Chi sono i muridi, qual è il significato della città santa di Touba, perché il sufismo è importante per il Senegal, come mai la diaspora senegalese muride è così numerosa nel mondo. Un’intervista con Cheikh Anta Babou
Ultimo aggiornamento: 22/07/2026 15:58:05
In Senegal essere musulmano significa quasi automaticamente appartenere a una confraternita sufi, istituzione centrale della corrente più spirituale dell’Islam. La Muridiyya è una delle quattro confraternite presenti nel Paese, fondata intorno al 1884 da Cheikh Ahmadou Bamba (m. 1927) come forma di rinnovamento dell’islam locale e di resistenza culturale al dominio francese. Il termine “murīd”, da cui deriva il nome della confraternita, significa in arabo “discepolo” e richiama il legame spirituale che unisce il fedele al proprio maestro (sheikh), figura chiave nella tradizione sufi.
Centrali nel progetto di Ahmadou Bamba sono la “tarbiya”, – una forma di educazione spirituale tesa a trasformare il comportamento delle persone, la loro etica e il loro rapporto con gli altri – la preghiera e il lavoro. L’essenza della Muridiyya è racchiusa nel celebre motto attribuito al suo fondatore: «Prega come se dovessi morire domani, lavora come se dovessi vivere per sempre». Da questa concezione è nata un’etica del lavoro che ancora oggi caratterizza i muridi e contribuisce a spiegare il loro dinamismo economico, sia in Senegal sia all’interno della vasta diaspora.
La crescente popolarità di Ahmadou Bamba suscitò molto presto i sospetti delle autorità coloniali francesi. Nel 1895 il maestro sufi fu esiliato in Gabon e, alcuni anni più tardi, confinato anche in Mauritania. Paradossalmente, questi anni di lontananza contribuirono ad accrescerne il prestigio, alimentando la sua fama di santo e rafforzando la devozione dei suoi seguaci.
Il centro spirituale della confraternita muride è Touba, la città santa fondata da Ahmadou Bamba nel 1887, dove ogni anno si celebra il Grand Magal, il più importante pellegrinaggio muride, che richiama milioni di fedeli provenienti dal Senegal e dalla diaspora.
Oggi oltre un terzo dei senegalesi si identifica nella Muridiyya. L’influenza di questa confraternita supera la dimensione religiosa, svolgendo un ruolo di primo piano nella vita sociale, economica e politica del Paese. Insieme alle altre confraternite sufi, la Muridiyya è considerata uno dei principali fattori di coesione e stabilità del Senegal, contribuendo a contenere le derive estremiste che hanno invece interessato altri Paesi dell’Africa Occidentale.
Cheikh Anta Babou, professore di Storia all’Università della Pennsylvania e tra i massimi esperti della Muridiyya. Lui stesso muride, ci ha raccontato la storia della confraternita e del suo fondatore, il ruolo giocato dal sufismo nel suo Paese d’origine, e alcuni aneddoti tramandatigli dal padre, che conobbe e visse alcuni anni con Cheikh Ahmadou Bamba.
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Intervista a cura di Chiara Pellegrino
La nascita della Muridiyya si inserisce nel processo di espansione dell’Islam nell’Africa occidentale del XIX secolo. Può spiegarci questa evoluzione? Quali motivazioni spinsero Cheikh Ahmadou Bamba a fondare una nuova confraternita sufi?
La Muridiyya fu fondata intorno al 1884, dopo la morte del padre di Ahmadou Bamba. Suo padre era un qādī, un giudice musulmano, e consigliere di re Lat Dior, sovrano della provincia di Cayor, nell’attuale Senegal. Formalmente, questi re erano musulmani, ma molti di loro erano di cultura ceddo – una sorta di religione mista che combinava le credenze tradizionali africane e l’Islam. Portavano nomi musulmani e seguivano alcune pratiche islamiche, ma per i chierici non rappresentavano una forma di Islam pienamente ortodossa. Il padre di Ahmadou Bamba faceva parte di quella cerchia. Era un chierico e uno studioso stimato, profondamente versato nelle scienze islamiche. Fin da giovane, Ahmadou Bamba guardava con disagio al rapporto che il padre intratteneva con questi governanti. Molti di loro erano coinvolti in guerre, razzie e schiavitù. Per questo motivo esortò più volte il padre ad allontanarsi dalla vita di corte e dedicarsi esclusivamente all’insegnamento, allo studio e alla formazione religiosa islamica.
