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Medio Oriente e Africa

La politica estera al tempo di Isis e wikileaks

I confini del Medio Oriente che si vanno ridefinendo, il grido dei cristiani e delle minoranze colpite dalla violenza cieca e virale dei jihadisti, le emergenze umanitarie che la guerra ha generato insieme al riposizionamento di Europa, America, Paesi arabi: lo sguardo italiano su ciò che accade sulle sponde del Mediterraneo e oltre. Questo articolo è un'anticipazione del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

Il Vice Ministro Pistelli con il presidente della Repubblica irachena [Foto: Facebook, Lapo Pistelli]

Intervista al Vice Ministro degli Affari Esteri Lapo Pistelli, a cura di Maria Laura Conte.

Seguire le sue tracce sui social network vuol dire girare virtualmente per il mondo, dall’Onu a New York ai campi profughi di Erbil, tra diplomazia, emergenze umanitarie, cooperazione e rilancio delle relazioni internazionali. Lapo Pistelli, classe 1964, laureato in Scienze Politiche a Firenze, impegnato in politica fin da ragazzo, dal 2013 è deputato del Partito Democratico al Parlamento italiano e vice Ministro degli Affari Esteri. Nell’anticamera del suo studio, come nel suo profilo di Facebook, sono esposte mappe antiche, quasi a suggerire l’orizzonte largo, geografico e storico, nel quale si muove. Da una pagina di storia recente prende avvio la conversazione.

«È stato facile provocare questa amministrazione e portarla dove volevamo. Ci basta mandare dei mujaheddin e sollevare una banderuola di Al-Qaeda perché i generali accorrano, aumentando le perdite finanziarie e politiche degli Stati Uniti». Sono parole di Bin Laden, pronunciate nel 2004. Dieci anni dopo, cambiati i nomi degli attori, si va ripetendo la stessa dinamica: provocazione e guerra?

Rispondo con due considerazioni. La prima: le Torri Gemelle sono state ricostruite e Bin Laden non c’è più. Il disegno trionfalistico di quell’affermazione ha subito una battuta di arresto. Certo il confronto con il terrorismo è sempre asimmetrico, in quanto esso per sua natura “vince quando non perde”, mentre “le istituzioni regolari perdono quando non vincono”, come insegna Kissinger. Sconfiggere il terrorismo era e resta un obiettivo assoluto e quindi per sua natura non realizzabile da parte della politica, che agisce sempre per finalità relative. Sarebbe come dire che si vuole sconfiggere il male: un obiettivo nobile ma politicamente non realizzabile. Si può limitare la sua capacità offensiva, non sconfiggerlo. La seconda considerazione ha a che fare con la natura della minaccia di Isis, qualitativamente diversa da quella di Al-Qaeda. L’attentato dell’11 settembre ha rappresentato sia l’apogeo che l’inizio del declino di Al-Qaeda, l’atto più spettacolare e al tempo stesso irripetibile. Al Qaeda voleva provocare l’implosione dell’Occidente attraverso una sovraesposizione delle sue capacità economiche e militari. La storia ha mostrato poi, invece,la divisione e la frammentazione di Al-Qaeda sulla base di un franchising del terrore che ha portato l’organizzazione a combattere per obiettivi diversi nel Maghreb islamico, nella Penisola Arabica, in Yemen, in Iraq al tempo di Zarqawi… Il disegno strategico di Is è tutt’altro: è un movimento jihadista terrorista che, mentre conquista il territorio, si fa stato sulla base di una mappa del VII secolo, non del XXI. Is combatte i musulmani apostati siano essi sunniti o sciiti, e a maggior ragione tutti i non musulmani e - in questa sua potenziale capacità di scomporre i confini e di ridisegnare una mappa del Medio Oriente - è qualitativamente più pericoloso di Al-Qaeda.

La giusta risposta anche al grido di aiuto dei Patriarchi Orientali in difesa di tutte le minoranze perseguitate da Isis?

