Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba
Ultimo aggiornamento: 13/02/2026 16:20:49
I negoziati tra gli Stati Uniti e l’Iran continuano a occupare le prime pagine di quotidiani arabi.
Su al-Quds al-Arabi, lo scrittore palestinese Suwail Kiwan definisce i negoziati «una battaglia di immagine tanto quanto una battaglia per la sicurezza. Un accordo è possibile, ma il suo prezzo è il delicato equilibrio tra la dignità e l’immagine del regime da un lato, e la logica di potere e minaccia di Trump, il quale, a sua volta, cerca di apparire ai suoi alleati e al mondo come indipendente dalle pressioni di Netanyahu». Trump punta a un accordo che eviti l’uso diretto della forza militare, preferendo utilizzare quest’ultima come mezzo di pressione – una strategia del tipo: «O fai come dico io, o ti colpisco». Khamenei cerca un’intesa che gli consenta di salvare la faccia sul piano interno e internazionale. Netanyahu sta cercando di spingere Trump verso uno scontro militare con l’Iran, nella convinzione che Teheran non rinuncerà alle proprie capacità missilistiche attraverso i negoziati. Ma allo stesso tempo non vuole essere percepito come l’istigatore di una guerra che avrebbe ripercussioni su tutta la regione. Netanyahu «vuole una guerra in cui Israele sia solo uno spettatore e a pagarne il prezzo siano i Paesi della regione».
Tagliente Osama Abu Irshad, che sul quotidiano di proprietà qatariota al-Arabi al-Jadid definisce Netanyahu «l’incarnazione del male». Per definire il ruolo oscuro giocato dal Primo ministro israeliano nei negoziati cita il proverbio arabo «ha portato il male sotto il braccio», la cui origine risale al poeta preislamico Thabit ibn Jabir al-Fahmi. Secondo una delle versioni della tradizione, Thabit uccise un demone, se lo mise sotto il braccio e lo portò alla sua tribù, , racconta il ricercatore palestinese. Netanyahu, scrive Abu Irshad, non vuole né i negoziati, né la pace nella regione: «è come un corvo che gracchia in mezzo alle rovine, desideroso di una guerra devastante fintanto che gli Stati Uniti continueranno a portare gran parte del peso per conto della sua entità parassitaria e criminale». Il Primo ministro israeliano, prosegue l’articolo, è arrivato a Washington «portando il male sotto il braccio, tentando di sabotare i negoziati nella speranza che Trump indebolisse il regime iraniano, così da facilitare la riorganizzazione della regione e privarla di tutti i centri di resistenza a Israele, consentendo a quest’ultimo di dominare». Il giornalista ventila inoltre l’ipotesi che possa ripetersi lo stesso scenario dello scorso giugno, quando Israele, nel mezzo dei negoziati USA-Iran, lanciò attacchi contro i siti nucleari iraniani, ai quali poi si unirono gli Stati Uniti.
Comunque vada, «l’influenza iraniana nella regione è destinata a erodersi», afferma lo scrittore egiziano ‘Ammar ‘Ali Hassan su al-Jazeera. Un eventuale attacco degli Stati Uniti all’Iran potrebbe portare a due scenari: la caduta del regime insieme al suo progetto espansionistico, oppure la sopravvivenza di un regime debole e costretto a concentrarsi sugli affari interni per affrontare la crisi economica, che ha recentemente spinto milioni di iraniani in piazza. Ma anche senza un intervento diretto di Washington e Tel Aviv, l’influenza iraniana nel mondo arabo è destinata a diminuire.
