La vita dei monaci trappisti di Tibhirine, uccisi trent’anni fa, continua a testimoniare una fede viva e profonda. Come documenta la mostra del Meeting che ha raggiunto Parigi, Milano, Roma e New York

Ultimo aggiornamento: 13/04/2026 14:52:18

Articolo pubblicato su Comunione e Liberazione il 9 aprile 2026 e disponibile a questo link.

 

Nel salone-caffetteria del Metropolitan Pavilion di Manhattan, dove si è svolto il New York Encounter (una tre-giorni culturale che si svolge ogni anno nella Grande Mela, ndr), Anne-Marie Gustavson è davanti a me. È una signora con occhi vivaci e profondi e con qualcosa dello charme francese che le è rimasto addosso. È uno degli incontri più belli che ho avuto la fortuna di avere grazie al lavoro come curatore della mostra “Chiamati due volte. I martiri d’Algeria”, organizzata dal Meeting di Rimini (edizione 2025) e promossa dalla Fondazione Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana. L’incontro risale allo scorso febbraio quando, inaspettatamente, l’esposizione del Meeting è stata tradotta in inglese e proposta ai visitatori di New York, con un successo che nessuno poteva immaginare. Anne-Marie è la sorella di Pierre Claverie, il vescovo di Orano beato martire, ucciso da una bomba il primo agosto del 1996, mentre rientrava in diocesi insieme all’amico e quel giorno suo autista Mohamed Bouchiki. Mi dice: «Twice Called è un fatto davvero incredibile. Proprio non mi aspettavo di vedere qui quest’esposizione. Quando ne ho sentito parlare per la prima volta, ho pensato che spesso la gente di queste parti confonde l’Algeria con la Nigeria… Come farà ad interessare gli americani? Ovviamente ora ne sono entusiasta e sono molto contenta di essere stata invitata. Sono rimasta stupita dal numero di persone che partecipano a questo evento, dal numero di giovani. E da come visitavano la mostra, nel silenzio e nella commozione».

Lei abita, col marito nel New Jersey. È una donna minuta di 82 anni che emana serenità, mi dice che dopo tanti anni si sente parte degli Stati Uniti, ma che le sue radici restano in Algeria, dov’è nata. «Le mie radici», spiega, «erano sparite, dopo che abbiamo lasciato il Nordafrica. Tagliate via. Non aveva senso stare in Francia o in un altro punto del mondo. Con i miei ci siamo trasferiti a Marsiglia, poi a Tolone… Mio fratello ci scrisse, in una delle sue lettere settimanali alla famiglia: “Le vostre radici non sono più in Algeria. Sono nel cuore delle persone. Troverete i vostri amici e ne farete di nuovi ovunque andrete”. Penso che questo suo pensiero sia stato una fonte di ispirazione per tutti noi».

Anne-Marie spera di tornare a Orano in Algeria per l’anniversario dell’attentato che ha ucciso il fratello (l’1 agosto saranno trent’anni, ndr). Nessuno dei diciannove martiri è stata colpito in solitudine – compresa suor Odette Prévost che pure è morta da sola, perché l’altra sorella del Sacro Cuore di Gesù, Chantal Galicher, è sopravvissuta –, forse un segno che la scelta di rimanere non è mai stata del singolo individuo, ma è maturata in comunione con altri. A suo fratello, al vescovo Claverie, è toccato di morire con un giovane musulmano che lo accompagnava quel giorno. Oggi la sua tomba, nella cattedrale, è accessibile da una porticina per permettere ai musulmani di visitarlo e rendergli omaggio.

Un altro incontro magnifico è stato quello con suor Franca Littarru, 84 anni di cui cinquanta passati in Algeria come Piccola Sorella di Gesù, uno degli ordini che si richiama a Charles de Foucauld. Di lei mi parlò la prima volta una docente algerina di fede musulmana, in un incontro a Roma più di un anno fa, in preparazione della mostra. Fu un suggerimento provvidenziale: suor Franca è asciutta, determinata, di una fede profonda e ha avuto una consuetudine con tutti i martiri abbastanza eccezionale. Pochi italiani possono dire di aver intrattenuto con Christian de Chergé, il priore dei monaci trappisti di Tibhirine, e con il vescovo Pierre Claverie un dialogo costante, lungo gli anni, come il suo. La loro esperienza, la loro testimonianza è diventata per lei un respiro, una stoffa quotidiana.