Il loro grido è stato l’origine vera di questa reazione. Molte cancellerie occidentali, fintanto che il conflitto jihadista aveva l’aspetto di una guerra civile intra-sunnita, non vi hanno dedicato più di tanta attenzione. Quando però ha iniziato a interessare altre minoranze che rischiavano lo sterminio, si è sollevato un altro tipo di reazione. Non vorrei che l’immagine del Medio Oriente che molti di noi hanno conosciuto diventi un’immagine del passato in bianco e nero. Era ed è un caleidoscopio di culture antiche, capaci di convivenza. Lo sradicamento di minoranze millenarie dalla loro terra d’insediamento è una barbara riduzione a un mondo monocromatico, che ci dice molto di Isis: lo sterminio di tutto ciò che è diverso per far spazio a una monocultura totalitaria.

Chi è dovuto scappare, ritornerà?

No, è impossibile che tutti ritornino. È giusto lavorare perché ritornino o non vadano più via, ma nei mesi estivi del 2014 in alcuni contesti si sono rotte le condizioni di fiducia di una comunità nei confronti dell’altra. Una buona parte delle persone in fuga se è sentita tradita da comunità con cui conviveva fino al giorno prima. Alcune comunità sunnite all’arrivo di Isis hanno preferito scendere a patti piuttosto che proteggere la pluralità originaria della società cui appartenevano. Questo ha creato una frattura profonda in molti, che ritengono adesso impossibile tornare indietro. La sfida principale ora è creare condizioni minime di sicurezza in quelle zone, sconfiggendo la presenza di Isis. Ricreare misure di mutua fiducia sarà poi un secondo capitolo. Per quelli che hanno deciso di non tornare si tratterà poi di strutturare politiche di accoglienza ben più robuste.

Chi sono i soggetti che stanno decidendo il destino di questi popoli? Chi gioca la vera partita?

Non credo che ci siano giocatori nell’ombra nella decade di Wikileaks, in cui neppure la diplomazia criptata riesce a rimanere tale. Credo che sia un grande gioco che avviene in un momento in cui ogni giocatore sul piano internazionale è in fase di ridefinizione del proprio ruolo, l’America, l’Europa, i Paesi arabi, per non parlare del ruolo degli attori non statuali… Questo rende oggi il gioco più complesso.

E quale ruolo si stanno ritagliando i Paesi del Golfo?

Sono stati investiti da un processo di trasformazione come tutti gli altri, e hanno reagito al vento delle Primavere arabe proteggendo le proprie monarchie. Ma è difficile per loro pensare di rimanere nel medio periodo uguali a se stessi, a causa dei processi di modernizzazione che li investono.

Come cambia la diplomazia al tempo della comunicazione istantanea dei social?

Fare relazioni internazionali oggi è molto più complicato di ieri, perché l’intreccio tra relazioni internazionali, sommovimenti culturali e religiosi ed interessi economici è molto più intricato di trenta o cento anni fa. È aumentata la forza di condizionamento dell’economia, dell’ambiente mediatico e informativo, ed è cresciuto anche il protagonismo di soggetti internazionali che non sono più soltanto gli enti statuali: le chiese e i movimenti, i media e la società civile, le ONG, i trend setter del costume sono in grado di mettere in moto sommovimenti che condizionano le relazioni internazionali. Questo ha un diretto impatto non solo sul ruolo degli Stati, ma anche sull’armamentario oggi più sofisticato, composto di diplomazia tradizionale e di soft power che uno Stato può esercitare secondo le proprie caratteristiche nazionali. Per fare un esempio: per il Regno Unito è molto più importante che l’inglese sia la lingua globale del millennio, piuttosto che avere testate nucleari sul proprio territorio, classico strumento di hard power del XX secolo. L’Italia è soggetto più forte rispetto al peso economico o politico che effettivamente riesce a esprimere, perché rappresenta nell’immaginario collettivo di tanti un way of life, che le permette di entrare in diverse agende.

Come dosare dunque domanda di trasparenza e necessaria riservatezza?

Vi sono azioni che per propria natura richiedono il massimo della pubblicità, penso a campagne della società civile o della cooperazione, che hanno bisogno del più ampio coinvolgimento di soggetti per entrare nelle cancellerie e produrre un cambiamento culturale. Mentre nei casi di ostaggi o singoli casi che hanno a che fare con la tutela dei diritti umani, prevale l’obbligo della discrezione: una conversazione urlata ed esibita sul caso della giovane madre sudanese, Meryam, non avrebbe portato da nessuna parte, mentre un dialogo fermo ma cortese con le autorità di Khartoum ha prodotto la sua liberazione. Il buon senso ispira la scelta dello strumento migliore per raggiungere un obiettivo.