Finché il padre fu in vita, Ahmadou Bamba non ruppe mai apertamente con lui. Ma dopo la sua morte, nel 1884, prese definitivamente le distanze dai governanti. Quando gli venne proposto di succedergli come consigliere del re, rifiutò l’incarico, dicendo che si sarebbe vergognato di essere visto dirigersi verso il palazzo reale anziché verso la casa di Dio. Una decisione che, all’epoca, era considerata oltraggiosa, perché la società si aspettava che un figlio seguisse il percorso tracciato dal padre e dagli antenati. Questa prima rottura fu sia fisica che intellettuale. Ahmadou Bamba lasciò la regione di Cayor, dove il padre aveva vissuto, e si trasferì a Baol, terra d’origine della sua famiglia. Ma il suo distacco non fu solo geografico: segnò anche una rottura con il modello religioso ed educativo delle generazioni precedenti.
Intorno al 1884, Serigne Touba [il nome con cui Ahmadou Bamba è conosciuto tra i suoi discepoli, NdR] iniziò a sviluppare una propria visione d’Islam sufi. In Senegal, già da tempo erano presenti tradizioni e confraternite sufi. La sua stessa famiglia apparteneva alla Qadiriyya, una delle più antiche confraternite sufi. Ahmadou Bamba voleva però crearne una propria interpretazione.
Al centro della sua visione c’era la “tarbiya”, una forma di educazione e allenamento spirituale. Per Ahmadou Bamba, l’educazione non consisteva semplicemente nel memorizzare il Corano o nell’acquisire la conoscenza religiosa. Le persone studiavano il Corano da generazioni, ma questo tipo di educazione non sempre trasformava il loro comportamento, la loro etica o il loro rapporto con gli altri. Serigne Touba voleva una forma di educazione più profonda, capace di trasformare tutta la persona – corpo, mente e anima. La tarbiya era quindi un processo olistico teso non soltanto a riempire l’intelletto di conoscenza, ma a rimodellare l’individuo dall’interno. Era un’educazione discorsiva ed esperienziale, un modo di formare le persone attraverso la disciplina, la pratica spirituale e la trasformazione etica.
In origine, il sufismo in Senegal era un movimento mistico riservato alle élite. Quando si è trasformato in un movimento di devozione popolare?
La storia è piuttosto complessa. La prima confraternita sufi a diffondersi in Africa occidentale fu la Qadiriyya, arrivata intorno al XV secolo, grazie a studiosi e mercanti arabi, in particolare alla tribù dei Kunta, un gruppo che rivendicava la discendenza dal profeta Muhammad. Gli studiosi generalmente considerano la Qadiriyya un ordine sufi elitario. Successivamente, si diffuse la Tijaniyya, che sviluppò un approccio diverso, più inclusivo. Nella tradizione tijani, l’accesso alla baraka (benedizione spirituale) e a Dio era più semplice.
La confraternita muride è un ramo della Qadiriyya. Sia Ahmadou Bamba che suo padre appartenevano infatti a questa confraternita. In questo senso, la Muridiyya può considerarsi una prosecuzione della Qadiriyya, ma con una nuova interpretazione. Ahmadou Bamba, del resto, non si presentò mai come il fondatore di una nuova confraternita e mantenne un legame con la Qadiriyya attraverso il concetto di silsila, ovvero la catena di autorità spirituale che lega un discepolo a uno cheikh, di generazione in generazione, fino ad arrivare al Profeta Muhammad. Questo legame di continuità è importante.
