Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 01/07/2022 17:11:03

Svezia e Finlandia possono entrare nella NATO: il veto della Turchia, durato sei settimane, è caduto appena prima del vertice dell’Alleanza Atlantica svoltosi questa settimana a Madrid. La NATO, aveva detto Erdogan, «non può permettersi» di perdere la Turchia che, consapevole di questa situazione, ha tenuto duro fino ad ottenere ciò che voleva in cambio del via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia.

Dunque, cosa ha guadagnato la Turchia?

 

Un funzionario turco citato dal Financial Times (e da molti altri media) ha specificato che la prima, fondamentale, concessione ottenuta è che i due Paesi scandinavi si impegnano a non sostenere in alcun modo le milizie curde attive in Siria e a interrompere i legami con il movimento Hizmet, fondato e guidato da Fethullah Gülen, secondo la Turchia all’origine del fallito colpo di Stato del 2016. Inoltre, come riferito dallo stesso segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, Svezia e Finlandia elimineranno qualsiasi restrizione alla vendita di armamenti alla Turchia. Il punto più discusso riguarda la sorte dei curdi, sia quelli in Siria, abbandonati dall’Occidente che li aveva armati durante la lotta all’ISIS, che quelli rifugiati nei Paesi scandinavi. Uno dei 10 punti da cui è composto il memorandum che ha preceduto il via libera della Turchia all’ingresso nella NATO stabilisce che Stoccolma ed Helsinki collaboreranno con Ankara nella lotta contro i gruppi armati messi al bando, come il PKK. Inoltre, stando al testo dell’accordo, Svezia e Finlandia si impegnano ad «affrontare rapidamente e scrupolosamente le richieste pendenti di deportazione o estradizione di sospettati di terrorismo» avanzate dalla Turchia.

 

È su questa base che il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdag ha affermato che «i dossier di sei membri del PKK, sei membri di FETO [come le autorità turche chiamano il movimento di Gülen] attendono in Finlandia, mentre quelli di 10 membri di FETO e 11 del PKK sono in Svezia. Scriveremo riguardo la loro estradizione dopo la firma dell’accordo». Uno dei potenziali deportati è Ragip Zarakolu, tra i candidati per la vittoria del premio Nobel per la pace nel 2012, ora rifugiato in Svezia dopo aver lavorato come giornalista sui temi del genocidio armeno e sulla questione curda. Lo ha intervistato Middle East Eye. Ma Zarakolu ha ottenuto la cittadinanza e dunque, secondo il primo ministro svedese Magdalena Andersson, non è a rischio deportazione. Per i curdi che vivono in Turchia le tutele sono decisamente minori. Ne ha parlato su al-Monitor anche Amberin Zaman, la quale ha descritto come in Turchia un numero sempre maggiore di persone comuni, come ristoratori, musicisti o semplici sposini colpevoli di aver indossato i colori della causa curda, vengano arrestati e interrogati dalla polizia.

 

Tuttavia, il pezzo forte delle concessioni ottenute da Erdogan potrebbe non essere scritto nei dieci articoli del memorandum: subito dopo l’annuncio, infatti, l’amministrazione Biden ha dichiarato di essere totalmente favorevole alla richiesta turca (avanzata l’ottobre scorso) di modernizzare i propri caccia F16. La richiesta di Ankara dovrà comunque passare dal Congresso americano, dove Erdogan non gode di buona fama, come dimostrato dalla lettera che a febbraio 50 deputati hanno inviato ad Antony Blinken e a Lloyd Austin per esortarli a rifiutare le richieste turche a causa delle violazioni dei diritti umani.

 

In Turchia l’accordo è stato accolto con favore: secondo un funzionario turco la Turchia ha ottenuto «ciò che voleva» e la stampa, tutt’altro che libera, non ha potuto che salutare il «successo» del presidente Erdogan. Per trovare qualcuno con un’opinione diversa bisogna guardare ai partiti dell’opposizione turca. Gli argomenti, tuttavia, sono diversi da quelli avanzati da coloro i quali, in Occidente, criticano il tradimento della causa curda. Lo si capisce ascoltando le parole della leader del partito nazionalista İyi (Buon Partito) Meral Aksener, secondo la quale Erdogan sarebbe sceso a compromessi senza tuttavia ottenere la reale scomparsa del sostegno alla causa curda e del PKK in Europa. Troppo poco, insomma.