Il caso di Meryam ha richiamato l’attenzione globale sulla libertà religiosa come fondamento di tutte le altre libertà. Come viene percepito questo tema a livello delle relazioni internazionali?

Da diversi anni l’Italia introduce in modo non contundente il tema della libertà di espressione, di convinzione e religiosa nella conversazione con amici, alleati e partner, anche del mondo arabo, suscitando attenzione. Non è il tema a fare la differenza, ma è il modo con cui viene offerto alla discussione. Nelle espressioni di Papa Francesco ho trovato affascinante la sua risposta all’idea lanciata da Shimon Peres su una cosiddetta “ONU delle religioni”, perché come l’ONU fu la risposta alla II Guerra Mondiale per la tutela della pace dopo conflitti inter-statuali, così l’idea di un’“ONU delle religioni” indica il bisogno che lo strumento di crescita personale che la fede può offrire all’uomo trovi un luogo in cui questo stesso bisogno non venga brandito come motivo di conflitto.

Sul binomio religione e violenza: per alcuni le religioni sono foriere di pace, per altri causano i conflitti, per altri ancora offrono l’alibi per legittimare altro. Lei da che parte sta?

C’è una ragione in tutte e tre le affermazioni. Da una parte c’è un “dover essere” delle religioni: essere motori di pace. Poi talvolta le religioni sono utilizzate per combattere un altro tipo di battaglie. Infine nelle “guerre di religione” c’è addirittura il “non essere”, cioè quello che una religione non dovrebbe essere. Il Cristianesimo il suo contributo in negativo l’ha dato cinquecento anni fa in guerre che hanno squassato l’Europa, ma oggi prova a muoversi su tutt’altra lunghezza d’onda, come dimostra la riflessione degli ultimi pontefici, da Giovanni XXIII a Papa Francesco Per questo motivo colloco il Cristianesimo – con la eccezione di pochi gruppi ancora ancorati alla narrativa neo-con di una decina di anni fa, su un altro livello, promotore di pace e dialogo ecumenico e interreligioso. Oggi è in atto un grande movimento interno all’Islam, un ripensamento sul modo in cui si affronta la modernità, il rapporto tra fede e vita civile e politica. Le risposte che i governi arabi danno sono relative all’arco breve delle loro legislature, ma la riflessione identitaria dell’Islam su se stesso è un fenomeno di più lunga portata, ed è giusto che ci si attrezzi su tale orizzonte.

E a chi ribadisce che se le religioni stessero fuori dallo spazio pubblico si risolverebbero tutti i problemi, cosa risponderebbe?

Che le religioni sono così profondamente connaturate alla natura dell’uomo che non penso che una volta che l’uomo entri nello spazio pubblico se ne possa sbarazzare. Si deve semplicemente trovare la distinzione tra fede come motivazione ed espressione di valori e confronto laico da dentro le istituzioni, dove ciascuno porta le proprie imperfezioni, la propria tendenza al miglioramento. Chi pensa di poter trasporre meccanicamente principi grandi, trascendenti e assoluti nella capacità delle istituzioni di funzionare commette il peggiore degli errori.

Lei è stato tra i primi a portare aiuti a Irbil. Nei campi profughi si toccano i bisogni urgenti. Ma alla cura dell’emergenza è necessario affiancare anche un progetto più ampio di sviluppo. Come lavorare su queste due direttrici?

Al Ministero degli Esteri emergenza e sviluppo sono sotto lo stesso cappello. Davanti a emergenze vi è una prima risposta che riguarda i basic needs. C’è poi un secondo tempo, post relief, quando si passa dai bisogni fondamentali alla ricostruzione dei servizi di base. Ad esempio in Libano stiamo provando a riorganizzare servizi educativi e scolastici per una generazione uscita dalla Siria che deve sicuramente mangiare e dormire, ma ha anche bisogno di studiare. Va raddoppiato il sistema scolastico. L’agenda dello sviluppo lavora sullo sradicamento delle cause profonde, siano esse politiche, economiche o climatiche, in un’ottica di lungo periodo e, aggiungo io, di sostenibilità. C’è però un problema. Come i rubinetti dell’acqua calda e fredda attingono allo stesso serbatoio, così più il mondo presenta faglie di instabilità, più risorse vengono drenate per l’emergenza e meno indirizzate ai progetti di sviluppo.

