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Consigli di lettura

Dai fallimenti del “secolo lungo dell’Islam” può nascere ancora qualcosa di nuovo

Islamismo e democrazia

Distingue frequenter, insegnavano un tempo i maestri della Scolastica, e della neo-Scolastica. E forse questo adagio deve essere tornato in mente a Riccardo Redaelli mentre disegnava il piano della sua più recente pubblicazione, che si china con sicurezza sulla caotica realtà mediorientale per discernere alcune linee di sviluppo.

 

 

La scelta metodologica emerge già dal titolo, Islamismo e democrazia: Islamismo o Islam politico dunque, non Islam tout court, delimitazione tematica quanto mai necessaria perché discettare del rapporto tra Islam e democrazia – argomenta l’autore – condannerebbe a una duplice reificazione. Da una parte si rischierebbe di ridurre l’Islam ai suoi soli fattori costanti – che pure esistono – dimenticando la dialettica tra elementi stabili e variabili che lungo la storia ha dato origine a molteplici società, anche molto diverse tra loro. E d’altra non meno opaco appare il termine democrazia, un marchio il cui successo pressoché universale non è in alcun modo garanzia di chiarezza circa l’effettiva natura del concetto che è supposto designare.

 

 

Sfuggendo dunque all’insidia del genericismo, che fatalmente degenera nell’omelia, Redaelli si pone una domanda molto più precisa e stimolante: che cosa succede quando un modello politico nato in Occidente si diffonde in società non occidentali?

 

 

Una prima constatazione, capitale, è che importare i meccanismi di rappresentanza formale non è in sé garanzia sufficiente di un’acculturazione riuscita, al punto che «oggi assistiamo in quasi tutti i Paesi islamici all’adozione di meccanismi e criteri di governo e di rappresentanza che sono formalmente simili ai nostri, ma che non portano alcuna libertà o democrazia effettiva» (p. 30). Una battuta che circola in questi giorni su Twitter («L’Algeria ha appena modificato la propria Costituzione introducendo dei limiti al mandato presidenziale. Ora un presidente non può restare in carica per più di due vite consecutive») riassume brillantemente il punto. Anche negli ultimi anni - osserva con lucidità Redaelli - «troppo spesso nel Medio Oriente la “democratizzazione” ha rappresentato più il segno della crisi del sistema politico vigente che una reale evoluzione verso un sistema pluralistico» (p. 50). Il nesso tra cambio di regime e democratizzazione non è quindi in nessun modo automatico.

 

 

La differenza la fa piuttosto il tipo di cultura politica. E a questo proposito Redaelli ripercorre sinteticamente le diverse stagioni che i Paesi islamici hanno conosciuto nell’ultimo secolo: l’età liberale (1919-1948), con l’introduzione del modello dello Stato-nazione; l’età del nazionalismo (1948-1979), che ha preso la forma di un pan-arabismo d’ispirazione socialista. E dopo il suo fallimento, il ritorno sulla scena dell’Islam politico come progetto alternativo, nel contesto della “rivincita di Dio”. Redaelli però, capitalizzando le lezioni delle rivoluzioni arabe del 2011, intravede l’esaurirsi ideale anche di questo terzo ciclo: la ricerca di una via islamista alla democrazia si salda infatti con un sostanziale fallimento. Alla fine, «il discorso islamista non si è rivelato più soddisfacente di quello degli autocrati che voleva abbattere» (96).

 

 

Il contatto ininterrotto con le realtà sul terreno, che affiora lungo tutto il volume, mette però l’autore al riparo dalla confusione intellettualista tra il fallimento teorico di un modello e il suo tramonto pratico. A fronte delle difficoltà (e della discriminazione o repressione di cui sono oggetto) i militanti possono optare per una fuga in avanti dal sapore utopico e a tratti francamente apocalittico, com’è oggi la proclamazione del califfato. Pur essendo incapace di assicurare un’alternativa praticabile nel lungo periodo, questo progetto politico è in grado di devastare intere regioni nell’impossibile tentativo di auto-realizzarsi, assestando «un vulnus per gli ideali di giustizia, pace e sicurezza umana in cui la comunità internazionale dice di volersi riconoscere» (p. 91). Se perciò l’esaurimento di un ciclo storico non coincide con la sua fine, il mondo arabo volterà davvero pagina solo quando saprà dare forma a un modello alternativo, che non consista nel semplice ritorno all’autoritarismo brutale di regimi nazionalistici in perenne crisi di legittimità.

 

 

In un contesto di globalizzazione e meticciato (p. 18), due sono per l’autore gli scogli che soprattutto insidiano la navigazione: da una parte la fatica della civiltà islamica nell’adattarsi alla modernità, con il pericolo di finire impigliata nella rete “nazional-statuale”; ma dall’altra anche le paure di un continente, l’Europa, «spaventato ormai da tutto, ma soprattutto dal futuro» (p. 13).

 

 

Redaelli non rinuncia allora a proporre la sua personale ricetta, che è fatta di almeno tre ingredienti. Il primo è l’abbandono di una «concezione miope e arretrata della sicurezza – intesa come sicurezza militare dello Stato e mai delle popolazioni che abitano quello Stato» (p. 64). Alla “sicurezza umana” si accompagna poi la necessaria tutela del pluralismo e delle minoranze, in particolare in società segmentate, superando la natura neo-patrimonialista (il mulk di Ibn Khaldun) del potere. E infine, lo sviluppo più difficile, ma più necessario: una riforma religiosa. «Dinanzi alla follia della violenza jihadista sarebbe necessario uno sforzo dall’interno dell’islam teso a eliminare le giustificazioni dottrinali della violenza religiosa, togliendo ogni pretesto di ‘religiosità’ a bande di criminali e assassini che dicono di difendere il vero islam. [...] Uno sforzo mai semplice e sempre combattuto, come dimostra bene la storia di tanti secoli del cristianesimo e della Chiesa. Eppure, se ne convincano i custodi della dottrina islamica, questo sforzo di riforma appare davvero ineludibile» (p. 97).

 

 

Come si intuisce anche solo da quest’ultima citazione, l’autore non si sottrae ai problemi: ama troppo queste terre e i popoli che le abitano per potersi nascondere dietro giri di parole. E soprattutto non ha perso la speranza che, dai fallimenti del “secolo lungo dell’Islam”, possa nascere, malgrado tutto, qualcosa di nuovo.

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