Un libro che, analizzando il rapporto tra lo Stato e la società, ripercorre la progressiva trasformazione del regime degli Ayatollah in un sistema sempre più repressivo

Ultimo aggiornamento: 14/09/2026 16:17:35

Recensione del libro di Farhad Khosrokhavar, Iran, la fin du totalitarisme?, Éditions de l’Aube, La Tour d’Aigues, 2026

 

Nel suo ultimo libro, Iran, la fin du totalitarisme?, il sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar, direttore emerito degli studi all’École des hautes Études en Sciences sociales (EHESS) di Parigi, analizza la parabola di un regime teocratico che, nel corso degli anni, è diventato sempre più totalitario e repressivo senza tuttavia riuscire a ridurre al silenzio una società che continua a manifestare forme di dissenso e resistenza. Il volume è uscito nell’aprile 2026 e ultimato poco dopo l’attacco condotto da Israele e dagli Stati Uniti contro la Repubblica islamica il 28 febbraio. Nell’epilogo, Khosrokhavar si astiene da previsioni sulla conclusione del conflitto, dal momento che mentre concludeva la stesura del libro gli eventi erano ancora in piena evoluzione. Tuttavia, mettendo a fuoco le profonde tensioni che attraversano la società iraniana, la sua analisi offre elementi utili per delineare possibili traiettorie del Paese.

Già autore di diverse pubblicazioni sulla rivoluzione islamica e sull’Iran post-rivoluzionario, oltre che di numerosi saggi sul jihadismo, Khosrokhavar ripercorre brevemente le tappe che hanno condotto alla nascita della Repubblica islamica nel 1979 e analizza la sua progressiva trasformazione fino ai giorni nostri. Fondata inizialmente su una forte componente populista, la teocrazia iraniana ha conosciuto una progressiva concentrazione del potere, favorita in particolare dall’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran nel 1979, durante la quale una cinquantina di diplomatici statunitensi furono tenuti in ostaggio per oltre un anno, e dalla guerra con l’Iraq, scoppiata nel 1980 e durata otto anni.

I due eventi contribuirono in modo determinante a creare un regime imperniato su quattro centri di potere tutti facenti capo alla Guida Suprema della Rivoluzione (in persiano Rahbar): il governo ufficiale, guidato dal presidente della Repubblica eletto a suffragio universale, che tuttavia non detiene il potere effettivo; l’apparato giudiziario, il cui vertice è nominato dalla Guida; il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, anch’esso sottoposto a una catena di comando riconducibile Rahbar; e infine quelle che Khosrokhavar definisce le «forze invisibili», gruppi di civili che operano sotto l’egida della Guida Suprema per reprimere le rivolte e contenere il dissenso.

Il sistema iraniano ha conosciuto una fase di relativa distensione tra il 1997 e il 2005, durante la presidenza del chierico riformista Mohammad Khatami. Il suo governo tentò di promuovere una maggiore apertura diplomatica verso l’estero, rafforzare le libertà di espressione e allentare alcune rigidità del sistema. Ma, pur segnando una parentesi di apertura rispetto alle fasi più repressive della Repubblica islamica, il governo di Khatami non riuscì a invertire la deriva autoritaria dello Stato.

La presidenza di Ahmadinejad, iniziata nel 2005, segna infatti la rottura definitiva con il movimento riformatore e inaugura una fase caratterizzata da una sempre più dura repressione del dissenso e da una crescente concentrazione del potere nelle mani della Guida Suprema, che assume il controllo di due ministeri chiave, quello degli Interni e quello degli Affari esteri.

A partire dal 2009, con il Movimento Verde nato per denunciare i brogli che avrebbero permesso la rielezione di Ahmadinejad, prendono forma i grandi cicli di protesta destinati a ripetersi negli anni successivi. La repressione del movimento segna peraltro un salto di qualità nei metodi di controllo della società: al blocco e al monitoraggio di Internet si affiancano la censura e l’intimidazione dei giornalisti, l’uccisione dei manifestanti, la tortura nelle carceri e una massiccia propaganda attraverso la radio e la televisione. Il regime ricorre inoltre a forze provenienti dai cosiddetti Paesi fratelli, come Siria e Libano, e al reclutamento di cittadini afghani residenti in Iran, ampliando così gli strumenti a disposizione per reprimere le rivolte. Un ulteriore indicatore della progressiva «totalitarizzazione» dello Stato, osserva Khosrokhavar, è rappresentato dal numero delle vittime nelle proteste. Secondo le cifre riportate dal sociologo, nel 2009 i morti furono circa 200; nelle proteste del 2017 si arrivò a 1.500; il movimento «Donna, Vita, Libertà», esploso nel 2022, provocò più di 500 vittime, mentre per le proteste del 2026 le stime oscillerebbero tra i 6.000 e i 30.000 morti.