Anche le relazioni internazionali sono a rischio rispetto al virus del “presentismo”, per cui si arriva al punto che i nemici di un mese fa, diventano gli amici di oggi… È possibile restare immuni?

È una caratteristica che attraversa la cultura contemporanea, non soltanto le relazioni internazionali. È lo stesso principio che ci fa comunicare in 140 caratteri con Twitter, per il quale le grandi corporation sono ossessionate dai bilanci trimestrali e la politica ragiona in settimane. Processi veri e profondi hanno bisogno di tempo per poter essere compresi e applicati. Ma gli innamorati del presentismo obiettano che anche il lungometraggio più lento è fatto di singoli fotogrammi che bisogna saper leggere. Questa è la condizione di gioco che ci è toccata, non ce la possiamo scegliere, ma dobbiamo essere capaci di vivere il fotogramma presente inserendolo in un film che abbia una trama più lunga, per non essere incoerenti oltre una certa soglia di sopportabilità.

L’Italia in Europa e l’Europa nel mondo. I cambiamenti in atto nel mondo possono indicare una nuova strada per l’Unione Europea? Potranno i paesi imparare ad andare allo stesso passo?

L’Europa attraversa una fase di crisi esistenziale. Siamo lontani dalla fase della grande operazione geopolitica di ricucitura dell’Europa con il big bang del 2004, dell’attesa costituzione europea, del rilancio di nuove politiche comuni... L’Unione sta digerendo i risultati acquisiti prima di proiettarsi verso nuove sfide. Ma chiunque viaggi regolarmente capisce che se da un lato è vero che gli europei sono in crisi con se stessi e con il sistema che li ha tenuti in pace per due generazioni, dall’altro c’è una grande domanda di Europa nel mondo. Quella che per noi è una struttura imperfetta diventa un modello per Paesi che conoscono la minaccia della divisione o della guerra e la paura del vicino. Questa dovrebbe essere una buona lezione per non desistere dall’intensificare l’integrazione europea e per non rinunciare preventivamente a ulteriori allargamenti, sia in direzione dei Balcani che altri.

Anche in direzione della Turchia?

Sostengo da sempre che la prospettiva della Turchia è in Europa e che la prospettiva dell’Europa è di avere la Turchia dentro. È un fidanzamento che è durato troppo a lungo e condurrà al matrimonio. So che non riguarda questo governo, ma spero riguarderà quello dei miei figli.

Giorgio La Pira nel ’77 durante un incontro Euro-Arabo di Firenze disse: «Costruire la tenda della pace è anche il destino del Mediterraneo». Oggi il Mediterraneo è spesso piuttosto una tomba…

Il Mediterraneo non è un confine, ma una condivisione tra diverse culture e società che vedono in questo mare il loro punto d’incontro. Tra Europa e mondo arabo, tra Islam e Cristianesimo: qui si consuma una delle sfide più importanti che questo decennio ci pone.

Le rivolte arabe hanno insegnato qualcosa all’occidente?

A noi hanno insegnato che era un approccio miope quello di pensare che regimi immobili potessero garantirci dalle nostre paure, come immigrazione e jihadismo. È chiaro però che il mondo arabo sta attraversando una transizione che non ha esiti scontati. L’approdo può essere una deflagrazione interna o una sponda più democratica e plurale. Ma non possiamo guardare a questa trasformazione come se non ci riguardasse. Esistono risposte di breve periodo, quelle relative alla sicurezza, alla gestione comune dell’immigrazione, all’emergenza terrorismo, ma c’è una trama molto più lunga che attraversa il destino nostro e loro, in cui noi possiamo accompagnare le società più che i governi verso un rapporto positivo con la modernità. In fondo era la domanda che facevano le giovani generazioni scese in piazza nel 2011: chiedevano libertà, prosperità economica, democrazia e lavoro. Ci sono stati molti ostacoli nel mezzo, ma a quella domanda occorre dare una risposta.


*L'intervista è stata registrata nell'ottobre 2014.

Questo articolo è un'anticipazione del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

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