Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 18/03/2024 15:49:09

In Turchia l’inflazione ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 24 anni: gli ultimi dati indicano che l’aumento annuale dei prezzi ha raggiunto l’80,21%, spinto anche dall’incremento dei prezzi dell’energia (ma il governo ha già annunciato ulteriori aumenti). L’inflazione annuale sui beni alimentari ha invece sfondato la soglia del 90%, mentre in un anno il prezzo del pane è più che raddoppiato. Come ha scritto Mustafa Sonmez su Al-Monitor, tutti i dati lasciano presagire pesanti rialzi dell’inflazione anche per l’ultimo trimestre del 2022 e per il 2023. La conseguente perdita di potere d’acquisto da parte dei lavoratori e l’aumento della povertà relativa si verificano nonostante le politiche espansive adottate dal presidente Recep Tayyip Erdogan abbiano garantito alla Turchia un aumento del PIL del 7,5% nel primo semestre del 2022. Tuttavia, sostiene Sonmez, «i fattori che sostengono questi tassi di crescita sono difficilmente sostenibili».

 

Intanto Erdoğan continua a giocare la sua partita internazionale sul filo dell’ambiguità: importante membro della NATO da un lato, tutt’altro che solidale con gli alleati occidentali e di certo non ostile alla Russia dall’altro. Questa settimana la tensione tra queste due posizioni si è manifestata almeno in due casi. Il primo riguarda le affermazioni del presidente turco nel corso della sua visita a Belgrado. Qui, durante un discorso trasmesso in diretta televisiva, Erdoğan ha criticato le «provocazioni» che l’Occidente ha rivolto alla Russia, attribuendo a questo comportamento occidentale l’esplosione della crisi energetica che colpisce (e colpirà) duramente l’Europa.

 

Il secondo caso riguarda le relazioni della Turchia con la vicina Grecia. Dopo un momentaneo miglioramento delle relazioni, coinciso con una visita a Istanbul del premier greco Mitsotakis, poco dopo lo scoppio della guerra in Ucraina le relazioni tra Ankara e Atene sono nuovamente peggiorate. Tanto che il presidente turco martedì ha affermato che in risposta alle supposte provocazioni greche la Turchia «potrebbe arrivare [in Grecia] all’improvviso, di notte». Non solo: Erdogan ha intimato ai greci di non spingersi «troppo lontano», pena il pagamento di «un prezzo pesante». Fino a concludere con una minaccia nemmeno velata: «ricordatevi cosa è successo a Smirne», ha detto riferendosi alla conclusione della guerra d’indipendenza turca e alla fine dell’occupazione greca in Turchia, avvenuta proprio in coincidenza dell’ingresso di Mustafa Kemal Atatürk nell’odierna Smirne. Il leader dell’AKP ha anche messo in guardia dalla possibilità che nel Mediterraneo orientale scoppi una guerra di portata simile a quella in atto in Ucraina. Toni decisamente sopra le righe che solo parzialmente possono essere ricondotti alle difficoltà interne di Erdoğan e all’avvicinarsi delle elezioni presidenziali più incerte degli ultimi anni.

 

Dall’Arabia Saudita uno schiaffo alla Casa Bianca

 

È passato circa un mese e mezzo dalla visita del presidente americano Joe Biden in Arabia Saudita, al termine della quale Biden aveva affermato che si sarebbe aspettato un aumento della produzione petrolifera da parte di Riyad nelle settimane successive. Subito si era capito che la Casa Reale saudita non la vedeva nello stesso modo, ma questa settimana l’OPEC (nella sua versione OPEC+, allargata alla Russia) ha deciso di agire nella direzione opposta a quella desiderata da Washington, ovvero di tagliare la produzione petrolifera nel tentativo di mantenere stabili i prezzi. Un vero e proprio schiaffo alla Casa Bianca e un segnale in vista di un ipotetico accordo sul nucleare con l’Iran, che avrebbe l’effetto di immettere nuovo petrolio sul mercato, e quindi di ridurne il prezzo.

 

L’Arabia Saudita, intanto, pianifica di investire circa mille miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per costruire, da zero, una nuova industria del turismo. Tuttavia, come ha scritto il Wall Street Journal, l’arrivo dei primi turisti nel Regno sta facendo emergere diverse criticità: secondo il quotidiano americano il Paese non è «ancora pronto» e quanto avvenuto con il caso-Khashoggi continua a preoccupare i potenziali viaggiatori. Nel frattempo, un consiglio a guida saudita in seno al Gulf Cooperation Council ha minacciato azioni legali contro Netflix se la piattaforma di streaming continuerà a diffondere nei Paesi del Golfo show televisivi che «promuovono l’omosessualità».

