Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba
Ultimo aggiornamento: 20/02/2026 15:54:20
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Lunedì scorso il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha annunciato a sorpresa un «patto per l’unità del discorso islamico», presentato come un «accordo nazionale per la gente della conoscenza e i predicatori in Siria di tutte le scuole, con l’obiettivo di unificare le posizioni sulle questioni religiose generali». Questa iniziativa ha inevitabilmente attirato le critiche della stampa tradizionalmente ostile alle correnti islamiste. Su al-‘Arab, lo scrittore tunisino Mukhtar al-Dababi interpreta questa «unità del discorso» come una sostanziale «unità della posizione politica a sostegno dell’autorità di al-Sharaa». Secondo al-Dababi, le dichiarazioni pubbliche, i sermoni nelle moschee e le fatwe servono a rafforzare la popolarità del presidente, a offrirgli una leva nel dialogo con i curdi e a inviare al contempo un messaggio di avvertimento ai drusi e agli alawiti: «L’autorità non è isolata e possiede una delle carte più importanti del confronto, quella religiosa, storicamente decisiva nel controllo delle minoranze in Siria». La costruzione di un discorso religioso unitario contribuisce, da un lato, a rafforzare lo status di al-Sharaa come “emiro” (amīr), dall’altro rischia però di aprire la strada a nuove fratture sociali. Essa può infatti trasformarsi in un «semaforo verde per gruppi religiosi indisciplinati, incoraggiandoli ad agire in direzioni diverse e a imporre la propria autorità sulle altre minoranze attraverso un linguaggio religioso incendiario. Un discorso che alimenta l’odio verso gli oppositori, spingendo questi ultimi a ripiegare sulla propria setta e cercare protezione all’esterno, come già avvenuto nel caso degli alawiti e dei drusi», denuncia al-Dababi. L’aspetto più inquietante, tuttavia, è che il governo, nel tentativo di assicurarsi l’appoggio degli ambienti islamisti, «ha concesso agli estremisti la libertà di porre restrizioni alla società e imporre visioni radicali, in contrasto con la cultura islamica sunnita moderata e la sua apertura verso gli altri cittadini, comprese le minoranze». Non è casuale, in questa prospettiva, che la conferenza si sia svolta a ridosso del Ramadan, fungendo da catalizzatore di incitamento e provocazione, conclude l’articolo.
Sullo stesso quotidiano, il giornalista tunisino ‘Ali Qasim, si domanda, scettico, se al-Sharaa riuscirà nel tentativo di realizzare un progetto tanto ambizioso, che gli studiosi e le autorità religiose non sono riusciti a portare a compimento in 1450 anni. Per quanto l’idea possa apparire allettante, osserva Qasim, le istituzioni da sole non sono sufficienti. È necessario coltivare una cultura di accettazione dell’altro, che non può essere imposta per decreto, ma va costruita pazientemente attraverso l’istruzione, i media e il discorso pubblico. Occorre avviare programmi educativi capaci di rafforzare il valore del pluralismo e di mettere in risalto gli elementi comuni, piuttosto che le differenze. Allo stesso modo, i media dovrebbero rivedere il proprio linguaggio, rappresentando la diversità come una risorsa e non come una minaccia. A questo, prosegue l’articolo, si aggiunge la dimensione del tempo. Un discorso religioso unificato, sottolinea Qasim, non può nascere dall’oggi al domani, ma attraverso un processo graduale, fatto di incontri e conferenze periodiche che riuniscano studiosi e pensatori di diverse confessioni per alimentare un confronto condiviso su temi centrali come la giustizia, la cittadinanza e i diritti umani. Questo percorso richiede inoltre una riforma delle istituzioni religiose ed educative: i programmi di studio dovrebbero offrire una visione equilibrata delle diverse scuole di pensiero, mentre i luoghi di culto dovrebbero diventare spazi di promozione della tolleranza, non arene di mobilitazione confessionale.
