Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 01/12/2023 17:57:16

Iniziata il 24 novembre e prorogata due volte, la tregua tra Israele e Hamas non ha retto oltre il settimo giorno. La mattina del 1° dicembre, le Forze di Difesa israeliane hanno accusato Hamas di aver ripreso i lanci di razzi e hanno perciò ricominciato i bombardamenti su Gaza. Nelle ultime 48 ore non era peraltro circolato molto ottimismo sull’allungamento della sospensione temporanea del conflitto. Il 28 novembre, un articolo di Al-Monitor evidenziava come sia il premier israeliano Netanyahu che il capo di Hamas a Gaza Yahya Sinwar avessero bisogno di guadagnare tempo per sopravvivere agli eventi – «per Sinwar è una sopravvivenza fisica, per Netanyahu politica» –, ma avvertiva anche che si sarebbe trattato di un momento di «calma prima della tempesta».

 

Già il 30 novembre si era capito che la violenza stava riprendendo il sopravvento quando due palestinesi avevano aperto il fuoco su alcune persone che aspettavano l’autobus a una fermata all’ingresso di Gerusalemme, facendo quattro morti e cinque feriti. Come riporta tra gli altri il Times of Israel, a quel punto due soldati fuori servizio, entrambi impegnati nei giorni precedenti a Gaza, e un civile israeliano armato hanno sparato agli attentatori, uccidendoli.

 

Haaretz ha evidenziato che la scena dell’attentato è la stessa di un anno prima, quando in circostanze simili morirono due persone e più di venti furono ferite. Anche allora il ministro della Sicurezza nazionale e rappresentante di spicco dell’estrema destra israeliana Itamar Ben-Gvir era arrivato sul posto promettendo una lotta senza quartiere contro il terrorismo. Nel giro di un anno, commenta sarcastico il quotidiano israeliano, sono «stati uccisi così tanti israeliani in attacchi terroristici che si sono dovute espandere le scale dei grafici».

 

Se il luogo è lo stesso e prevedibile è stata la reazione di Ben Gvir, c’è però una novità relativa al profilo degli attentatori. Negli ultimi anni, gli attacchi verificatisi a Gerusalemme erano stati quasi sempre compiuti da lupi solitari, che avevano colpito con coltelli o con armi improvvisate. Questa volta i due terroristi erano membri di Hamas, dotati di armi da fuoco, già arrestati in passato e noti per la loro pericolosità. L’accaduto mostra secondo Haaretz che «gli eventi nella Striscia di Gaza minacciano di insinuarsi a Gerusalemme, dove ci sono persone che vogliono imitare gli atti dei terroristi del 7 ottobre. È una cattiva notizia. Mentre continuano i combattimenti, è probabile che la situazione a Gerusalemme e in tutta la Cisgiordania peggiori».

 

Anche il quotidiano libanese l’Orient le Jour sottolineava il 29 novembre che «Hamas ha il vento in poppa in Cisgiordania». L’articolo in questione, a firma di Clara Hage, si concentrava sul crescente consenso del movimento islamista nei territori occupati a ovest del Giordano, dove violenze e abusi commessi dalle forze di sicurezza israeliane sono all’ordine del giorno. Secondo un sondaggio realizzato dall’Arab World for Research and Development, il 68,3% dei palestinesi della Cisgiordania afferma di sostenere «al massimo» l’operazione militare condotta da Hamas. Una maggioranza, rileva Hage, «nettamente più schiacciante dei risultati ottenuti tra i palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza (46,6%)». L’approvazione nei confronti dell’operato di Hamas ha anche una dimensione visibile: «soprattutto in questi ultimi giorni, si notano grappoli di bandiere verdi ai bordi delle strade in cui sfilano i convogli che trasportano i prigionieri palestinesi rilasciati a partire da venerdì [24 novembre] in cambio della liberazione col contagocce degli ostaggi catturati in Israele». In realtà, il risultato netto dello scambio di prigionieri non è così favorevole ai palestinesi. Lo ha riscontrato ad esempio Al-Jazeera: nei primi quattro giorni della tregua, mentre rilasciava 150 detenuti, Israele provvedeva anche ad arrestare «almeno 133 palestinesi di Gerusalemme Est o della Cisgiordania». Come ha evidenziato la CNN, la liberazione di questi detenuti ha portato alla luce la condizione dei palestinesi sottoposti in Cisgiordania ai tribunali militari israeliani e spesso incarcerati senza capi d’imputazione. Tra questi numerosi sono minori, una realtà descritta tra gli altri dal quotidiano saudita in lingua inglese Arab News.