 

L’incontro segreto a Sharm

 

Mentre in Europa gli Stati Uniti sono impegnati a contrastare la Russia, in Medio Oriente la necessità individuata da Washington è forgiare un’alleanza militare che possa difendersi dalle minacce (soprattutto missilistiche) provenienti dall’Iran e dai suoi alleati irregolari. È solo all’inizio di questa settimana che è stato reso noto che a marzo gli Stati Uniti hanno segretamente convocato a Sharm el-Sheikh i vertici militari di Israele e dei più importanti Paesi arabi. Washington era rappresentata dal generale Frank McKenzie, all’epoca comandante del CENTCOM, che ha incontrato gli omologhi di Israele, Egitto, Giordania, Qatar, Emirati Arabi, Bahrein e Arabia Saudita. Non ci sono conferme ufficiali dello svolgimento del vertice ma secondo il Wall Street Journal durante il summit c’è stato anche un incontro tra l’israeliano Aviv Kochavi (capo di Stato maggiore) e il parigrado saudita Fayyadh bin Hamed Al Ruwaili. Molti dettagli sono ancora da definire, perché quella che il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha definito «Middle East Air Defense Alliance» è in realtà un coordinamento dai contorni ancora piuttosto vaghi. Tuttavia, le dichiarazioni di Gantz e l’evento descritto precedentemente mostrano quanto sia fluido, negli ultimi mesi, lo scenario diplomatico e militare che coinvolge Israele e i Paesi arabi. Intanto sempre il Wall Street Journal sostiene che Israele cercherà di sfruttare la prossima visita in Medio Oriente di Biden per convincere gli Stati Uniti a finanziare un progetto futuristico per lo sviluppo di un sistema di difesa laser. Non solo: secondo Naftali Bennett (all’epoca primo ministro) Israele sarebbe disposto a condividere la nuova tecnologia con gli altri Paesi che sono potenziali obiettivi dell’Iran nella regione. Anche perché, nel frattempo, i negoziati con Teheran non danno i frutti sperati.

 

Nucleare iraniano: nessun passo avanti nei negoziati

 

Nuovi colloqui sul nucleare iraniano si sono svolti a Doha, in Qatar. Martedì in molti, inclusa al-Jazeera, si mostravano ottimisti e parlavano di una «rinnovata speranza» per un esito positivo dei negoziati. Ancora una volta però, l’ottimismo è durato veramente poco. Il Dipartimento di Stato americano ha affermato che Teheran «ha sollevato questioni totalmente non collegate al JCPOA [l’accordo del 2015] e apparentemente non è pronta a prendere la decisione fondamentale riguardo alla sua volontà di salvare l’accordo o seppellirlo». Al contrario, l’agenzia iraniana Tasnim ha scritto che gli Stati Uniti non forniscono le necessarie garanzie economiche all’Iran. Tuttavia, è anche da altre iniziative che possiamo cogliere tutta la distanza che separa Stati Uniti e Iran. Ci riferiamo al fatto che, mentre si svolgevano i negoziati di Doha, il presidente iraniano Ebrahim Raisi si trovava a colloquio con Vladimir Putin. Al termine dell’incontro Raisi ha chiarito che l’Iran considera «strategici» i rapporti con la Russia.

 

I diplomatici europei guidati da Enrique Mora hanno confermato che non sono stati fatti progressi, ma anche che continueranno a lavorare per raggiungere un accordo. Secondo funzionari occidentali citati dal Wall Street Journal, l’Iran ha cercato di inserire nei negoziati l’idea che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dovesse interrompere le indagini riguardo all’uranio rinvenuto in alcuni siti non dichiarati, mentre un altro diplomatico ha fatto sapere che l’impressione è che «l’Iran non abbia alcuna fretta».