Nel tempo, però, la Muridiyya è diventata un nuovo ordine sufi con il proprio wird (litania), il proprio sistema educativo, rituali e festività, e una propria città santa. Pur mantenendo un legame formale con la Qadiriyya, ha sviluppato un’identità distinta. La Muridiyya è un’avanguardia composta da persone altamente istruite, tra cui lo stesso Ahmadou Bamba e i suoi discepoli più vicini. Fin dall’inizio, il movimento si rivolse anche alla gente comune. Diventare un muride non è difficile: è sufficiente sottomettersi a uno cheikh e impegnarsi a seguirne la guida. Conoscere il wird non è obbligatorio. Ciò che invece è obbligatorio è il rapporto con lo cheikh: il discepolo si sottomette a lui ne segue le prescrizioni e i divieti.
Può spiegarci più nel dettaglio in che cosa consiste il wird?
Il wird è un insieme di litanie che i discepoli di una confraternita sufi recitano usando il rosario. Può includere passi del Corano e invocazioni proprie di ciascun ordine sufi. Queste litanie sono attribuite al fondatore della confraternita che, secondo la tradizione, le ha ricevute in sogno dal Profeta Muhammad.
Ogni confraternita possiede il proprio wird. I muridi fanno risalire il loro ad Ahmadou Bamba. Durante il suo esilio in Mauritania nel 1904, vide in sogno il Profeta Muhammad, il quale gli trasmise queste litanie. Il wird viene recitato dopo le preghiere quotidiane o in momenti specifici della giornata. Attraverso questa pratica, i muridi rafforzano il proprio legame spirituale e il loro senso di appartenenza.
Oltre alla tarbiya, che ha già menzionato, quali sono gli altri pilastri della confraternita muride?
Ogni confraternita sufi ha una struttura specifica, che comprende un wird e il rapporto tra cheikh e discepolo (murīd). L’obbiettivo degli ordini sufi è guidare i credenti verso Dio, partendo dal presupposto che non è un percorso che si possa intraprendere da soli. Senza una guida, si è persi. Un celebre detto sufi recita: “Se non hai una guida, Satana sarà la tua guida”.
La vita umana e il rapporto con Dio sono una battaglia costante contro il nafs, l’anima carnale o l’io inferiore. Ciò che mantiene vivo il legame con Dio è la luce che Dio ha posto nell’essere umano. I discepoli possono conoscere il Corano ed eseguire le preghiere, ma da soli non hanno gli strumenti necessari per riconoscere e resistere alle insidie di Satana. Alcuni pensatori sufi hanno paragonato il discepolo a un cieco che vuole attraversare un fiume: ha bisogno di una guida che gli indichi la strada. Altri pensatori hanno paragonato il discepolo a un morto nelle mani del becchino. Tutte le confraternite sufi sottolineano la necessità di una guida.
Il murīd non fa domande al suo cheikh, fa semplicemente ciò che gli viene detto. Lo stesso Ahmadou Bamba scrisse che un vero murīd è, anzitutto, un musulmano, poi qualcuno che ama il proprio cheikh e lo segue senza esitazione, e infine qualcuno che pratica la khidma (il servizio). La khidma consiste nel lavorare per il proprio cheikh, ma non si tratta semplicemente di un lavoro nel senso comune del termine. Se lo confrontiamo con la concezione del lavoro nel pensiero calvinista, ricorda l’idea delle opere buone compiute per amore di Dio. Sebbene questo lavoro possa generare ricchezza, l’obiettivo primario del discepolo non è il guadagno materiale: il suo scopo è servire Dio attraverso il servizio reso allo cheikh.
Prima ha fatto riferimento alle litanie ricevute in sogno da Ahmadou Bamba. Può spiegare l’importanza dei sogni nella cultura sufi?