«Il messaggio che proviene da Teheran questa settimana è che le notizie sulla fine della guida del regime non sono altro che esagerazioni; quest’ultima è determinato a restare al potere a qualsiasi costo», scrive su al-Sharq al-Awsat – quotidiano di proprietà saudita – lo scrittore e giornalista iraniano Amir Taheri. Khamenei «ha incassato i colpi degli eventi recenti ed è determinato a proseguire sulla strada tracciata per l’Iran da oltre trent’anni». Il messaggio, ribadito la scorsa settimana in occasione dell’anniversario della Rivoluzione islamica, è chiaro: «Non ci sarà alcun cambiamento radicale nelle politiche o nel comportamento della Repubblica Islamica, né a livello nazionale né internazionale». Questa rinnovata fiducia della Guida Suprema si fonda su quattro elementi, spiega Taheri: la convinzione che gli Stati Uniti e Israele non entreranno in un nuovo scontro militare con l’Iran; l’opposizione, da parte di tutte le potenze regionali, a un eventuale cambio di regime; l’assenza tra gli oppositori di una strategia credibile per prendere il potere; e infine l’idea che la minaccia più immediata possa provenire dall’interno stesso del sistema, in particolare dall’ala riformista. Quest’ultima, spiega l’articolo, comprende molti ex alti funzionari politici e militari, oltre a una schiera di accademici, personalità della società civile, religiosi, scrittori e giornalisti. La preoccupazione della Guida Suprema è che questo fronte possa raggiungere un accordo con Washington per orchestrare una transizione del potere sul modello venezuelano: un cambio di vertice ma senza intaccare la struttura generale del regime. Per escludere questa possibilità, nei giorni scorsi è stata avviata una campagna repressiva contro «i simboli riformisti», con arresti di attivisti a Teheran e nelle province, prosegue l’articolo. «La Guida Suprema, osserva Taheri, non ha più bisogno della narrazione riformista per dare al suo regime una parvenza di pluralismo. La fazione riformista è stata utile fintanto che non c’era il rischio che si trasformasse da “opposizione simbolica” in minaccia reale».
Sulla piattaforma d’informazione libanese Asasmedia, Amin Qamouriye riflette sulla preoccupazione suscitata in Israele dalle dichiarazioni di Trump, che ha definitivo «molto buoni» i risultati della prima tornata di colloqui con l’Iran a Muscat. La fiducia della Casa Bianca nell’andamento dei negoziati ha indispettito Netanyahu, che «si è affrettato a fare le valigie e si è diretto a Washington nel tentativo di convincere il presidente americano a farla finita con il regime della Guida Suprema Ali Khamenei, o nel peggiore dei casi, ad alzare il tetto delle condizioni americane in un eventuale accordo con l’Iran». Per Israele, infatti, «un accordo a metà con l’Iran è più pericoloso di una bomba». Il Primo ministro israeliano, spiega il giornalista, ritiene che il mandato conferito da Teheran ai suoi negoziatori sia circoscritto alla questione nucleare e considera questo «un inizio infausto per i colloqui». Fondamentalmente, è contrario a qualsiasi trattativa con la «testa del serpente» ed è a disagio con l’approccio dell’inviato statunitense Steve Wittkof, favorevole alla diplomazia e contrario all’uso della forza. Nella logica di Israele, prosegue l’articolo, «qualsiasi dialogo con Teheran non è altro che una perdita di tempo, perché le soluzioni politiche non frenano il regime iraniano, ma gli danno più tempo per rafforzare la sua intransigenza e finanziare le sue attività militari nella regione».
La stampa emiratina analizza l’evoluzione della posizione dell’Iran dai negoziati del 2015 ai colloqui odierni. Nel 2015 Teheran negoziava da una posizione di forza, sostenuta da un’ampia influenza regionale e dalla rete di alleanze dell’Asse della Resistenza, riuscendo a ottenere un accordo nucleare che limitava il programma atomico in cambio della revoca delle sanzioni, scrive il giornalista emiratino Hamid al-Mansouri su al-‘Ayn al-Ikhbariya.
Dal 2018 in poi, il ritiro statunitense dall’accordo, l’uccisione di figure chiave, il progressivo indebolimento degli alleati regionali, le guerre indirette e dirette e l’acuirsi della crisi economica interna hanno ridimensionato la posizione iraniana. I negoziati in corso nel 2026 mostrano un Iran sulla difensiva, «impegnato a gestire le perdite con l’obiettivo di prolungare un po’ la vita del regime, per timore che l’unità iraniana possa disgregarsi». Lo scenario più probabile, conclude l’articolo, è un accordo limitato in base al quale Washington cerca di imporre restrizioni e controlli sugli impianti di arricchimento e sull’arsenale di missili balistici in cambio della revoca graduale delle sanzioni. Teheran, da parte sua, vede in questo un’opportunità per garantire la sopravvivenza del regime teocratico, più che un mezzo per riconquistare l’influenza regionale perduta o rilegittimarsi agli occhi della popolazione.