La prima volta che la incontro a Chiusi, in provincia di Siena, dove vive insieme ad altre sorelle anziane, suor Franca mi mostra una lettera sul tavolo, la carta ingiallita, battuta a macchina. Spicca la domanda battuta in maiuscolo: «Partire o Restare?». È il dilemma, la domanda che fu posta loro, molto concretamente, dai superiori. Decisione personale chiesta a ognuno, dopo le dichiarazioni dei terroristi che nel Decennio Nero minacciavano la vita di ogni straniero. Quel foglio sintetizza una questione fondamentale. «La Chiesa resta, ma voi dovete fare un discernimento, ci spiegarono», ricorda suor Franca. Da lei apprendo anche che Tibhirine era un punto di riferimento di tutti i credenti che allora vivevano in Algeria: la posizione di de Chergé nei confronti dell’Islam era profetica e molto avanzata per quegli anni, come traspare da quel documento unico che è il suo Testamento spirituale. Ma tutti loro hanno vissuto la condivisione profonda col popolo algerino, un popolo che ha pagato sulla sua pelle la furia dei terroristi fondamentalisti. Il seme lasciato da Charles de Foucauld, con la sua esperienza estrema di presenza nel deserto e di vita quotidiana assieme al popolo Tuareg, non poteva che trovarsi in sintonia con questo atteggiamento. Quando intervisto il domenicano, professor Jean-Jacques Pérennès, biografo di Pierre Claverie, già direttore dell’École Biblique di Gerusalemme, mi dice: «Non sono diventati beati martiri perché sono morti, ma perché hanno scelto di dare la loro vita liberamente, come Massimiliano Kolbe». Capisco che suor Franca mi ha introdotto al centro della questione.

François Vayne è un giornalista francese che ha scritto il primo racconto che ho letto nel 2018 – fu libro del mese – sui martiri, il titolo era La nostra morte non ci appartiene. Co-autore era il postulatore della causa di beatificazione dei diciannove, Thomas Georgeon trappista e oggi priore di Soligny-La Trappe. Insieme presentammo quel “libro del mese” al Centro giovanile della Navicella nella Capitale, otto anni fa. Vayne invece l’ho conosciuto, sempre a Roma, dove vive, quando la mostra “Chiamati due volte” è stata allestita davanti alla Fontana di Trevi. La sua è una lunga storia con la Chiesa algerina. Nato nel 1962, un mese dopo che i francesi si erano ritirati dall’Algeria fu membro della piccola comunità cattolica rimasta in quel Paese. E conobbe tutti: i monaci di Tibhirine, il cardinal Étienne Duval, il vescovo Teissier… testimone vicinissimo a quella storia. Uno dei suoi ricordi più commoventi è quello del priore Christian de Chergé e dei piedi che vedeva da bambino quando apriva il portone di Tibhirine: «In quei piedi scalzi», ha raccontato il giornalista nella presentazione romana insieme a don Giulio Albanese e al cardinal Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, «vedevo tutto il dono della sua vita. Semplice, nudo, profondo. Così come mi piace ricordare la fila dei bambini e delle madri di fronte alla porta del medico, frère Luc, che ha curato migliaia di persone nella sua vita, senza fare distinzioni. Accogliendo sempre tutti: dai terroristi feriti ai religiosi musulmani».

Incredibile, un anno dopo la preparazione della mostra di Rimini, constatare che la diocesi di Roma e l’arcidiocesi di Milano hanno fatto propria l’esposizione, che nel capoluogo lombardo c’erano più di 2500 persone ad ascoltare in Duomo il cardinale Vesco. Che a Parigi la mostra è stata presentata in anteprima al Collège des Bernardins e tornerà a maggio al Forum Paris. E che la Conferenza episcopale francese l’ha voluta a Lourdes per la sua assemblea generale, assemblea conclusa da una meditazione del postulatore Thomas Georgeon.

I diciannove beati martiri d’Algeria hanno lasciato opere, segni concreti: una scuola di cucito, una biblioteca, un dispensario medico… Papa Leone nella sua visita in Algeria il 13 aprile rende omaggio a questo “dialogo della vita”. Loro continuano a provocare, con la loro intercessione, piccoli e grandi fatti. Ha scritto Joseph Ratzinger che i santi sono come le porte delle chiese, sono sempre un tramite, un passaggio, un’occasione. Per arrivare ad altro. E anche per i diciannove succede così.