I sufi considerano i sogni un mezzo attraverso il quale Dio può insegnare e guidare le persone. Credono che l’Islam non si esaurisca nel solo Corano e che Dio disponga di molti modi per insegnare, che vanno oltre il Testo rivelato. Tra questi ci sono l’ispirazione (ilhām) e il disvelamento (kashf). Nessuno conosce il significato ultimo del Corano se non Dio stesso. Per questo i sufi credono che, quando una persona diventa amico di Dio, ciò purifica la propria anima e si avvicina a Lui attraverso il wird e altre pratiche spirituali, Dio possa svelarle realtà che rimangono inaccessibili agli esseri umani comuni. Questa persona ha un accesso privilegiato alla conoscenza divina, perché ha raggiunto un grado superiore di vicinanza a Dio. Diventa walī Allāh, amico di Dio. Nell’Islam, non c’è nessuna rivelazione dopo Muhammad. Ciò, tuttavia, non significa che Dio non possa continuare a svelare significati e conoscenze ad alcune persone. Ahmadou Bamba sosteneva che, dopo il suo esilio, i sacrifici e le sofferenze, il profeta Muhammad aveva continuato a istruirlo attraverso i sogni.
Nel 2027 ricorrerà il centenario della morte di Cheikh Ahmadou Bamba. Nel suo libro Fighting the Greater Jihad lei scrive che suo nonno e suo padre lo hanno conosciuto personalmente. Può condividere con noi un ricordo di famiglia o un aneddoto?
Mio nonno era un ceddo, e prestò servizio nell’esercito di Cayor. Mio padre raccontava spesso di come avesse combattuto sessanta battaglie e fosse stato ferito molte volte. Ma quando emerse Ahmadou Bamba, mio nonno abbandonò la sua vecchia vita. Aveva quattro figli: mio padre e i suoi tre fratelli maggiori. Li portò tutti da Ahmadou Bamba e gli disse: “Ti affido i miei figli. Fa’ di loro ciò che vuoi”. Questo era il suo modo di esprimere il rimpianto per la vita che aveva vissuto prima. Ahmadou Bamba prese mio padre e due dei suoi fratelli e li affidò a suo fratello, Cheikh Anta Mbaké. Ecco perché io mi chiamo Cheikh Anta, come il fratello di Ahmadou Bamba. Cheikh Anta era un uomo molto ricco e influente. Anche lui fu mandato in esilio dai francesi a Ségou, in Mali. Alle autorità coloniali non piaceva, perché era intelligente, conosceva diversi politici e avvocati e aveva imparato un po’ di francese.
Mio padre raccontava di essere nato nel 1900, anche se potrebbe essere nato prima, visto che non c’è un certificato di nascita. Visse con Ahmadou Bamba per 27 anni. Mi raccontava spesso di Cheikh Anta e Cheikh Ibrahima Fall, delle sue visite a loro e di ciò che gli avevano insegnato su Ahmadou Bamba.
Quando parla di Cheikh Ibrahima Fall intende il fondatore dei Baye Fall?
Sì, proprio lui. I Baye Fall sono un movimento all’interno della Muridiyya. Sono un gruppo piuttosto atipico e controverso, perché non pregano e non digiunano regolarmente. Il loro modo di essere muridi è diverso: esprimono la loro devozione verso Ahmadou Bamba attraverso il lavoro fisico e il servizio. Qualunque cosa chieda loro lo cheikh, la fanno. Per i Baye Fall, sono più importanti il servizio e l’obbedienza allo cheikh che la preghiera e il digiuno.
Insieme a Cheikh Anta Mbacké, Cheikh Ibrahima Fall fu uno dei discepoli più influenti di Ahmadou Bamba. Anche lui era stato un ceddo, ma dopo aver sentito parlare di Ahmadou Bamba decise di cercarlo e si pose sotto la sua guida. Andò a Cayor, dove Ahmadou Bamba viveva all’epoca. Poteva essere intorno al 1884. Cheikh Ibrahima Fall raccontò in seguito che, al suo arrivo, vide mio nonno e molti dei suoi compagni a cavallo, armati di fucili e altre armi. Le persone che erano con lui dissero: “Sono guerrieri, banditi”. Ma Cheikh Ibrahima Fall rispose loro: “No, non sono né guerrieri né banditi. Sono persone nobili”. In seguito, disse a mio padre: “Sai perché ho detto che tuo nonno era un uomo nobile? Perché in lui ho visto il tuo seme”. Mio padre non era ancora nato, ma Cheikh Ibrahima Fall aveva visto il futuro e ciò che sarebbero diventati i discendenti di mio nonno. Questa è la lingua del sufismo.