Su al-Quds al-‘Arabi, l’attivista siriano Yassin al-Hajj Saleh riflette invece sulla povertà culturale e spirituale che attanaglia il suo Paese. Per decenni, «la società siriana ha vissuto un diffuso impoverimento culturale dovuto al declino dell’istruzione primaria e superiore, all’assenza di un dibattito pubblico, alle forti restrizioni alla libertà di espressione, alla censura dell’editoria e delle attività artistiche, alla mancanza di media indipendenti, al controllo pressoché totale dei bilanci delle attività culturali da parte del regime, e alla cooptazione di un’ampia fascia di intellettuali, artisti e giornalisti». Chi non è stato cooptato dal sistema ha scelto la via dell’esilio. Non a caso, pochi scrittori siriani hanno pubblicato i loro libri in Siria a causa della censura. Di per sé, l’assenza di libertà – scrive al-Hajj Saleh – non impedisce la nascita di grandi opere intellettuali o artistiche, ma «ostacola la diffusione e la democratizzazione della cultura, recidendone l’influenza sulla vita delle persone comuni e riducendo la consapevolezza pubblica e la percentuale di intellettuali. In altre parole, le restrizioni politiche impediscono alla cultura di diventare una struttura sociale, una sfera influente e interattiva della vita sociale». In Siria, scrive il giornalista, c’è stato uno scarso impegno intellettuale generale, ma i vincoli politici imposti non sono sufficienti a spiegare questa carenza. «La particolarità della Siria risiede in una visione funzionale e mobilitante della cultura, o in una forma ristretta di partigianeria culturale, condivisa dalla maggior parte degli intellettuali siriani». Questa, spiega ancora il giornalista, era una caratteristica comune dei Paesi che sono stati colonizzati, ma sembra essere stata più pronunciata in Siria che in Egitto, in Libano o nel Maghreb. La povertà culturale sembra destinata a peggiorare nella Siria post-Assad, alimentata dalla convergenza di censura politica, conservatorismo religioso e diffidenza nei confronti degli intellettuali, prosegue l’articolo. La censura dei libri pubblicati in Siria continua, con interferenze nei minimi dettagli di ciò che dicono romanzieri e scrittori di gialli, denuncia il giornalista. Il futuro del teatro, del cinema e delle arti visive resta incerto. Forse solo la poesia araba classica è destinata a restare popolarità, perché «non mette in discussione lo status quo». Oltre alla povertà culturale, denuncia al-Hajj Saleh, i siriani sono segnati anche da una profonda povertà spirituale. Oggi il Paese è governato dagli islamisti, la religione gioca un ruolo preminente nella vita pubblica, ma «più religione non significa più spiritualità». La «forma di “più religione” che conosciamo oggi, e in realtà da decenni, ovvero l’islam politico e militante, è maggiormente in linea con la povertà spirituale. La religione viene trasformata in un’ideologia politica, una tecnologia per il controllo dei corpi e un insieme di precetti e divieti dottrinali e comportamentali», conclude il giornalista.
Più sfumato ‘Omar Kush che, su al-‘Arabi al-Jadid, ha commentato la fiera del libro di Damasco dove, per la prima volta, «non c’era alcuna immagine del presidente esposta, ma solo la bandiera siriana». La fiera, scrive il giornalista siriano, «rappresenta la rinascita della vita culturale della città» e «rivela la portata delle trasformazioni che la Siria ha subito dalla caduta del defunto regime di Assad». La prova di questo è che «tutti i libri sono stati esposti senza alcuna forma di censura politica», a differenza di quanto avveniva durante l’epoca di Assad. Kush evidenzia però anche le criticità, tra cui la presenza di salafiti che distribuivano gratuitamente le loro pubblicazioni ed esponevano i loro libri in molti padiglioni «facendo concorrenza non dichiarata alle altre correnti islamiche, in particolare agli islamisti vicini alle nuove autorità». Ancora più problematica, prosegue l’articolo, la quasi totale assenza femminile: «Non c’era nessuna donna tra gli organizzatori, né figuravano sulla lista degli ospiti, che fossero arabi, stranieri o siriani. Solo una donna ha firmato copie del proprio libro. Inoltre, nessuna donna ha partecipato alle conferenze e ai seminari della fiera».