 

Non si tratta dell’unico approfondimento sugli aspetti più bui della politica d’Israele. Il giorno prima della fine della tregua, una lunga e dettagliata inchiesta della rivista digitale israeliana +972 (ripresa il giorno successivo dal Guardian), ha sottolineato che il numero spropositato di vittime civili a Gaza non è una casualità, ma l’esito di un preciso e deliberato modus operandi. Basandosi su conversazioni con membri dell’intelligence di Tel Aviv, attivi e in congedo, l’autore dell’articolo, Yuval Abraham, scrive che i bombardamenti israeliani hanno lo scopo di «nuocere alla società civile palestinese», in modo da «creare uno shock che, tra le altre cose, avrà forti ripercussioni e porterà i civili a mettere pressione su Hamas». Gli attacchi israeliani non colpiscono alla cieca: grazie alle tecnologie a sua disposizione, Tsahal conosce infatti in anticipo il numero di vittime che sarà provocato da un attacco. Come ha dichiarato una delle fonti dell’indagine «nulla è fortuito, quando una bambina di tre anni viene uccisa in una casa a Gaza è perché qualcuno dell’esercito ha deciso che la sua morte non è così grave, è un prezzo da pagare per colpire un obiettivo. Non siamo Hamas, questi razzi non colpiscono a caso. È tutto intenzionale. Sappiamo esattamente l’entità dei danni collaterali prodotti in ogni casa». Ad aggravare il bilancio delle vittime è il ricorso a un sistema d’intelligenza artificiale, chiamato con il nome dissacrante “Il Vangelo” (Habsora in ebraico), che individua automaticamente bersagli con una velocità impensabile solo qualche tempo fa. Uno strumento così letale che un funzionario dei servizi israeliani l’ha descritto come «una fabbrica di assassinii di massa».

 

Ventiquattro ore dopo queste rivelazioni, un articolo del New York Times ha mostrato che l’intelligence israeliana era anche a conoscenza, con almeno un anno di anticipo, dei piani di Hamas, ma che questi sono stati considerati irrealistici. Un fallimento, conclude il quotidiano, che ricorda da vicino quello dell’11 Settembre, quando «le autorità americane avevano molteplici indicazioni che il gruppo terrorista al-Qaeda stava preparando un attacco».

 

Riyad pigliatutto: anche Expo 2030 si terrà in Arabia Saudita [a cura di Francesco Pessi]

 

La notizia dell’assegnazione dell’Esposizione Internazionale 2030 a Riyadh (119 voti a favore contro i 29 di Busan e i 17 di Roma) ha occupato i titoli del quotidiano saudita filogovernativo Arab News. Al di là del tono celebrativo, il giornale raccoglie le reazioni dell’establishment saudita al voto tenutosi a Parigi martedì. Tra di esse, da segnalare quella della principessa Haifa al-Mogrin, delegata di Riyad presso il Bureau International des Expositions e l’Unesco. La principessa ha motivato il successo con il fatto che Riyadh «offre una piattaforma di partnership sostenibile. [Expo 2030] non è una fiera d’affari. Non è uno show. È qualcosa che avrà un significato per la sostenibilità. Questo è ciò a cui Riyad punta». Il giornale chiude enfaticamente assicurando che i lavori per Expo 2030 sono iniziati martedì sera, «il giorno stesso del voto». Al-Majalla, settimanale online di proprietà saudita, fornisce un quadro generale del progetto dell’amministrazione per Expo. Il tema scelto è “Guardiamo insieme al futuro”, e i 226 Paesi attesi potranno scegliere tra cinque diverse opzioni per il proprio padiglione in un’area di circa 6 milioni di metri quadri a nord della capitale, vicino al King Salman International Airport. Il progetto di questa «città futuristica costruita intorno a un’antica valle […] combina il concetto di oasi con quello di giardino, che è poi il significato di Riyadh», e ambisce ad attirare tra i trenta e i quaranta milioni di visitatori, «il più grande incontro del 2030». Al-Majalla ricorda anche che l’organizzazione dell’Expo si iscrive nel contesto del più ampio progetto noto come “Vision 2030”, pensato per rinnovare totalmente il volto dell’Arabia Saudita attraverso investimenti infrastrutturali e «riforme legislative, normative ed economiche» che hanno già «migliorato la qualità della vita dei cittadini sauditi tanto quanto quella dei residenti».

 