Ogni anno, i pellegrini si riuniscono a Touba per il Grand Magal, il pellegrinaggio annuale che ricorda l’esilio di Ahmadou Bamba in Gabon per mano delle autorità coloniali francesi. Come viene commemorato questo evento e quali sono i suoi riti principali?
Il Magal ha una sua storia. Fu lo stesso Ahmadou Bamba, mentre si trovava agli arresti domiciliari a Diourbel, a raccomandare ai suoi seguaci di commemorare il giorno del suo arresto e della sua partenza per l’esilio, non il suo ritorno, come molti studiosi credevano un tempo. Introdusse la celebrazione probabilmente tra il 1922 e il 1924, come cerimonia di ringraziamento da tenersi ogni anno il 18 del mese di Safar nel calendario islamico.
Il Magal riflette una particolare concezione sufi della sofferenza. Ahmadou Bamba chiese ai suoi seguaci di non piangere il suo arresto, ma di celebrarlo come atto di ringraziamento. Li incoraggiò a riunirsi con familiari e amici, mangiare insieme, recitare il Corano e ringraziare Dio per la forza che gli aveva dato per sopportare l’esilio e le difficoltà. Dio lo aveva portato via dalla sua famiglia e consegnato ai francesi per 32 anni, dal 1895 al 1927. Durante quel periodo, visse sempre in esilio o agli arresti domiciliari. Ahmadou Bamba credeva che queste prove gli avessero portato grandi benefici spirituali: la vicinanza a Dio, un rapporto privilegiato con il Profeta Muhammad e una profonda conoscenza della lingua araba e del Corano che, secondo lui, nessun nero aveva mai raggiunto prima. Non cercò mai seguaci, eppure arrivarono a migliaia. Secondo lui, tutto questo era frutto della sua sofferenza.
In origine, il Magal veniva celebrato in casa. Solo dopo la morte di Ahmadou Bamba, il suo primo successore Mamadou Moustapha Mbacké invitò i muridi a riunirsi a Touba. Voleva creare una comunità e costruire una moschea. Vedeva nel Magal un’opportunità per i muridi di riunirsi, rafforzare il loro senso di unità e portare avanti i progetti che Ahmadou Bamba aveva immaginato ma non completato.
I rituali del Magal sono rimasti sostanzialmente invariati sin dalle sue origini. La celebrazione, che dura tre giorni, comprende la recitazione del Corano, la lettura delle qasā’id (poesie devozionali) di Ahmadou Bamba, la visita alla sua tomba e a quelle dei suoi successori, la visita al proprio cheikh e l’offerta della hadiya, il contributo che il muride dona alla comunità. Nel tempo, il Magal ha acquisito anche una dimensione politica, con la partecipazione delle autorità governative.
Al di là della sua dimensione spirituale, la Muridiyya rappresentava anche una forma di resistenza culturale al dominio coloniale francese…
Ahmadou Bamba era molto preoccupato dalla “missione civilizzatrice francese”, anche se non la esprimeva in questi termini accademici. Una delle sue principali preoccupazioni era come preservare la cultura islamica e le tradizioni locali sotto il dominio francese. Aveva capito che i francesi volevano trasformare il popolo senegalese in “francesi neri”.
Il progetto muride può essere compreso come un tentativo di proteggere la società e la cultura senegalese dall’assimilazione. Uno strumento chiave era la tarbiya, che considero una forma di controcultura, un modo per preservare un’identità islamica e senegalese distinta. Questo sforzo coinvolge molti aspetti della vita quotidiana: l’abbigliamento, la lingua e le pratiche sociali senegalesi. I muridi continuano a indossare gli abiti tradizionali, non li si vede con giacca e cravatta. E ovunque si trovino, continuano a parlare wolof. Se si confronta il Senegal con la Costa d’Avorio, il Benin o il Congo, si nota che la cultura francese ha avuto un impatto minore in Senegal che in questi altri Paesi. Oggi, le lingue senegalesi autoctone sono ancora ampiamente presenti nella vita pubblica, anche in televisione e alla radio, e gli abiti tradizionali vengono indossati regolarmente anche dai leader politici. I muridi non hanno alcun complesso di inferiorità. Sono molto orgogliosi della loro cultura e la portano con sé ovunque vadano.