Su al-Quds al-‘Arabi, il giornalista siriano Bakr Sidqi ha invece commentato l’incontro alla conferenza di Monaco tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani, il comandante delle Forze democratiche siriane Mazloum Abdi, il responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma Ilham Ahmed, e il Segretario di Stato americano Marco Rubio. La partecipazione dei tre politici siriani alla conferenza ha suscitato reazioni contrastanti in patria, osserva il giornalista: l’opinione pubblica curda ha visto in questo incontro una «vittoria morale e simbolica, che ha parzialmente compensato il clima negativo prevalso nelle ultime settimane in seguito alla perdita dei territori da parte delle SDF [acronimo inglese per Forze democratiche siriane]. Secondo Bakr, l’obiettivo del Segretario di Stato americano era offrire ai curdi un premio di consolazione simbolico e dimostrare loro che Washington non ha abbandonato i suoi ex alleati. L’opinione pubblica siriana filo-governativa ha invece reagito alle immagini di Monaco «con una freddezza al limite del risentimento». È evidente che tanto i curdi quanto i lealisti del regime hanno interpretato l’incontro come il segnale di una prosecuzione della protezione americana nei confronti delle Forze democratiche siriane, pur circoscritta alla dimensione politica, e come una legittimazione dei leader curdi, riconosciuti come interlocutori tanto quanto il ministro degli Esteri. Questa percezione ha indebolito gli sforzi dei sostenitori del regime, impegnati da mesi a delegittimare le SDF e sollecitare Damasco verso un’opzione militare contro di esse.
L’annessione della Cisgiordania accelera: la stampa araba richiama all’unità palestinese [a cura di Claudia Catanzaro]
Questa settimana la stampa araba è tornata a dedicare ampio spazio alla Palestina, concentrandosi in particolare su due temi: la progressiva annessione della Cisgiordania da parte di Israele e l’unità del popolo palestinese di fronte all’occupazione. Da segnalare in particolare che anche i media di proprietà saudita, fino a poco tempo fa piuttosto tiepidi sulla questione, le hanno riservato numerose riflessioni.
Domenica scorsa, il governo israeliano ha approvato un piano che permette di registrare i territori della Cisgiordania come “proprietà statali” qualora i palestinesi non riescano a dimostrarne il possesso. Rispondendo a chi sostiene che questo non corrisponda necessariamente all’ambizione di un’annessione totale, il giornalista palestinese Bakr ‘Aweida afferma su al-Sharq al-Awsat che «è vero che l’annessione dell’intera Cisgiordania non è avvenuta ufficialmente fino ad ora, ma è chiaro che è questo l’obiettivo finale delle misure che vengono implementate sul terreno dall’inizio dell’occupazione». Tra queste ultime rientrano la rapida espansione degli insediamenti dopo la firma degli Accordi di Oslo e una presenza coloniale sempre crescente nelle aree A e B, che sarebbero in teoria sottoposte all’Autorità Palestinese. ‘Aweida esprime la sua perplessità non tanto per la decisione di Israele, quanto per le reazioni ambigue delle grandi potenze: sembrano accettare la decisione, ma allo stesso tempo apprezzano il rifiuto arabo e internazionale, pur mantenendo un atteggiamento indulgente verso la «continua derisione di Israele verso tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite». Di fronte a quella che il giornalista definisce «una sorta di annessione sistematica» che continua dalla guerra dei Sei giorni del 1967, infatti, i governi «stanno a guardare» e «si astengono dall’esercitare una pressione efficace che costringa Israele a un ritiro completo da ogni territorio arabo». ‘Aweida punta il dito contro le grandi potenze anche nella conclusione dell’articolo: «devono riconoscere di aver incoraggiato l’ostinazione dei vari governi israeliani, in particolare di quello attuale, nel loro delirio espansionistico», che li porta a ignorare ogni decisione internazionale volta a impedire l’annessione dei territori occupati. L’articolo si conclude con una domanda: «se ci fosse stata una forte volontà delle grandi potenze di avvertire Israele di dover affrontare sanzioni severe, il suo disprezzo per il mondo intero sarebbe arrivato al livello attuale?». La risposta? «No, certamente».