La testata americana specializzata sul Medio Oriente al-Monitor invita invece a una riflessione sulle implicazioni economiche dell’organizzazione di Expo per il sistema saudita. Al di là del guadagno in visibilità per il Paese ospitante, l’organizzazione dell’Esposizione Universale, insieme a quella dei mondiali di calcio FIFA 2034 ai giochi invernali asiatici del 2029, fa parte di una strategia di diversificazione economica. Esposizioni e tornei attirano infatti miliardi di dollari in investimenti oltre che professionisti ed esperti stranieri, necessari per convertire il sistema estrattivo saudita in un modello di sviluppo maggiormente sostenibile. A margine di tanti elogi, al-Monitor, così come al-Jazeera, segnala la scarsa performance democratica e l’ipocrisia saudita. Il progetto NEOM, per esempio, parte integrante di “Vision 2030”, ha comportato lo spostamento forzato di parte della tribù degli Howeitat. Ma soprattutto, l’ennesima vittoria di immagine del Regno saudita si realizza mentre imperversa il conflitto a Gaza e molti Paesi della regione affrontano crisi economiche e conflittualità sociale. In proposito, un articolo apparso su al-Majalla la scorsa settimana esortava osservatori e comunità internazionale a rivedere la propria critica al pragmatismo dei Paesi del Golfo. Dato il contesto regionale, i successi diplomatici e di immagine di questi Paesi vengono spesso letti come ipocriti o cinici. Al contrario, afferma l’articolo, è proprio attraverso il consolidamento della loro statura internazionale che i Paesi del Golfo possono rendersi utili alla regione, realizzando un virtuoso effetto a cascata sul piano economico e sociale. «Gli osservatori esterni che criticano i Paesi del Golfo perché continuano a portare avanti grandi eventi economici, sportivi e culturali mentre altrove nella regione infuria la guerra» dovrebbero riflettere sul fatto che «più [questi Paesi] acquistano peso economico e più divengono grandi attori nello scenario internazionale, [che] più possono proteggersi dalle ricadute dei conflitti e più sono capaci di utilizzare la propria crescita per sostenere la stabilità al di fuori dei propri confini». Malgrado ciò, il nuovo Medioriente guidato dal Golfo non sembra ancora completamente emancipato dalla sua versione precedente. Israele infatti, segnala il New York Times, ha ritirato il proprio supporto alla candidatura saudita a Expo2030 a causa dell’opposizione di Riyad alle operazioni di guerra nella Striscia di Gaza. Anche se il Ministero degli Esteri israeliano sostiene di aver sempre appoggiato la candidatura di Roma, l’episodio sembra riflettere un passato che è ancora lontano dal tramontare.

 

COP28 si apre con qualche perplessità sul conflitto d’interessi emiratino [a cura di Francesco Pessi]

 

Al-Monitor si è occupato anche della COP28, la conferenza sul clima iniziata il 30 novembre a Dubai. In un articolo polemico a firma di Mathilde Dumazet e Imran Marashli sulla massiccia presenza di delegati ed esponenti del settore degli idrocarburi al summit, il governo degli Emirati Arabi Uniti viene chiamato in causa in quanto sospettato di approfittare del proprio ruolo di ospite per stringere accordi commerciali sul fossile con gli altri Paesi partecipanti. Anziché promuovere l’urgenza della transizione energetica, dunque, il patrocinio emiratino esporrebbe l’evento al rischio del «conflitto di interessi», in un contesto di per sé già poco trasparente, almeno secondo il giudizio dei due autori. Il quotidiano di proprietà qatariota The New Arab riferisce di una vera e propria «fuga di notizie» partita dalla BBC a proposito del programma di incontri stilato dalla delegazione emiratina guidata da Ahmed al-Jaber, presidente del summit ma anche amministratore delegato di ADNOC, la compagnia petrolifera statale. Nel documento preparatorio scritto dal team emiratino e trapelato attraverso la piattaforma britannica figurano infatti punti di discussione quali «la valutazione congiunta delle opportunità sul GNL (gas naturale liquefatto) in Mozambico, Canada e Australia» nonché «il supporto [emiratino] a progetti sul carbon fossile in Colombia, Germania ed Egitto». Intervistato da France Presse a proposito della presenza di numerose industrie del fossile al summit di Dubai, Jaber ha difeso la propria organizzazione affermando che «tutti devono far parte di questo processo, esserne al corrente, tutti devono esserne resi responsabili».

 

Un altro articolo comparso sulle colonne di The New Arab identifica invece nella COP28 un’opportunità di «redenzione» per la Libia, Paese le cui classi dirigenti hanno a lungo ignorato la questione ambientale privilegiando il proprio arricchimento personale. Secondo Malak Atlaeb, autrice dell’articolo, la recente tragedia di Derna, devastata dall’esondazione provocata dall’uragano Daniel, congiunta al raduno mondiale della COP28, potrebbe portare la Libia a «ridefinire la propria narrazione ambientale». Si tratterebbe di realizzare che «la vera ricchezza della Libia sta nel riconoscere […] le proprie responsabilità verso l’ambiente, la terra e le generazioni del futuro», conclude Atlaeb.

 

In Breve

 

Intervistato dall’agenzia stampa Tasnim, il viceministro della difesa iraniana ha confermato l’acquisto di jet da combattimento russi Sukhoi Su-35 ed elicotteri Mil Mi-28 da parte di Teheran. Le forze aeree iraniane sono stimate in poche dozzine di caccia russi, oltre a modelli americani di fattura antecedente alla rivoluzione del ’79 (Reuters).

 

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha discusso investimenti congiunti con l’Arabia Saudita nel settore automobilistico, minerario, in quello dei fossili, della difesa, dell’idrogeno e dello spazio. Urso, in visita nel Golfo da martedì, si è recato anche in Qatar e negli Emirati. All’incontro con i sauditi hanno presenziato anche esponenti di Pirelli, Maire Tecnimont e Prysmian (Reuters).

 

Nuove proteste a Suwayda, cittadina drusa nel sud della Siria. I dimostranti hanno chiesto l’attuazione della Risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che chiede una transizione politica al regime di Assad a fronte della guerra civile scoppiata nel 2011. In particolare, le proteste lamentano la politica di marginalizzazione del governo verso i drusi nonché la difficile situazione economica a livello nazionale (Al-Monitor).

 

 

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