Nella cultura islamica senegalese, la madre riveste un ruolo importante e la baraka (benedizione spirituale) è spesso associata alla linea materna. La santità di Ahmadou Bamba è in parte legata a sua madre, Mame Diarra Bousso. La sua tomba a Porokhane è un importante luogo di devozione, che attira ogni anno migliaia di muridi in pellegrinaggio – l’unico in Senegal dedicato a una santa musulmana. Chi era Mame Diarra Bousso e perché è ancora oggi così profondamente venerata?
Mame Diarra Bousso morì a 33 anni. La tradizione agiografica la ritrae come la madre e la moglie perfetta. Allo stesso tempo, incarna l’ideale di donna secondo la cultura Wolof: una donna che obbedisce al marito e si sacrifica per i figli. Viene anche descritta come una donna di grande cultura, come peraltro era sua madre.
Nelle tradizioni matrilineari della società Wolof c’è un detto che dice: “Tale madre, tale figlio”. L’idea è che ciò che un figlio o una figlia diventa nella vita è il risultato del lavoro della madre nella casa del padre. Tutti questi elementi hanno contribuito a plasmare l’immagine di Mame Diarra Bousso e la sua importanza odierna. Morì intorno al 1866 o 1867. Per molto tempo, non si sapeva neppure dove fosse sepolta. La sua tomba fu identificata solo negli anni ’50, periodo in cui iniziò anche il Magal di Porokhane.
Oggi la sua presenza è ovunque. Nei racconti sull’esilio di Ahmadou Bamba, la sua figura ricorre costantemente. La tradizione narra che, quando Ahmadou era solo in Gabon, la madre gli apparisse spiritualmente per confortarlo. I muridi raccontano anche che, mentre era detenuto a Dakar, prima della deportazione in Gabon nel 1895, Mame Diarra gli apparve in prigione incoraggiandolo a rimanere forte di fronte all’oppressione francese.
L’anno scorso ho visitato sia Touba che Medina, in Arabia Saudita. Due città sante profondamente diverse. Sono rimasta colpita dalle norme di comportamento che bisogna seguire a Touba. Per certi versi, mi sono sembrate persino più stringenti delle norme previste a Medina. A Touba, per esempio, non ci sono ristoranti né hotel.
I ristoranti non sono vietati a Touba, ma gli hotel sì. Ci sono degli hotel a Mbacké, a sette chilometri da Touba. Queste restrizioni furono introdotte negli anni ’80 dal terzo Califfo, nel tentativo di preservare lo status di città santa di Touba. Temeva che, senza regolamentazione, Touba sarebbe gradualmente diventata come qualsiasi altra città del Senegal, con bar, alcol, vita notturna e altre attività che considerava incompatibili con la città in cui è sepolto Ahmadou Bamba. Perciò, decise di vietare l’alcol e il fumo e di imporre alle donne un abbigliamento più conservatore.
Quindi dove dormono e mangiano le persone durante il Grand Magal?
A Touba vivono stabilmente più di un milione di persone. È la seconda città più grande del Senegal dopo Dakar. Durante il Magal, arrivano tre, quattro milioni di pellegrini per visitare la Grande Moschea e la tomba di Cheikh Ahmadou Bamba. È dovere dei cittadini di Touba ospitare e nutrire i pellegrini. La casa della mia famiglia, per esempio, si trova a Mbacké, a sette chilometri da Touba, come le dicevo. Durante il Magal, la nostra casa è sempre aperta: chiunque abbia bisogno di mangiare o dormire è il benvenuto.
