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Islam

Diritti di Dio vs diritti dell’uomo: l’Islam in tensione

Gli ulema medievali hanno pensato la libertà religiosa all'interno di un paradigma egemonico. Oggi cercano spesso di riproporre questo paradigma nel diritto positivo degli Stati

Questo articolo è pubblicato in Oasis 26. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 14/11/2018 15:44:26

Esiste una forte tensione nel campo islamico contemporaneo sul modo di considerare il diritto musulmano medievale, la sua interazione con il diritto positivo e la ricezione dei trattati internazionali relativi ai diritti dell’uomo. Dopo che buona parte della giurisprudenza islamica, soprattutto in ambito penale, è diventata obsoleta nel corso del tempo, a essere in gioco oggi è la riattivazione della sua portata effettiva nel diritto positivo dei Paesi islamici.

 

All’inizio di ottobre del 2010 si teneva la sessione inaugurale del forum culturale del Consiglio superiore degli affari islamici d’Egitto. In quella sede Muhammad ‘Abd al-Ghanī Shāma[1], consigliere per la cultura del ministro degli Affari religiosi, esprimeva un parere consultivo, una fatwa, secondo cui la religione è una scelta personale, libera, e lo Stato deve garantire l’esercizio di questa libertà astenendosi da qualsiasi coercizione nei confronti delle persone. Shāma affermava inoltre che il parere giuridico islamico secondo il quale l’apostata andrebbe messo a morte non ha alcun fondamento coranico, facendo leva sul passo seguente: «Quanto a coloro che credettero, poi rifiutaron la fede, poi credettero, poi rifiutaron la fede, poi crebbero in infedeltà ancora, Iddio non potrà più perdonarli né guidarli per una retta Via» (4,137)[2].

 

Le sue dichiarazioni non tardarono a suscitare una polemica nei media e nell’opinione pubblica del Paese. Il ministro degli Affari religiosi Mahmūd Hamdī Zaqzūq, assente alla riunione, dichiarava ai media nazionali[3] che il parere personale del suo consigliere non rifletteva la posizione del ministero. Non era la prima volta che il ministro rimetteva in riga il consigliere, le cui posizioni su alcune questioni relative alla libertà di culto avevano già suscitato aspre critiche, in particolare a motivo del suo sostegno[4] ad Amina Wadud, musulmana canadese e prima donna dell’epoca contemporanea ad aver guidato una preghiera collettiva mista. Dal canto loro, diversi importanti leader religiosi egiziani si sono affrettati a ricordare come i testi dell’Islam siano chiarissimi sulla necessità di mettere a morte l’apostata che, con il suo atto, attenta alla purezza della società musulmana.

 

Questa polemica non è un fatto aneddotico; solo in Egitto infatti, negli ultimi quindici anni, si sono alternate dichiarazioni contraddittorie sul rispetto o sulla restrizione della libertà religiosa, tra mufti dello Stato, mufti della moschea-università dell’Azhar, ministero degli Affari religiosi, Consiglio della fatwa egiziano e leader religiosi delle diverse tendenze dell’Islam[5]. Secondo il Consiglio egiziano della fatwa, «la problematica della pena di morte prevista per l’apostata non trova applicazione nella realtà della vita pratica. Il fatto che questa punizione sia ancora presente nelle fonti della legislazione musulmana non significa che essa sia una sanzione legale che pregiudica la libertà di pensiero e di credo. Anzi, tale pena è subordinata al diritto positivo»[6].

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