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Religione e società

La ragione tra allattamento e svezzamento

Una fatwa emessa in Egitto nel 2007 stabilisce che una donna che lavora da sola in ufficio con un collega maschio, per rispettare la legge islamica, dovrebbe allattarlo al seno cinque volte fino a saziarlo. Il dibattito acceso che si è scatenato mostra la natura complessa, nel mondo arabo musulmano, del rapporto tra modernità e tradizione, che hanno cercato di adattarsi l’una all’altra, di dominarsi a vicenda, in un processo di rimodellamento continuo che ha generato una “modernità posticcia”.

Nel maggio del 2007, nel corso di un noto programma televisivo religioso, un’impiegata di una delle più importanti banche egiziane chiese di conoscere l’opinione islamica sul suo caso: si trovava a dover lavorare con un collega maschio in un ufficio chiuso, dove nessuno poteva entrare senza l’autorizzazione di uno dei due. Lo shaykh ‘Izzat ‘Attiya, all’epoca Presidente del dipartimento di hadîth dell’Università di al-Azhar e commentatore abituale alla tv egiziana dove promulgava fatwe sui problemi quotidiani della gente, rispose che la presenza di una donna e di un collega di sesso maschile in un ambiente intimo non era né ammessa dalla legge islamica né accettata dall’Islam. Quando gli fu domandato che cosa avrebbe dovuto fare la donna, dal momento che era costretta a lavorare in queste condizioni, lo shaykh rispose che avrebbe dovuto allattare al seno il suo collega cinque volte fino a saziarlo. In quel modo la compagnia del collega sarebbe diventata lecita. In seguito spiegò che questa fatwa era fondata sul parere che avevano espresso i primi imam e giurisperiti (fuqahâ’) su casi simili. A loro volta questi avevano fatto riferimento ad alcune tradizioni orali del Profeta Muhammad seconde le quali, dopo la rivelazione di alcuni versetti coranici che proibivano l’adozione, il Profeta aveva suggerito a una donna di Medina di allattare il figlio adottivo, così che quest’ultimo potesse incontrarla da solo. A conferma del loro giudizio, i giurisperiti ricordavano la pratica adottata da ‘Â’isha, la moglie del Profeta, che in seguito alla morte del marito era solita chiedere ad alcune parenti di allattare al seno gli estranei che voleva ricevere in visita.

 

 

La fatwa in questione suscitò un’aspra polemica nelle società egiziana e islamica. Per mesi è stato il principale tema di dibattito nei talk-show, sui giornali e addirittura nei cartoni animati, tutti concordi nel ritenere che se questa fatwa fosse stata applicata nella società moderna avrebbe trasformato l’allattamento al seno degli adulti in un rito sociale praticato quotidianamente dalla maggioranza degli uomini e delle donne. Questo feroce dibattito indusse il Parlamento egiziano a intervenire sulla base delle dichiarazioni di alcuni parlamentari appartenenti ai Fratelli musulmani (che alle elezioni del 2005 avevano ottenuto il 25% dei seggi). Nella controversia sollevata dalla fatwa i Fratelli vedevano una minaccia al loro programma politico, il cui successo derivava essenzialmente dallo slogan “l’Islam è la soluzione” e dall’appello ad applicare la sharî‘a. I Fratelli musulmani si trovarono così a dover replicare ai loro avversari, i liberali, sostenendo che non tutte le norme conservate nei libri di giurisprudenza erano valide e adeguate. Per esempio lo shaykh Sayyid ‘Askar, ex Vice-preside dell’Accademia di Ricerche Islamiche e deputato dei Fratelli musulmani, respinse la fatwa spiegando che, nonostante lo hadîth sull’allattamento in età adulta fosse autentico e non potesse essere rifiutato, la maggior parte degli studiosi musulmani non era mai riuscita a stabilire unanimemente se si trattasse di un caso particolare o di una norma generalizzabile. Secondo l’opinione più diffusa, esso rappresentava un caso speciale che non poteva essere preso a modello. Per lo shaykh ‘Askar consentire in quel modo l’allattamento in età adulta era un’applicazione errata dell’ijtihâd che infrangeva il principio dell’ijmâ‘ (consenso) e apriva la strada alla diffusione della depravazione nella società, perché parlare di allattamento degli adulti nella società moderna non era ragionevole. ‘Askar aveva aggiunto che il fenomeno in questione era stato in realtà un episodio isolato che aveva riguardato solo le “Madri dei credenti” (le mogli del Profeta), e ciò che era valido per loro non poteva esserlo per le altre donne1.