Il libro mette in luce gli effetti negativi che la teocrazia ha avuto anche sul clero iraniano. Se prima della rivoluzione, questo godeva di un certo prestigio in virtù della sua indipendenza, sia ideologica che economica, dal potere autoritario dello scià, dopo il 1979 il suo coinvolgimento diretto nelle strutture dello Stato ne ha compromesso l’autonomia e danneggiato l’immagine. Nello Stato post-rivoluzionario, infatti, gli esponenti del clero hanno avuto accesso ai più alti livelli del potere: diversi presidenti della Repubblica provenivano dalle fila dei religiosi, da Mohammad Khatami a Hassan Rohani ed Ebrahim Raisi, così come una parte significativa dell’apparato giudiziario.

Khosrokhavar denuncia in proposito la «subcultura del clero, che lo rende incapace di comprendere le nuove generazioni secolarizzate in Iran, in particolare le relazioni tra uomo e donna, la vita pubblica, i divertimenti e più in generale una visione felice che contrasta con la propria concezione della società, segnata dall’afflizione e dal “dolore sciita”» (p. 39). Questo scollamento dalla realtà è diventato particolarmente evidente durante le proteste del 2022 e del 2026. Di fronte alla repressione esercitata dalle autorità, i religiosi non hanno espresso alcuna critica contro i metodi utilizzati dal governo, con l’eccezione di alcuni chierici dissidenti residenti all’estero.

Alla teocrazia iraniana il sociologo rimprovera poi la corruzione e il ruolo svolto dai Guardiani della Rivoluzione nel mercato nero. Tra gli esempi citati nel libro vi è il traffico di antenne paraboliche necessarie per vedere i canali televisivi stranieri: confiscate dalle autorità, questi strumenti vengono successivamente reimmessi sul mercato clandestino, in un circuito paradossale nel quale gli stessi apparati incaricati di reprimere il commercio illegale ne diventano anche i principali protagonisti e beneficiari. Lo stesso avviene per altri beni vietati o sottoposti a restrizioni, come l’alcol. Corruzione, economia informale e sanzioni finiscono così per alimentarsi reciprocamente. Secondo Khosrokhavar, la crisi economica iraniana dipende infatti più dalle disfunzioni della politica interna che dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti (p. 59). Queste ultime, anziché colpire esclusivamente il sistema, hanno paradossalmente accresciuto i profitti legati ai circuiti del mercato nero, rafforzando ulteriormente il potere economico degli apparati che lo controllano.

Lo studioso analizza anche il legame tra corruzione e crisi ambientale. A partire dal 1989, Khatam al-Anbiya, il braccio economico dei Guardiani della Rivoluzione, ha finanziato la costruzione di centinaia di dighe in tutto il Paese. Queste opere infrastrutturali hanno prodotto effetti devastanti: la deviazione dei corsi d’acqua, il prosciugamento di numerose falde acquifere e la desertificazione di territori un tempo fertili. Nell’arco di quattordici anni, le riserve idriche sotterranee sono diminuite del 77%. La crisi idrica ha così finito per trasformare profondamente anche la geografia sociale iraniana. Migliaia di agricoltori, impossibilitati a coltivare terre ormai inaridite, sono stati costretti a trasferirsi nelle città, aggravando fenomeni di sovrappopolazione urbana e disoccupazione.

Un altro tratto della natura totalitaria dello Stato è la repressione delle minoranze etniche e religiose, in particolare degli afghani. Oltre a essere oggetto di emarginazione ed espulsioni – nel 2025 circa un milione e mezzo di afghani sono stati rimpatriati – questa comunità è stata anche strumentalizzata dal regime: è accaduto per esempio durante la guerra in Siria, quando numerosi afghani residenti in Iran sono stati reclutati e mandati a combattere a sostegno dell’ex presidente Bashar al-Assad.

Nel loro insieme, questi elementi portano il sociologo franco-iraniano a definire la teocrazia iraniana uno «Stato fascista». E, nel rispondere alla domanda posta nel titolo del volume, il sociologo non lascia spazio all’ambiguità: «Fintanto che questo non sarà rovesciato, il carattere totalitario del regime non verrà meno, anche se dovesse rinunciare all’arricchimento dell’uranio o mettere in discussione la sua lotta a morte contro Israele» (p. 156). Khosrokhavar non si sbilancia sui possibili esiti della guerra, ma sin dall’introduzione avverte che la sopravvivenza del regime, «potrebbe significare la continuazione di un potere repressivo, cupo e “democida”» (p. 10), aggiungendo che comprenderne la natura è necessario «se non altro per evitare che in futuro questo tipo di potere possa affermarsi altrove o perpetuarsi qui» (p. 11).

 

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