«La tregua è imminente?»: negoziati fragili e crisi umanitaria in Sudan [a cura di Claudia Catanzaro]
Nelle ultime settimane, il Sudan è tornato a occupare le prime pagine della stampa araba. Infatti, nonostante i tentativi di trovare un accordo per il cessate il fuoco da parte del Quad – il gruppo composto da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto che svolge la funzione di mediatore nel conflitto sudanese –, i brutali attacchi delle Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces, RSF) nel Kordofan proseguono e continuano ad aggravare quella che per le Nazioni Unite è la crisi umanitaria peggiore al mondo.
La probabilità di giungere a un cessate il fuoco è uno dei temi più discussi sulle testate panarabe: al-Sharq al-Awsat titola infatti «la tregua è imminente in Sudan?» un articolo dello scrittore e giornalista sudanese Othman Mirghani. La domanda fa riferimento ad alcune dichiarazioni rilasciate da Massad Boulos, Senior advisor per gli Affari arabi e africani del Dipartimento di Stato statunitense, durante una conferenza per l’assistenza umanitaria in Sudan tenutasi il 3 febbraio al Peace Institute di Washington. Boulos avrebbe fatto intuire la presenza di un «meccanismo delle Nazioni Unite» e di un «testo che dovrebbe essere accettabile per entrambe le parti», che prenderebbe in considerazione quattro temi principali: la dimensione umanitaria, la protezione dei civili, il cessate il fuoco permanente e la transizione verso un governo civile. Secondo il giornalista, sebbene ci siano effettivamente degli sforzi in corso, non bisogna «essere eccessivamente ottimisti, né esagerare nel parlare di un imminente accordo di pace» perché la realtà sul campo potrebbe complicare la situazione: a livello interno, le Forze Armate Sudanesi (Sudanese Armed Forces, SAF) rifiutano infatti qualsiasi tregua finché le RSF occuperanno le città. Sul piano internazionale, invece, gli sviluppi geopolitici nel Mar Rosso, la crisi in Iran e le incertezze su Gaza relegano la questione sudanese a «parte di un’equazione di sicurezza regionale più ampia». Mirghani conclude l’articolo criticando le speculazioni sul Sudan: «in tutti questi contesti, qualsiasi discorso su una tregua, una roadmap vaga o tentativi affrettati non significherà una soluzione per il Sudan, ma ulteriori complicazioni per la sua crisi». Solo marginalizzando le Forze di Supporto Rapido, la cui «permanenza come forza ausiliaria non è più una soluzione possibile o accettabile», si potrà giungere a «una pace completa e sostenibile che i sudanesi meritano dopo il prezzo esorbitante che hanno pagato in questa guerra».
Anche Omar al-Omar, firma sudanese di al-‘Arabi al-Jadid, riprende le dichiarazioni di Massad Boulos e sostiene che potrebbero suggerire uno scenario simile a quello delineatosi nel 2007 con la Risoluzione 1769 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quest’ultima aveva portato all’istituzione dell’UNAMID, un’operazione di peacekeeping ibrida tra l’ONU e l’Unione Africana volta a garantire la protezione dei civili, l’assistenza umanitaria e la tutela dei diritti umani nel Darfur. Secondo l’autore, la proposta che trapela dalle parole del consigliere per l’Africa sembra essere una versione evoluta dell’UNAMID: innanzitutto, riguarda l’intero Paese e non solo una delle regioni dilaniate dal conflitto; poi, richiamando l’articolo 42 nel capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, si presenta come una «missione di pace multidimensionale» che prevede l’uso della forza, perché «quando gli sforzi diplomatici falliscono nel raggiungere una soluzione pacifica, le misure militari rimangono l’ultimo rimedio». Questo, commenta il giornalista, «è un comportamento tipico di Trump: prediligere la violenza rispetto alla diplomazia». Tuttavia, prosegue, dalle crisi in Iran e in Venezuela è emerso un nuovo orientamento degli Stati Uniti, che sembrano aver compreso i rischi legati all’escalation militare; in Sudan, quindi, «al Presidente americano basta un accordo senza costi militari per potersi vantare della sua nona medaglia per la pace». L’eventuale dispiegamento di una missione internazionale costituisce senza dubbio una sfida, ma «potrebbe rappresentare al contempo l’uscita sicura, spazzare via il fumo e la polvere della disastrosa guerra attuale e salvare ciò che può essere salvato delle vittime e delle infrastrutture. In assenza di una mente politica e della volontà nazionale capaci di aprire questa via d’uscita, resta la scommessa su un meccanismo delle Nazioni Unite».