 

Intanto Hossein Taeb, dal 2009capo dei servizi di intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, è stato rimosso dal suo incarico. Di questa notizia sono state date diverse interpretazioni. La lettura immediata (e forse corretta) è che Taeb paga i fallimenti del sistema di sicurezza iraniano, che non riesce a impedire a Israele di operare sul territorio della Repubblica Islamica. Come ha argomentato Amwaj Media, le motivazioni potrebbero anche essere differenti: la rimozione di Taeb è giunta insieme a una più ampia rotazione delle figure chiave della sicurezza iraniana, che vede coinvolto anche Ebrahim Jabbari, capo del corpo di protezione Vali-e Amr, incaricato di proteggere la sicurezza della Guida Suprema e della sua famiglia. La rimozione di Taeb, che è subito diventato consigliere di Hossein Salami (capo dei pasdaran), potrebbe essere parte di una rotazione ordinaria delle cariche più importanti in preparazione a una transizione che in Iran si fa sempre più prossima, considerando l’età di Khamenei. Oppure, come hanno scritto importanti voci del conservatorismo iraniano, Taeb è destinato a un incarico ancora più importante: «sarà in una posizione elevata, con la responsabilità di garantire gli interessi nazionali e coordinare [le attività delle] più importanti figure securitarie, militari e politiche del Paese. Sarà al centro del processo di decision-making sulla politica estera e di difesa». Frasi fatte per non ammettere i propri fallimenti a vantaggio del Mossad? O altro? I prossimi mesi ce lo diranno.

 

L’impressione del Financial Times è però che dopo l’elezione di Raisi il sistema iraniano sia – nonostante tutto – molto compatto: «per la prima volta in diversi anni, c’è una chiara unità d’intenti in tutti gli organi statali», ha scritto Najmeh Bozorgmehr. Sarebbe per questo che Raisi non ha bisogno di spendere tempo nella lotta politica con i suoi avversari e raramente rilascia dichiarazioni incendiarie, nonostante nel Paese, anche a causa dello shock inflazionistico che si sta verificando, ci siano proteste ogni settimana.

 

Quale futuro per Yair Lapid?

 

A partire da oggi Yair Lapid è ufficialmente primo ministro ad interim di Israele e guiderà il Paese fino alla formazione del prossimo governo dopo le elezioni. Elezioni alle quali non prenderà parte Naftali Bennett, che ha annunciato che non si ricandiderà, mentre la guida del partito Yamina passerà ad Ayelet Shaked, ministro dell’Interno del governo uscente.

 

Orly Harlpern su al-Jazeera si domanda se le nuove elezioni riusciranno finalmente a dare stabilità a Israele. Fino al 2019 la durata media dei governi israeliani era di poco inferiore ai quattro anni previsti dalla legislatura, segno evidente di una certa stabilità. Ora si è passati a un’instabilità molto marcata e secondo Avraham Diskin, professore di scienza politica alla Hebrew University, il motivo è la presenza polarizzante di Benjamin Netanyahu: senza di lui, afferma Diskin, la destra che oggi rappresenta la maggior parte della popolazione israeliana potrebbe unirsi e ottenere la maggioranza alla Knesset. E la sinistra israeliana? Diskin ritiene non abbia alcuna possibilità di ottenere la maggioranza e che le sue opzioni si riducano a due scelte: stare all’opposizione o unirsi alla destra.

 

C’è un’altra possibilità: che il periodo come primo ministro di Yair Lapid non sia solo una «nota a pie di pagina della sua storia», come ha scritto Anshel Pfeffer nel tracciare la biografia del neo-primo ministro, ma che gli serva per battere Netanyahu in futuro.

