cinque nostre consorelle, ma sono state fortunate perché sono rimaste illese. La nostra superiora, suor Maria Hanna, chiese allora protezione alle autorità civili, ma la sua richiesta è rimasta inascoltata. Perciò non ebbe altra scelta che il trasferimento della comunità a Qaraqosh.

Poi, il 10 giugno del 2014, il cosiddetto Stato Islamico in Siria e Iraq, o ISIS, ha invaso la piana di Ninive, dove si trova Qaraqosh. Iniziando da Mosul, ISIS ha invaso una città dopo l’altra, costringendo i cristiani della regione a scegliere tra una di queste tre opzioni: convertirsi all’Islam, pagare una tassa (la jizya) a ISIS o lasciare la propria città, città come Mosul, con null’altro che i propri vestiti in valigia. Questo orrore si è diffuso per tutta la piana di Ninive e già alla volta del 6 agosto 2014, Ninive era stata svuotata dei cristiani. Tristemente, per la prima volta dal settimo secolo d.C., nella piana di Ninive le campane delle chiese non hanno suonato per chiamare i fedeli alla messa della domenica.
Dal giugno del 2014 in poi più di 120.000 persone si sono trovate sfollate e senza casa nella regione del Kurdistan iracheno, lasciando dietro di sé il loro patrimonio e tutto quello per secoli avevano costruito. Questo sradicamento, questo furto di ogni bene che i cristiani possedevano, li ha colpiti nel corpo e nell’anima, spazzando via la loro dignità e la loro umanità.

Come se non bastasse la ferita, si è aggiunta l’offesa: le iniziative e le azioni del governo iracheno e del governo curdo sono state nel migliore dei casi modeste e lente. A parte il fatto di permettere ai cristiani di entrare nella loro regione, il governo curdo non ha offerto alcun aiuto, né finanziario né materiale. Comprendo bene la grande tensione che queste circostanze hanno generato a Bagdad e a Erbil. Ma è passato quasi un anno e i cittadini iracheni cristiani hanno ancora un disperato bisogno di aiuto. Molte persone hanno trascorso giorni e settimane nelle strade prima di trovare un riparo, una tenda, una scuola e un posto dove stare. Per fortuna la Chiesa nella regione del Kurdistan si è fatta avanti e si è presa cura dei cristiani sfollati, facendo del suo meglio per affrontare questo disastro. Gli edifici della Chiesa sono stati aperti per accogliere le persone. Sono stati offerti cibo e altri beni necessari a rispondere ai bisogni immediati delle persone, così come sono stati garantiti servizi e assistenza medica. Inoltre la Chiesa ha lanciato un appello e molte organizzazioni umanitarie hanno risposto con aiuti per migliaia di persone nel bisogno.

Ora siamo grati per quanto è stato fatto, con la maggioranza delle persone sistemate in piccoli container prefabbricati o alcune case. Anche se sono una soluzione migliore che vivere per la strada o in edifici abbandonati, queste piccole unità sono poche e sovraffollate, a volte con anche tre famiglie composte ciascuna da più persone. Questo naturalmente accresce le tensioni e i conflitti, anche all’interno della stessa famiglia.
Ci sono alcuni che chiedono: «Perché i cristiani non lasciano l’Iraq e non si trasferiscono in un altro Paese e non la fanno finito con questa situazione?» A questa domanda potremmo rispondere: «Perché dovremmo lasciare il nostro Paese? Che cosa abbiamo fatto? I cristiani sono stati i primi ad abitare questa terra. Si legge di noi nell’Antico Testamento. Il Cristianesimo è giunto in Iraq fin dai primissimi giorni, grazie alla predicazione e alla testimonianza di San Tommaso, di altri apostoli e dei primi discepoli.

Anche se hanno subito ogni tipo di persecuzione, i nostri padri sono rimasti nella loro terra costruendo una civiltà che ha servito l’umanità per secoli. Noi, come cristiani, non vogliamo lasciare o essere costretti a lasciare il nostro Paese più di quanto anche voi non vorreste lasciare o essere costretti a lasciare il vostro. Ma la persecuzione che sta affrontando oggi la nostra comunità è la più brutale della nostra storia. Non solo siamo stati derubati delle nostre case, dei nostri beni e della nostra terra, ma anche il nostro patrimonio culturale è andato distrutto. Isis ha distrutto e bombardato, e continua a farlo tuttora, le nostre chiese, i nostri oggetti e luoghi sacri, come il monastero di Mar Behnam e Sara, del quarto secolo, o il monastero di San Giorgio a Mosul.

Cacciati e sfollati a forza, abbiamo capito che ISIS pianifica di evacuare la terra dei cristiani e ripulirla di ogni prova della nostra esistenza. Questo è un genocidio umano e culturale. I soli cristiani rimasti nella piana di Ninive sono quelli tenuti in ostaggio. Per restaurare e ricostruire la comunità cristiana in Iraq sono urgenti le seguenti azioni:

- liberare le nostre case da ISIS e aiutarci a ritornare;
- uno sforzo coordinato per ricostruire quando è stato distrutto, strade, acquedotti, reti elettriche e edifici, chiese e monasteri compresi;
- incoraggiare le imprese che contribuiscono a ricostruire l’Iraq e il dialogo interreligioso; questo potrebbe essere fatto attraverso le scuole, le accademie e progetti pedagogici;

Io sono solo piccola persona, vittima io stessa di ISIS e della sua brutalità. Venire qui è stato difficile per me. Come religiosa non sono a mio agio con i media e con così tanto clamore. Ma sono qui e sono qui per chiedervi, per implorarvi, per amore della nostra comune umanità, di aiutarci. Siate solidali con noi, come noi cristiani siamo stati solidali con tutte le persone del mondo, aiutateci! Non vogliamo altro che tornare alle nostre vite. Non vogliamo altro che tornare a casa.
Grazie, Dio vi benedica.»

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