In questo quadro, al-Quds al-‘Arabi propone una lettura più ampia del conflitto in Sudan, spostando l’attenzione dalle prospettive di cessate il fuoco alle cause politiche e strutturali della crisi. In un editoriale a firma della redazione, la testata di proprietà qatariota afferma innanzitutto che nell’analisi del dossier sudanese non bisogna ignorare il colpo di Stato del 25 ottobre 2021, che ha «minato i calcoli sulla spartizione del potere tra gli stessi generali da un lato, e i partiti, le forze e le organizzazioni della società civile dall’altro». Secondo l’articolo, però, le ripercussioni più gravi del rovesciamento del governo di Abdallah Hamdok sono state «l’emarginazione della piazza popolare dall’azione politica e la sottomissione dello spazio pubblico alle armi», che hanno spianato la strada all’ingerenza straniera in Sudan. La speranza di compiere dei «passi concreti verso un cessate il fuoco» e di giungere «alla fine di una guerra assurda», conclude l’editoriale, si scontra con la tragica realtà sul campo, dove, secondo le stime – solitamente ribassate – delle Nazioni Unite, la guerra ha provocato decine di migliaia di morti e circa 15 milioni tra sfollati, rifugiati o deportati.
Infine, sul quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, il ricercatore saudita Yousuf al-Dini denuncia proprio le logiche che alimentano le catastrofi umanitarie in corso a Gaza e in Sudan. In particolare, critica come in questi contesti avvenga un processo di «giustificazione della punizione collettiva con obiettivi politici che non hanno alcun legame con la protezione dei civili o la fine del conflitto». In tempi di crisi, infatti, il sistema internazionale non solo perde la capacità di separare ciò che è politico da ciò che è umanitario, ma rende anche la distinzione «svuotata del suo contenuto e trasformata in uno strumento di pressione e punizione collettiva esercitata in nome della politica». Quest’ultima, inoltre, viene completamente esonerata dalle proprie responsabilità, mentre la «sicurezza», per quanto riguarda la Striscia di Gaza, e la «guerra al nemico», in Sudan, diventano le scuse principali per proseguire con una strategia di logoramento che distrugge la vita di milioni di persone. L’Arabia Saudita, plaude l’autore, condannando duramente gli attacchi delle RSF sostenute dagli Emirati Arabi, ha manifestato un «chiaro rifiuto dell’idea di normalizzare l’assedio umanitario come strumento politico». Riferendosi agli attacchi che il gruppo paramilitare di Hemedti ha perpetrato contro l’ospedale militare di al-Kuweik, contro i convogli del World Food Programme e contro alcuni autobus con a bordo gli sfollati nel Kordofan, al-Dini denuncia che «colpire cibo e medicinali non è un dettaglio militare, bensì un crimine strategico volto a sottomettere le società attraverso la fame». Il ricercatore mette in guardia dai pericoli che queste logiche inevitabilmente innescheranno se non verranno messe in discussione: «questo modello creerà una condizione di nichilismo a lungo termine» perché non si tratta di emergenze temporanee, bensì di «strutture di distruzione che produrranno violenza cronica, collasso sociale ed estremismo nato dalla disperazione». Il rischio è che, ignorando queste dinamiche, Gaza e il Sudan diventeranno «modelli di un mondo che accetta la politicizzazione e l’ideologizzazione della sofferenza e che trasforma le crisi umanitarie in carburante per conflitti prolungati», dove le persone muoiono «non per il fallimento dei negoziati, ma per una fame intenzionale e a sangue freddo». «Quando la sofferenza viene usata come strumento di pressione, il mondo fallisce moralmente prima ancora che politicamente», conclude amaramente al-Dini.