 

 

Anche lo shaykh Mâhir al-‘Aql, predicatore islamico e altro parlamentare dei Fratelli musulmani, protestò vigorosamente. Egli sosteneva che la fatwa sull’allattamento al seno di ‘Izzat ‘Attiya non fosse corretta perché il celebre giurista del XIV secolo Ibn al-Qayyim, nel menzionare lo hadîth in questione, aveva chiarito che si trattava di una fatwa speciale per Sâlim, il mawlâ2 di Abû Hudhayfa. Il Corano infatti specifica che l’allattamento al seno dura due anni, al termine dei quali dev’essere interrotto (Cor. 2,233). Inoltre l’allattamento al seno può avvenire solo a condizione che «faccia crescere la carne e fortifichi le ossa», mentre l’allattamento in età adulta non produce questi benefici. Piuttosto risveglia il desiderio carnale perché per una donna mostrare il petto a qualcuno diverso dal marito equivale a mostrare i genitali.

 

Dopo mesi di discussioni acerrime, con il tono del dibattito che oscillava tra il serio e il faceto, l’Università di al-Azhar decise di rimuovere ‘Izzat ‘Attiya dalle sue funzioni e di mandarlo in pensione. Ciononostante la fatwa sull’allattamento al seno in età adulta ricomparve ancora quando fu emessa per la seconda volta dal consulente giuridico del Ministero della Giustizia saudita, lo shaykh ‘Abd al-Muhsin al-‘Ubaykân. Pur avendo fatto un piccolo passo avanti dicendo che l’allattamento non poteva avvenire col contatto diretto delle labbra dell’uomo con il seno della donna ma solo attraverso un contenitore dal quale l’uomo potesse bere, al-‘Ubaykân provocò lo stesso scompiglio suscitato da ‘Attiya in Egitto.

 

 

Pioggia di fatwe

 

 

L’aspetto più rilevante di questa fatwa è che essa non rappresenta un’eccezione, ma è un esempio significativo della tendenza maggioritaria nel processo di emissione di fatwe in tutto il mondo islamico3. Sebbene dall’India al Marocco scorra un fiume incessante di fatwe (la dâr al-iftâ’ egiziana promulga, da sola, oltre 50.000 fatwe al mese, in forma sia scritta che orale, attraverso chiamate telefoniche, lettere, email e fax)4, ciò che davvero desta preoccupazione è la forte somiglianza delle fatwe tra loro a livello di contenuto, di approccio e argomenti, malgrado le significative differenze esistenti tra le società, le culture, le istituzioni e i fuqahâ’ che le emettono. Tale livellamento non può essere attribuito esclusivamente al ricorso a un comune riferimento religioso e giuridico rappresentato dalla legge islamica perché un principio consolidato della giurisprudenza islamica, sia a livello teorico che pratico, stabilisce che le fatwe debbano cambiare nel tempo e nello spazio. Di fatto è successo che uno stesso imam abbia pronunciato giudizi diversi per lo stesso caso tenendo conto del variare delle condizioni. L’esempio più celebre è forse quello dell’imam al-Shâfi‘î, fondatore della scienza giuridica islamica, noto per aver emesso un verdetto in Egitto che contraddiceva un verdetto da lui stesso emesso in Iraq5.

 

 

Ci troviamo di fronte a un fenomeno cognitivo di tipo socio-religioso che illustra in modo esemplare il rapporto tra la religiosità e la ragione pubblica nel contesto arabo-islamico. Questo fenomeno è diventato più evidente in seguito alle rivolte arabe, nella parentesi in cui gli islamisti hanno assunto il controllo dei parlamenti post-rivoluzionari e la legge islamica ha smesso di essere uno slogan per diventare il progetto dei partiti al governo, i quali hanno tentato di modificare la struttura giuridica e costituzionale dello Stato laico moderno. Per questa ragione, e per tracciare un quadro completo del fenomeno, sarà utile soffermarsi brevemente sul cosiddetto dialogo “scientifico” che si è svolto sulla fatwa dell’allattamento al seno in età adulta nell’ambito della giurisprudenza islamica.

 

I sostenitori della fatwa invocavano un hadîth autentico (sahîh) che, secondo Ibn al-Qayyim (il più importante riferimento tradizionale per i salafiti), «fu narrato da un ampio gruppo di Compagni del Profeta, i quali a loro volta lo trasmisero a un altro ampio gruppo di Successori, uno dopo l’altro. Poi fu registrato da studiosi di hadîth di epoche diverse che non lo misero mai in dubbio e infine fu trasmesso a un altro cospicuo gruppo di persone, ragion per cui alcuni dotti dissero: “Questa tradizione soddisfa tutti i requisiti del tawâtur (il massimo grado di affidabilità)”»6.

 

 

Tra Sunna e Corano

 

 

Tutto ciò non ha impedito agli oppositori della fatwa di mettere in discussione lo hadîth perché in contrasto con il Corano, l’unico testo sacro per i musulmani, la cui immunità dalla corruzione è stata garantita da Dio stesso. Il Corano recita: «E le madri divorziate allatteranno i loro figli per due anni pieni se il padre vuole completare l’allattamento
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