Della stessa idea è la giornalista e scrittrice giordana Lamis Andoni, che sulla testata di proprietà qatariota al-‘Arabi al-Jadid afferma che il piano approvato dal governo israeliano costituisce «il proseguimento del progetto sionista razzista e coloniale che è iniziato più di cento anni fa» e non è semplicemente il «frutto delle idee di un gruppo estremista salito al potere in Israele». La riflessione della giornalista si estende poi dalla Cisgiordania alla confinante Giordania: la pulizia etnica dei palestinesi e la loro conseguente espulsione potrebbero infatti costituire un rischio anche per la stabilità della monarchia hashemita, che detiene ufficialmente la custodia dei luoghi sacri cristiani e islamici di Gerusalemme. Poiché situati in Palestina, i siti «necessitano di essere distrutti» e i tentativi di «giudaizzazione» di alcuni di questi, a partire dalla Moschea di Al-Aqsa, non sono altro che parte della strategia israeliana che ambisce a giudaizzare in primis l’intera Gerusalemme. In questo quadro serve elaborare «un piano giordano-palestinese senza che questo sia offuscato da una competizione sulla rappresentanza della Cisgiordania […] che intralcerebbe gli sforzi comuni e danneggerebbe il tessuto della società giordana e la resistenza dei palestinesi sulla loro terra». Andoni, ad ogni modo, riconosce a Re Abdullah II il merito di non aver mai rivendicato tale rappresentanza. L’autrice sottolinea inoltre la necessità di una «consapevolezza palestinese-giordana» e una «fiducia reciproca» nella lotta contro Israele: «il palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme vuole restare sulla propria terra e le affermazioni di Israele secondo cui la Giordania sarebbe la patria alternativa dei palestinesi non passeranno».
Ancora sul quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, l’ex Ministro degli esteri libanese Nassif Hitti analizza le azioni di Israele dal punto di vista del diritto internazionale e le definisce illegittime: «restano territori occupati a prescindere dai tentativi di renderli un problema “immobiliare” dal punto di vista dello Stato occupante». A ciò si aggiungono le singole misure, dai 52 nuovi insediamenti costruiti l’anno scorso al «soffocamento geografico, […] economico e idrico» dei palestinesi nella loro terra, che riflettono la «dottrina strategica e religiosa» volta a realizzare il Grande Israele. Inoltre, osserva l’autore, si riscontra un cambiamento nella politica di Tel Aviv, passata dal «rifiuto della creazione di uno Stato palestinese e, di conseguenza, dal rifiuto della soluzione a due Stati» a una «politica attiva sul terreno». Anche Hitti conclude il suo articolo con diverse domande: si interroga innanzitutto sull’efficacia delle politiche di appello, condanna e avvertimento nei confronti di Israele e si chiede se, nonostante le evidenti difficoltà, «non sia giunto il momento di sviluppare un’iniziativa efficace che includa le parti arabe e internazionali interessate e particolarmente coinvolte nella questione della pace, e di lavorare per avviare un percorso di diplomazia negoziale basato sulla soluzione dei due Stati». Gli ostacoli non sono impossibili da superare se «diventano chiare le conseguenze pericolose capaci di generare tensioni e conflitti di vario tipo a livello regionale se ciò che sta accadendo non verrà fermato».