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino e Mauro Primavera

La Tunisia verso un regime presidenziale

 

Il fatidico 30 giugno è arrivato e ieri la presidenza tunisina ha pubblicato sulla Gazzetta ufficiale la bozza della nuova Costituzione (qui il testo integrale), che sarà sottoposta a referendum a fine luglio. Il documento si apre con una sorta di attacco alla Primavera araba, che al Paese avrebbe lasciato in eredità «soltanto falsi slogan, false promesse e una più grande corruzione», mentre i 142 articoli che compongono i 10 capitoli in cui è suddivisa la bozza propongono l’adozione di un sistema di governo presidenziale in cui «il Presidente della Repubblica esercita il potere esecutivo con l’aiuto di un governo guidato da un primo ministro». Il capo e i membri del governo sono nominati direttamente dal Presidente della Repubblica, il quale ha anche la facoltà di sollevarli d’ufficio dal loro incarico. Come annunciato da tempo, inoltre, l’articolo 5 del primo capitolo stabilisce che la Tunisia «è parte della nazione islamica (umma) e soltanto allo Stato spetta il compito di lavorare per realizzare le finalità dell’Islam», a differenza delle precedenti Costituzioni del 1959 e del 2014 che sancivano l’Islam quale religione di Stato.

 

Nell’attesa di leggere la bozza della nuova Costituzione, molti giornalisti questa settimana hanno continuato a riflettere sul rapporto tra Stato e religione. Yasser ‘Abdel Rahim, professore di Diritto internazionale e costituzionale all’Università di Erfurt, ha ripercorso per al-Jazeera i momenti della storia in cui il mondo islamico si è posto il problema di regolare il ruolo dell’Islam rispetto al potere temporale.

 

La prima costituzione ad aver affrontato questo dilemma, spiega ‘Abdel Rahim, è stata quella ottomana del 1876, il cui articolo 11 dichiarava l’Islam religione dell’Impero, mentre l’articolo 4 riconosceva al Sultano il ruolo di custode della religione. Nel caso tunisino, invece, la questione si è posta soltanto dopo l’indipendenza dalla Francia, nel 1956. La prima Costituzione tunisina del 1861, infatti, non conteneva ancora alcun riferimento alla religione di Stato, mentre il precedente Patto Fondamentale, promulgato da Mohammed Bey nel 1857, si limitava a menzionare la centralità dell’Islam quale religione e l’importanza di osservare le disposizioni della Sharia. Comunque – conclude ‘Abdel Rahim – a ben vedere «la laicità come filosofia e principio costituzionale, specie nelle sue forme estreme, contrasta nettamente con il patrimonio religioso e culturale dei popoli arabo-islamici, imbevuti di spirito di fede, che rifiutano per la maggior parte la separazione tra religione e Stato, considerano la laicità una merce importata dall’Occidente cristiano e fonte di corruzione delle questioni religiose e terrene».

 

Ernest Khoury, capo redattore di al-‘Arabī al-Jadīd, ha accusato di ipocrisia Saied – «il dittatore che ha un gran bisogno di analizzare la salute del suo stato mentale». Saied, spiega, si è illuso di poter sconfiggere al-Nahda e l’Islam politico in generale omettendo dalla Costituzione il riferimento all’Islam quale religione di Stato e ha giustificato questa sua decisione dicendo che «lo Stato è un’entità astratta tanto quanto un’azienda o un’istituzione, e all’azienda non sarà chiesto di passare sul Sirāt nel Giorno della Resurrezione», in riferimento alla tradizione islamica secondo la quale nel giorno del giudizio tutte le anime, per poter raggiungere il paradiso, dovranno attraversare uno stretto e impervio ponte – il Sirāt, per l’appunto – posto sopra l’inferno. Secondo Khoury, Saied è un ipocrita perché eliminando dalla Costituzione il riferimento all’Islam vuole offrire un’immagine laica di sé stesso che non corrisponde alla realtà visto che «nelle sue convinzioni religiose conservatrici, Saied si colloca a destra di al-Nahda».

