Dal 13 al 15 febbraio la mostra sui martiri d’Algeria promossa dalla Fondazione Oasis è stata esposta a New York. All’incontro di presentazione dell’evento c’era anche Anne-Marie Gustavson, la sorella del vescovo di Orano ucciso il 1° agosto del 1996, che ha parlato delle sue radici algerine e del rapporto con il fratello

Ultimo aggiornamento: 24/02/2026 16:09:22

«Twice Called, la mostra sui 19 martiri, arrivata qui a New York è un fatto davvero incredibile. Proprio non mi aspettavo di vederla qui. Quando ne ho sentito parlare per la prima volta, ho pensato che spesso la gente di queste parti confonde l’Algeria con la Nigeria… come farà ad interessare gli americani? Ovviamente ora ne sono entusiasta e sono molto contenta di essere stata invitata. Sono rimasta stupita dal numero di persone che partecipano a questo evento, dal numero di giovani. E da come visitavano la mostra, nel silenzio e nella commozione». Anne-Marie Gustavson ha occhi vivaci e profondi che ricordano quelli del fratello Pierre Claverie, il vescovo di Orano beato martire, ucciso da una bomba il primo agosto del 1996, 30 anni fa, mentre rientrava in Diocesi insieme all’amico e autista occasionale Mohamed Bouchiki. Lei abita, col marito, non lontano dal Metropolitan Pavilion di Manhattan dove la mostra promossa dalla Fondazione Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana si è svolta a metà febbraio nell’ambito del New York Encounter e di cui lei è stata per così dire l’ospite d’onore. Anne-Marie è una donna minuta di 82 anni che emana serenità, mi spiega con discrezione che dopo tanti anni si sente parte degli Stati Uniti ma che le sue radici restano in Algeria, dov’è nata. «Le mie radici», spiega, «erano sparite, dopo che abbiamo lasciato il Nordafrica. Con i miei ci siamo trasferiti a Marsiglia, poi a Tolone… ma a quel punto per me non c’era necessità o motivo per restare in Francia. Mio fratello ci scrisse, in una delle sue lettere: “Le vostre radici non sono più in Algeria. Sono nel cuore delle persone. Troverete i vostri amici e ne farete di nuovi ovunque andrete”. Penso che questo suo pensiero sia stato una fonte di ispirazione per tutti noi».

 

Ci sono due fotografie che Anne-Marie mi mostra e che le sono molto care. In una, alla fine degli anni ’40, lei è vestita di bianco per la prima comunione, in una strada di Algeri, con i genitori e il fratello, il futuro Vescovo, che indossa una giacca doppiopetto in una fase storica dove i ragazzi vestivano come gli adulti. E in un’altra, degli anni ’80, durante una vacanza estiva, dove sono ritratti su un balcone lei e Pierre, i capelli già bianchi, un sorriso complice sulle due facce.

 

Racconta ancora Anne-Marie: «Mio fratello è nato sei anni prima di me ed è sempre stato molto protettivo nei miei confronti. Ma mi prendeva anche molto in giro ed era davvero divertente. Era un bambino molto allegro. E quindi avevamo un ottimo rapporto, che si è sviluppato anche nel corso degli anni... Ritengo una grande fortuna che mia madre e mio padre siano morti poco prima del suo sacrificio, è stata una benedizione. Mio fratello era molto legato a tutti noi: per anni ogni settimana ha scritto una lettera alla famiglia, raccontando che cosa gli accadeva ma anche proponendo molte riflessioni. In Francia sono già usciti quattro volumi, editi da Cerf, che raccolgono questo epistolario». Anne-Marie mi mostra una di queste lettere. Parla della sua vocazione. Vi si legge: «Se ho scelto la vita da prete – o se volete la vocazione religiosa – è per consegnare me stesso interamente a qualcosa che penso sia la cosa più bella che c’è al mondo». Qualcosa, dice ancora nella missiva spedita ai suoi, che sia un dono per tutti. Chiedo ad Anne-Marie quando Pierre comunicò le sue intenzioni ai familiari. «Aveva 17 anni quando ne parlò a mio padre la prima volta. Mio padre gli rispose: “Vivi la tua vita un po’ di più e magari tra un paio d’anni torna a parlarmene”. Mio fratello fece esattamente ciò che mio padre gli aveva chiesto e dopo un paio d’anni chiese il permesso di diventare domenicano. Non ci sono mai stati dubbi su quale sarebbe stata la sua traiettoria. E naturalmente questo lo ha portato alla fine che ha avuto. Ma d’altra parte noi sentiamo che la morte è solo un passaggio. Il suo spirito vive».

 

Durante la nostra conversazione al secondo piano del Metropolitan Pavilion, dove è stato organizzato anche quest’anno il New York Encounter, ogni tanto qualcuno si ferma a salutare. Siamo nella zona ristorazione ma non nelle ore affollate. Anne-Marie ha l’umiltà delle persone di vero spessore e finiamo a parlare delle nostre famiglie. Di che responsabilità sia non solo avere in casa un vescovo ma anche una vittima per la fede, un beato martire… Mi racconta che vive nel New Jersey col marito ed ha avuto due figlie. «Abbiamo vissuto anche per quattro anni in Turchia, dove è nata la mia seconda figlia, che poi è stata battezzata in Libano da mio fratello. Un dono della Provvidenza… Beh personalmente, com’è naturale, la vocazione di Pierre, la sua morte, la sua beatificazione hanno effettivamente approfondito la mia fede. Non lo considero nemmeno una sfida. Lo considero qualcosa di bello: un grande dono. Nella mia famiglia tutti abbiamo cercato di dare la vita per gli altri. Una delle mie figlie ha lavorato inizialmente per il Catholic Relief Services. Poi ha lavorato per Save the Children e ora ha un altro lavoro che ha a che fare con il donare, mentre l’altra è insegnante amministratrice in una scuola. Anche mio marito è un insegnante. E lo sono stata anch’io per tanti anni. È come se la testimonianza di mio fratello avesse aumentato il desiderio di noi tutti di dare davvero qualcosa agli altri nelle nostre esistenze». Ad agosto saranno 30 anni dall’uccisione di Pierre Claverie: si è aperto un anno importante. Anne-Marie spera di tornare ad Orano in Algeria e mi racconta che dove ci sono le tombe del fratello e di Mohamed, sepolti uno accanto all’altro nella Cattedrale, è stata costruita una porticina per permettere ai musulmani di visitare e rendere omaggio ai resti del giovane amico. Il sacrificio estremo dell’ultimo dei 19 beati martiri d’Algeria è stato condiviso da un giovane musulmano in un’unità finale che sembra dare ancora frutti.