Durante il Magal, i pellegrini dormono e mangiano dove lo desiderano. Questo è anche uno dei motivi per cui a Touba non ci sono molti ristoranti. L’ultima volta che sono andato al Magal, ricordo di aver visto decine, forse centinaia, di chioschi ambulanti allestiti in tutta la città. Grazie a questa cultura del pellegrinaggio, le persone sono molto generose, aperte e disponibili. Durante il Magal, le normali regole sociali vengono sospese. Non si ha paura dello straniero o del forestiero. Chiunque arrivi è un ospite.
Molti politologi sostengono che la stabilità del Senegal e l’assenza di disordini e violenze nel Paese siano in parte legate al ruolo delle confraternite sufi. È d’accordo?
Sì, le confraternite sufi svolgono un ruolo importante, in particolare la Muridiyya. Per molti aspetti, hanno rappresentano una sorta di valvola di sicurezza sociale. Hanno spesso funto da intermediari tra il governo e la popolazione, contribuendo a costruire la legittimità politica e a mantenere la coesione sociale. Spesso, i leader sufi e le autorità politiche hanno lavorato insieme per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo economico.
Il contributo della Muridiyya all’economia del Paese è ben noto. L’economia del Senegal si basa da tempo sulla produzione di arachidi e i muridi sono storicamente tra i principali produttori.
Come viene percepita la Muridiyya dagli altri movimenti islamici?
Probabilmente, tra tutti i Paesi musulmani il Senegal è quello con la più alta percentuale di sufi. L’80% circa dei senegalesi si identifica come membro di una confraternita sufi. Le principali sono la Tijaniyya, la Muridiyya e la Qadiriyya. Tra questi ordini c’è una rivalità latente, ma mantengono rapporti pacifici e di collaborazione. L’islam salafita – una tradizione più conservatrice influenzata dall’islamismo mediorientale – ha guadagnato terreno negli anni ’80 e ’90, ma ultimamente ha perso slancio. I salafiti continuano a criticare apertamente i sufi, accusandoli di praticare una forma eterodossa e corrotta di Islam, ma rimangono una minoranza esigua. Le tensioni tra questi ultimi e i sufi a volte si acuiscono, nel complesso però la comunità musulmana vive in pace e in armonia, anche con la minoranza cristiana. La stragrande maggioranza dei musulmani senegalesi abbraccia la tradizione laica del Paese e rifiuta l’Islam politico.
Nei suoi studi si è occupato anche della diaspora senegalese. L’8 giugno scorso ha partecipato alla celebrazione annuale di Cheikh Ahmadou Bamba a Montichiari, che ha riunito centinaia di senegalesi residenti in Italia. Perché la diaspora senegalese è composta principalmente da muridi?
La popolazione del Senegal è stimata in diciotto milioni di abitanti; il 95% è musulmano. I muridi rappresentano forse il 30-35% della popolazione senegalese, sicuramente meno del 40%. Credo che questa prevalenza trovi una spiegazione nei concetti di khidma (servizio) e nel valore attribuito al lavoro. I muridi credono che le preghiere di Ahmadou Bamba siano state accolte da Dio e che i frutti dei doni a lui concessi continuino a manifestarsi nel mondo. I loro successi e risultati sono visti come la prova che le sue preghiere continuano ad avere effetto e che la benedizione divina continua a concretizzarsi nella sua comunità.
I muridi senegalesi di solito emigrano in Italia, Spagna, Francia, Stati Uniti e, sempre più spesso, in Cina e Brasile. Ovunque vadano, lavorano duramente per contribuire a rendere prospera la confraternita di Ahmadou Bamba. Conosco persone che hanno lasciato il Senegal per gli Stati Uniti senza soldi, senza conoscere l’inglese e senza titoli di studio. Hanno corso il rischio perché avevano fiducia nello Cheikh e nella sua baraka (benedizione). In una prospettiva sociologica, questo rivela qualcosa di importante sulla motivazione: quando le persone credono di farcela, ce la fanno.
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