 

Il giornalista nota, inoltre, come l’attenzione dei tunisini sia stata quasi completamente catalizzata dalla questione islamica, mentre minore è stato il dibattito attorno «alla presenza stessa dell’uomo [Saied], che ha usurpato le istituzioni e la Costituzione e ha cancellato le conquiste democratiche dei tunisini». Anziché aprire una discussione sull’opportunità di boicottare il referendum o parteciparvi in massa votando “no”, gli sforzi si sono concentrati sulla difesa dell’Islam, tant’è vero che, prima della presentazione della bozza, gli islamisti si erano detti disponibili ad accettare la nuova Costituzione se Saied avesse rinunciato a eliminare il riferimento all’Islam.

 

Sullo stesso quotidiano, al-Mahdi Mabrouk ha denunciato l’indifferenza verso le vicende politiche del Paese di un ampio segmento della popolazione tunisina, più «preoccupata dai problemi quotidiani» –l’iperinflazione ha eroso i risparmi dei tunisini, che nell’arco di due anni si sono dimezzati, ha ricordato il quotidiano londinese al-‘Arab – che dalle mosse del Presidente. Il timore di Mabrouk è che questa «indifferenza finisca per divorare non soltanto la fragile e malata democrazia tunisina, ma tutta la vita politica» del Paese. Mabrouk paragona la Tunisia all’Algeria dell’ultimo ventennio: dopo il decennio di piombo (gli anni ’90), gli algerini – scrive – «si sono arresi al primo arrivato, che ha ripristinato un po’ di disciplina e li ha liberati da anni di paura». Così, anche i tunisini, stremati dalle battaglie condotte contro i mulini a vento, si sono arresi. Oggi, scrive il giornalista, molti di loro sono arrivati a odiare la democrazia che, con il suo stato di caos, paralizza le istituzioni statali, e «desiderano uno stato forte guidato da un presidente di ferro».

 

La “Nato araba” non è ancora nata. E non è neppure araba.

 

L’allargamento dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord a Svezia e Finlandia, annunciato a margine del G7 di Madrid dopo il placet della Turchia, ha dimostrato quanto sia importante per l’Occidente disporre di un meccanismo di difesa comune che svolga funzioni di deterrenza della minaccia russa. Al contempo, la notizia ha riaperto nella stampa arabofona il dibattito sulla possibilità di creare una “Nato araba”, sulla falsariga di quella atlantica. Progetti del genere rappresentano una costante nella storia della regione fin dal periodo della Guerra Fredda; l’ultimo, in ordine di tempo, risale al maggio del 2017, quando l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in visita ufficiale a Riyad, propose ai suoi alleati sunniti – i sei stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, più Egitto e Giordania – di istituire un’organizzazione militare chiamata “Alleanza Strategica del Medio Oriente” (MESA) allo scopo di contrastare l’influenza dell’Iran ed eliminare la minaccia jihadista dello Stato Islamico.

 

Il piano, rimasto nell’agenda americana fino al 2019 e poi abbandonato a causa della pandemia, sembra godere oggi di un rinnovato interesse per via dell’attuale scenario geopolitico, sconvolto dall’invasione russa dell’Ucraina e dalla conseguente crisi energetica e alimentare che sta interessando la regione euro-mediterranea. La visita del presidente Joe Biden in Arabia Saudita, prevista per la metà di luglio, potrebbe rappresentare l’occasione per ridiscutere l’accordo di difesa regionale con i Paesi del Golfo, in maniera analoga a quanto fatto da Trump cinque anni fa. Rispetto ad allora, però, i colloqui sulla MESA sarebbero agevolati dagli Accordi di Abramo che nel biennio 2020-2021 hanno permesso a Israele di accreditarsi come partner economico e politico presso alcuni Paesi arabi. Di conseguenza, è possibile che gli Accordi si estendano anche all’ambito militare, se si considera che tanto le petro-monarchie quanto lo Stato ebraico vedono nell’Iran l’avversario geopolitico da contenere.