Di fronte alle crescenti mire espansionistiche israeliane, diversi giornalisti hanno scelto di porre al centro della loro analisi il punto di vista palestinese, soffermandosi sulla capacità di resistenza della società e sulla necessità di rafforzarne la coesione interna. Al-Quds al-‘Arabi (letteralmente, “La Gerusalemme araba”) titola un articolo di Sabri Saidam, scrittore e vicesegretario generale del Comitato Centrale di Fatah, «Nella fase più delicata della lotta palestinese!». L’autore definisce quella dei palestinesi «una battaglia legata alla loro esistenza, alla loro permanenza e alla loro identità, soprattutto di fronte a una marea impetuosa di occupazione che mira a sradicarli dalla loro terra e a espellerli nei luoghi d’esilio nel mondo». Tuttavia, in questa fase di pressioni crescenti, ciò che emerge chiaramente è lo «spirito di lotta» del popolo palestinese, il quale, storicamente, sovverte i tradizionali equilibri di forza grazie alla «forza della coscienza collettiva e alla convinzione della giustizia della causa». La lotta della Palestina «non è un evento passeggero, ma un lungo percorso storico che le generazioni si tramandano» e la sua storia dimostra «la capacità di trasformare le avversità in una forza propulsiva» che permette di mantenere «la loro causa viva nella coscienza umana». Saidam invita infatti a «recuperare questa coesione […] perché il conflitto non è più soltanto per la terra, ma anche per l’identità, la sopravvivenza, la coscienza e la narrazione in una chiara sfida alla capacità del palestinese di andare avanti». Una società palestinese più unita, conclude l’autore, diventa un’occasione per sanare le divisioni interne, porre fine alle dinamiche di sopraffazione e consolidare la propria identità.
La sopravvivenza del popolo palestinese è un tema centrale anche per ‘Abdul Karim ‘Aweida, ambasciatore dello Stato di Palestina in Costa d’Avorio. Sulle pagine del quotidiano panarabo londinese al-‘Arab, ‘Aweida riflette sul piano di pace elaborato da Trump e discusso in occasione della prima riunione ufficiale del Board of Peace tenutasi a Washington. L’autore sostiene che l’avvio della seconda fase del piano rappresenta un “banco di prova” per la credibilità della comunità internazionale, che deve dimostrare di saper tradurre le garanzie formali in azioni concrete ed efficaci e di implementare dei meccanismi di pressione per frenare le politiche ostruzionistiche israeliane. Come Sabri Saidam, anche ‘Aweida intravede delle possibilità di successo «se i palestinesi si uniscono attorno alle loro priorità nazionali» in quanto, ammette con una nota di ottimismo, «la seconda fase […] rappresenta l’opportunità più vicina e più concreta di porre fine al conflitto e costruire lo Stato»: «la Palestina di domani si costruisce nonostante tutto e la volontà di vivere prevale sulla logica della distruzione».
Infine, il tema del futuro della Palestina implica delle considerazioni anche sul processo di smilitarizzazione di Hamas. Ibrahim Nawar, penna egiziana di al-Quds al-‘Arabi, sostiene che «la rinuncia al ruolo del fucile […] può avvenire solo a condizione che ci siano elementi forti e credibili e e si adottino misure per costruire fiducia tra le due parti». Ciò si traduce nella necessità di elaborare un’alternativa politica chiara e precisa, garantita a livello internazionale, e che implichi «la trasformazione delle formazioni di resistenza armata in formazioni politiche». Secondo l’autore, sono quattro le condizioni necessarie affinché si possano avviare le operazioni di disarmo: innanzitutto, Israele deve riconoscere ai palestinesi il diritto di istituire uno Stato sovrano sui territori occupati. In secondo luogo, deve assicurare il diritto di svolgere attività politica non violenta contro l’occupazione in Cisgiordania e a Gaza: «non è possibile privare i palestinesi del diritto di portare armi contro l’occupazione e allo stesso tempo impedir loro di lottare politicamente». Poi, il terzo requisito coincide con la rinuncia alle armi da parte della resistenza palestinese laddove venga garantita la piena integrazione politica a livello locale, regionale e internazionale. In conclusione, Nawar sostiene che «è necessario istituire un organismo unificato per gestire i negoziati in coordinamento con i Paesi arabi interessati» e non solo con Israele che, al momento, influenza il piano di Trump, controlla il valico di Rafah e crea «milizie collaborazioniste per provocare caos nella Striscia e aiutare gli apparati di sicurezza israeliani».