 

Ancora niente da fare per l’accordo sul nucleare iraniano

 

Questa settimana si è aperta con le dichiarazioni di Joseph Borrell secondo cui il raggiungimento di un nuovo accordo sul nucleare iraniano era «in pericolo». Il Financial Times ha immediatamente registrato come le parole di Borrell siano state «le più pessimistiche da quando il mese scorso ha sottoposto alle parti in causa la “bozza finale”» dell’accordo. La settimana scorsa gli americani avevano etichettato come «non costruttiva» la posizione iraniana, un’affermazione che il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran ha provato a smentire sostenendo al contrario che la risposta iraniana alla bozza sottoposta da Borrell è «costruttiva, trasparente e legale».

 

Secondo un funzionario europeo citato da Al-Monitor, nessun accordo verrà raggiunto prima delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti. Il concetto è stato ribadito dal Times of Israel: secondo il giornale israeliano, il presidente Biden avrebbe fatto sapere a Yair Lapid che l’accordo sarebbe «fuori discussione» e comunque non verrà siglato in un «futuro prossimo». Secondo Dov Lieber e Laurence Norman (Wall Street Journal) le iniziative israeliane dell’ultimo periodo segnano una rottura rispetto all’approccio diplomatico avuto fino a poco fa dal governo guidato da Lapid. Pubblicamente questi ha irrigidito le proprie posizioni: quello con l’Iran, ha dichiarato, «non è un buon accordo. Non lo era quando fu siglato nel 2015. Oggi i pericoli che comporta sono ancora maggiori». Il cambio di tono di Lapid è dovuto anche alla presenza di Benjamin Netanyahu, che nel periodo pre-elettorale incalza l’attuale premier su questo tema. Tuttavia, stando al resoconto del Wall Street Journal, se pubblicamente Lapid si esprime in questo modo, privatamente mantiene una posizione pragmatica volta a ottenere dagli Stati Uniti maggiori assicurazioni sulla sicurezza israeliana. Non è un caso che David Barnea, capo del Mossad, si sia recato lunedì in visita a Washington, dove ha incontrato funzionari della Casa Bianca, della CIA, del Pentagono, del Dipartimento di Stato e di altre agenzie della sicurezza americana nel tentativo di influenzare la posizione statunitense e allontanare la prospettiva di un accordo con l’Iran. Fermo restando ciò che l’ambasciatore americano in Israele ha ribadito durante una recente conferenza: gli Stati Uniti «non permetteranno mai all’Iran di ottenere l’arma atomica» e, soprattutto, gli Stati Uniti non impediranno a Israele di agire nella maniera che più ritiene opportuna per difendersi dall’«aggressione iraniana».

 

Quanti problemi per Israele

 

L’Iran non è però l’unico problema di Israele. A livello internazionale lo Stato ebraico è alle prese con il primo caso spinoso da quando ha allacciato relazioni formali con il Marocco dopo la firma degli Accordi di Abramo. Israele è stato costretto a richiamare in patria David Govrin, capo della missione a Rabat, sotto indagine per comportamenti «sessuali scorretti», per aver «permesso a un amico senza un ruolo formale nella missione [diplomatica] di influenzare indebitamente le sue decisioni» e per il fatto che mancherebbe all’appello un dono che la famiglia reale marocchina ha inviato alla sede diplomatica israeliana. Come ha scritto il New York Times questo caso segna un passo indietro nel processo di normalizzazione tra Rabat e Gerusalemme, anche in considerazione del ruolo centrale svolto da Govrin nelle relazioni tra Israele e Marocco. I due Paesi devono ancora aprire ufficialmente le rispettive ambasciate, mentre il rapporto con Israele resta ampiamente impopolare tra la popolazione del Paese nordafricano. E difficilmente questo caso contribuirà a diffondere un’immagine positiva di Israele in Marocco.

 

Negli ultimi giorni sono inoltre nuovamente aumentate le tensioni nella West Bank. Durante un raid israeliano a Jenin ha perso la vita il ventinovenne palestinese Mohammad Sabaaneh, mentre altre 16 persone sono state ferite, riporta al-Jazeera. Il raid israeliano, si legge sul sito dell’emittente qatariota, aveva come obiettivo la distruzione dell’abitazione di Raed Hazem, l’attentatore che in aprile aveva ucciso tre persone a Tel Aviv, prima di perdere la vita egli stesso per mano delle forze israeliane.