 

Malgrado la congiuntura favorevole per la nascita della MESA, siti e giornali sottolineano i numerosi rischi e i problemi che un progetto simile comporterebbe. Tanto per cominciare, i decisori politici arabi hanno posizioni sull’Iran molto diverse, talvolta opposte. «Il pericolo iraniano» scrive Hasan Abu Hanya su ‘Arabī 21, «non può rappresentare da solo il pilastro su cui fondare l’Alleanza» poiché vi sono attori statuali come l’Egitto, i Paesi del Maghreb e il Pakistan che non considerano Teheran un pericolo per le loro agende geopolitiche.

 

Proprio l’Egitto ha l’atteggiamento più critico verso l’organizzazione militare. Hamdin Sabahi, appena eletto leader del Congresso Nazionale Arabo, ha dichiarato che la cosiddetta “Nato araba” a guida israeliana, oltre a risultare contraddittoria (tanto che al-‘Arabī al-Jadīd preferisce parare di Nātū Sharq Awsatiyy, “Nato mediorientale”), «rappresenta la più grave minaccia per il Paese», che rischierebbe così di perdere l’egemonia sul Levante arabo a vantaggio di Tel Aviv.   

 

Per il giornalista di al-Mayadin Hasan Nafi‘a, occorre far tesoro della «lezione della storia». A tal proposito, cita i fallimentari tentativi del passato, come il famigerato Patto di Baghdad (la mutua assistenza tra Iraq, Iran, Pakistan, Turchia e Gran Bretagna), promosso da Washington nel 1955 in funzione antisovietica. E infatti, al-Nafi‘a sostiene che la MESA porterebbe vantaggi soprattutto agli Stati Uniti, intenzionati a ristabilire una sfera di influenza in Medio Oriente dopo anni di disimpegno, e a Israele, interessata a risolvere definitivamente la questione securitaria. La cooperazione con i Paesi arabi, quindi, non sarà automatica, ma dipenderà in massima parte dal raggiungimento di questi obiettivi.

 

Particolarmente interessante l’intervento di re Abdallah II di Giordania sul tema. Il sovrano, da una parte, ha accolto con entusiasmo il progetto («sarò una delle prime persone a sostenerne la creazione»), ma dall’altra ha aggiunto che è fondamentale essere precisi nel definire obiettivi e ruoli. Per spiegare tale ambiguità, Hussayn Abu Talib si sofferma, in un articolo per al-Sharq al-Awsat, sulla differenza tra le parole “patto” (hilf) e “alleanza” (tahāluf). Quest’ultima è di gran lunga meno importante del patto: in quanto istituzione non permanente creata per obiettivi specifici, essa non comporta eccessivi oneri finanziari, non prevede l’unione degli eserciti e «si scioglie una volta che ha raggiunto il suo scopo». Secondo il giornalista, quindi, ‘Abdallah lascia intendere che, in questo modo, il progetto sarebbe duplice, prevedendo un hilf da realizzare solo con gli stati di Golfo, Levante e Nordafrica (la “Nato araba”) e un tahāluf allargato a Israele (la “Nato mediorientale”).

 

Anche se la MESA non sembra essere un’opzione fattibile, almeno per il momento, è interessante osservare come l’opinione pubblica araba abbia affrontato il tema, dando vita a un dibattito che mescola al suo interno le delusioni del passato coloniale, le preoccupazioni del presente e, infine, le speranze di un futuro all’insegna di una maggiore cooperazione istituzionale e militare.

 

In breve

 

Nel porto di Aqaba in Giordania 13 persone sono morte e 251 sono rimaste ferite a causa della fuga di un gas tossico da un container nel porto sul Mar Rosso (The Guardian).

 

Un tribunale francese ha condannato all’ergastolo Salah Abdeslam, unico sopravvissuto tra gli attentatori al Bataclan di Parigi (Financial Times).

 

23 migranti sono morti nel tentativo di entrare nell’enclave spagnola di Melilla. Il Marocco ha incolpato l’Algeria per l’accaduto (Al-Monitor).

 

Stephanie Williams, inviato ONU per la Libia, ha affermato che le fazioni rivali libiche non sono riuscite a raggiungere un accordo sulle regole per le future elezioni presidenziali (ABC News).

 

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