 

A Gaza, intanto, cinque persone sono state giustiziate (la prima esecuzione in cinque anni). Tre sono state condannate per rapina, stupro e omicidio, mentre due sono state dichiarate colpevoli di fornire informazioni a Israele. Secondo il New York Times, Hamas, che ha preso il potere nella striscia di Gaza nel 2007, è sempre più preoccupata per le infiltrazioni israeliane, tanto da «aver installato manifesti e striscioni ai principali punti di attraversamento tra Gaza e Israele che avvertono i Palestinesi [dei rischi] di lavorare con Israele».

 

L’esercito israeliano ha invece cambiato la sua versione in merito all’uccisione della giornalista palestinese Shirin Abu Akleh, colpita mentre si trovava in servizio a Jenin per conto di al-Jazeera. Se prima le forze israeliane puntavano il dito contro i militanti palestinesi, ora hanno ammesso che con ogni probabilità è stato un loro soldato a uccidere. Le Forze di Difesa israeliane hanno però evitato di assumere la piena responsabilità dell’accaduto e hanno reso noto che nessuna indagine penale verrà aperta a carico del soldato responsabile.

 

Cristiani nella morsa jihadista: due casi opposti

 

Suor Maria de Coppi, missionaria comboniana di 82 anni, è stata assassinata in Mozambico durante un attacco jihadista che ha distrutto il compound della missione in cui la religiosa abitava da anni. L’attacco è avvenuto nella provincia di Nampula e mostra che l’insorgenza jihadista iniziata nella provincia settentrionale di Cabo Delgado si sta espandendo verso sud. Come ha ricordato l’Economist, i jihadisti hanno preso piede nell’estremo Nord e attaccato il capoluogo di Pemba, da cui sono stati scacciati dopo l’intervento dei militari mozambicani e degli alleati regionali. Ma l’insorgenza, che si rifà all’esperienza di ISIS e non, come il nome al-Shabab lascerebbe intendere, di al-Qaida, non è stata sconfitta. L’assassinio di Suor Maria de Coppi ne è un tragico segnale.

 

Una notizia opposta arriva dalla Siria. Pur con la prudenza necessaria in questi casi, è positivo che i cristiani armeni ortodossi rimasti nella provincia di Idlib abbiano potuto celebrare una messa per la festività di Sant’Anna nella chiesa dedicata a questa santa, per la prima volta dopo dieci anni. Secondo quanto si legge su al-Monitor, ciò è stato possibile per la necessità del gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS) di mostrarsi “moderato” agli occhi di Unione Europea e Stati Uniti e ottenere un riconoscimento internazionale per il suo controllo dell’area. Una scelta che ha fatto infuriare i rivali del gruppo Hurras al-Din, legato ad al-Qaida. Tuttavia, è bene ricordare che, come purtroppo dimostrato dall’esempio dei Talebani in Afghanistan, non bisogna riporre troppe speranze nel fatto che un gruppo jihadista diventi improvvisamente moderato o tollerante.

 

Ad Algeri si prepara il vertice della disunità araba

Rassegna della stampa araba a cura di Mauro Primavera

 

Sulla carta, il trentunesimo vertice della Lega Araba, previsto ad Algeri i prossimi 1° e 2 novembre, dovrebbe celebrare la ritrovata unità e concordia dei Paesi membri, capaci di far fronte comune dopo la frattura che negli anni scorsi ha spaccato il Golfo e in un momento quantomai delicato, caratterizzato dalla pandemia, dalla guerra russo-ucraina e dalle crisi economica, energetica e idro-alimentare. La sede è peraltro significativa: l’Algeria è infatti divenuta, negli ultimi mesi, un attore sempre più centrale nello scenario mediterraneo grazie alla partnership energetica con l’Europa e in particolar modo con l’Italia. Le recenti celebrazioni del sessantesimo anniversario dell’indipendenza hanno inoltre rilanciato, con molta enfasi, il nazionalismo arabo (il 1° novembre è oltretutto l’anniversario dell’inizio della guerra d’indipendenza dalla Francia), che oggi si riflette nella netta posizione antisraeliana e nel sostegno al governo baathista della Siria di al-Assad. Naturalmente, i commenti della stampa algerina, tra cui si segnala la testata el-Chaab, sono impegnati, da una parte, a celebrare la portata storica dell’evento, la coesione interna e persino la transizione digitale («sarà il primo summit senza carta», l’annuncio entusiasta di al-Chaab), dall’altra a smentire le «false voci» su possibili forfait che potrebbero dare alcune delegazioni invitate.

 

Basta però sollevare il sottile velo della retorica panaraba per veder riemergere le profonde divisioni e tensioni che attraversano Nord Africa e Medio Oriente. Per questo motivo, al-‘Arabī al-Jadīd si mostra molto scettico sulla buona riuscita dell’evento, non fosse altro perché un vertice, da solo, «non può cambiare di una virgola [letteralmente “di una punta del dito”] la realtà attuale»; ciononostante, il giornale riconosce ad Algeri il diritto di provare a organizzare l’incontro, nonostante le circostanze non favorevoli.

 

Al centro della polemica vi è il Paese ospitante, che fa da sponsor alla Siria di al-Assad. Il regime di Damasco, sopravvissuto alla Primavera Araba del 2011 e alla successiva guerra civile, ha avviato un graduale processo di ri-legittimazione, e attualmente intrattiene relazioni, ufficiali o informali, con Libano, Giordania, Iraq, Emirati e la stessa Algeria. Quest’ultima sarebbe intenzionata a proporre la riammissione della Siria nella Lega Araba, dopo che questa era stata sospesa nel 2012.

 

La proposta costituisce uno dei temi più divisivi ed è stata duramente criticata dalla stampa arabofona. Al-‘Arabī al-Jadīd, molto impegnato negli ultimi anni sul fronte anti-Assad, ha accusato il Paese nordafricano di voler far tornare nell’«ovile arabo» un regime autoritario tout court e, per di più, dedito allo «spaccio di droghe», con riferimento al fatto che la Siria è diventata il centro mondiale per la produzione del Captagon. Ciò che, però, è più imbarazzante, si legge nel pezzo, è che lo stesso governo siriano ha pregato Algeri di non sollevare più l’argomento, in modo da evitare ulteriori polemiche: «se non fosse stato per alcune capitali arabe, Bashar al-Asad si sarebbe presentato al summit» che, secondo il piano algerino, «rappresentava l’occasione per formalizzare l’attuale situazione del mondo arabo, ossia la vittoria delle contro-rivoluzioni». Per fortuna, conclude l’articolo, Algeri si è dimostrata incapace di portare avanti questo disegno. Paradossalmente, osserva al-‘Arab, l’Algeria, pur rievocando il panarabismo novecentesco, stringe in realtà rapporti di cooperazione che avvantaggiano attori non arabi, come la Turchia, l’Iran, l’Etiopia e gli Stati europei.

 

L’altra grande questione riguarda le tensioni magrebine. Alla crisi diplomatica già esistente tra Rabat e Algeri, sostenitrice della Repubblica Sahrawi, si sono infatti aggiunte le frizioni tra il Marocco e il presidente tunisino Kais Saied dopo che questi ha incontrato personalmente il leader del Fronte Polisario. Per al-Quds al-‘Arabī queste diatribe – più o meno visibili – dimostrano l’esistenza di due correnti interne alla Lega che sono simmetriche e opposte: la prima si rifà allo slogan dell’unità araba, l’altra predilige il rafforzamento degli eserciti, l’acquisto di armamenti […] e la spaccatura crescente tra élite e popolo». Per la testata al-‘Arab, l’Algeria sarà responsabile di un fallimento annunciato, in quanto non solo non ha fatto nulla per sanare la frattura con il Marocco e i Paesi del Golfo, ma rischia di rompere i rapporti anche con l’Egitto, che guarda con preoccupazione all’avvicinamento tra Algeri e Adis Abeba, a causa della Diga della Rinascita. 

 

Positivo, invece, il giudizio di alcuni giornali del Golfo dopo la diffusione della notizia che la Siria non avrebbe partecipato ai lavori. Il giornale saudita ‘Ukaz, per esempio, sostiene che il governo di Damasco è una emanazione di potenze straniere e, pur avendo vinto la guerra, non gestisce più il suo territorio, divenuto nel frattempo centro del traffico di droga e del riciclaggio di denaro.

 

Sulla stessa lunghezza d’onda si inserisce l’egiziano al-Ahram, che in un articolo dal titolo “Benvenuti al Summit arabo”, ripubblicato anche da al-Arabiya, descrive la Lega Araba come un «ombrello di garanzia» che, malgrado le frizioni interne, garantisce la continuità del sistema arabo di fronte alle ingerenze straniere, condizione assolutamente necessaria dopo tre anni di assenza dovuti alla pandemia. Va tuttavia osservato come le aspettative non siano particolarmente elevate: per l’autore dell’articolo, il mero svolgimento del summit sarebbe di per sé un successo in un contesto regionale e internazionale così difficile. 

 

Tags