Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 18/03/2024 17:20:14

A quasi due settimane dall’attacco di Hamas nei confronti di Israele, le possibilità di escalation e di trasformazione del conflitto in una guerra regionale continuano ad aumentare. Nonostante l’annunciata offensiva di terra israeliana non si sia finora materializzata, nella settimana appena trascorsa le violenze si sono intensificate. Un momento spartiacque si è verificato martedì sera, quando si è diffusa la notizia secondo cui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero bombardato l’ospedale Al Ahli di Gaza, uccidendo più di 500 persone. Gli israeliani hanno immediatamente negato il loro coinvolgimento e attribuito la tragedia a un malfunzionamento di un razzo lanciato dall’organizzazione palestinese del Jihad islamico. I Paesi della regione, tra cui anche gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Egitto, hanno invece condannato Israele per l’accaduto.

 

Vista il giorno dopo alla luce del sole, l’effettiva congruenza della scena del bombardamento con un attacco aereo israeliano sembra discutibile, così come il numero di vittime, che fortunatamente potrebbe essere molto inferiore ai primi bilanci diffusi. Quale che sia il reale responsabile del bombardamento all’ospedale, ormai le conseguenze politiche di quell’evento sembrano essere irreversibili. Come ha scritto l’attivista palestinese İyad el-Baghdadi, «abbiamo superato il punto in cui i fatti contano […]. La maggior parte degli arabi e dei musulmani si sono già fatti un’opinione in base a una lunga storia di brutalità israeliane, disprezzo della vita umana, bugie, disinformazione e sostegno occidentale». Non si tratta più, ha scritto el-Baghdadi, «di uno specifico ospedale e di cosa è successo lì. Le notizie sono state un momento spartiacque per l’esplosione di una rabbia repressa per un milione di cose, imbottigliata per molto tempo. Confermare o smentire [l’accaduto] non aiuterà. Questa [situazione] non riguarda più i fatti, ma la psicologia». A conferma della lettura fornita da el-Baghdadi, si sono verificate grandi manifestazioni di piazza non soltanto in Cisgiordania, ma anche davanti ad ambasciate e consolati americani e israeliani in molte altre parti del mondo arabo e musulmano: Giordania, Egitto, Turchia, Libano e altri Paesi. Inoltre, appena prima che il presidente americano Joe Biden partisse per il Medio Oriente, la Giordania ha cancellato  il summit previsto con Mahmoud Abbas e il presidente egiziano al-Sisi ad Amman.

 

La sensazione diffusa è quella di una netta cesura tra il mondo arabo musulmano e l’Occidente, costantemente accusato di ipocrisia, di doppi standard e di sostegno cieco allo Stato di Israele. «Abbiamo certamente perso la battaglia nel Sud Globale», ha detto un diplomatico di alto livello di uno dei Paesi del G7, citato dal Financial Times. «Tutto il lavoro che abbiamo fatto con il Sud Globale [riguardo all’Ucraina] è andato perduto. Dimentichiamoci delle regole, dimentichiamoci dell’ordine mondiale. Non ci ascolteranno più. […] Quello che dicevamo sull’Ucraina deve applicarsi a Gaza. Altrimenti perdiamo tutta la nostra credibilità. I brasiliani, i sudafricani, gli indonesiani: perché dovrebbero mai credere a quello che diciamo riguardo i diritti umani?».

 

Sul fronte delle operazioni registriamo, come accennato in apertura, che l’offensiva via terra che sembrava imminente non è ancora iniziata. L’ha scritto Lawrence Freedman (professore emerito di War Studies al King’s College) sul Financial Times e l’hanno fatto capire anche gli americani: mentre proseguono i bombardamenti (è stata colpita anche la Chiesa greco ortodossa di San Porfirio, dove sono morti almeno 16 cristiani), Israele sta ancora cercando una strategia per Gaza. Non c’è alcuna possibilità che lo Stato ebraico negozi con Hamas, e dunque «vuole sconfiggerlo con la forza delle armi. Ma se non troverà un modo per farlo, il ciclo della violenza continuerà», sostiene Freedman. «Gli obiettivi bellici israeliani rischiano di essere scollegati dai mezzi disponibili. […] Non ci sono buone opzioni per Israele. Se ci fossero, sarebbero già state provate. Israele sta cercando di sviluppare una strategia militare per affrontare la minaccia di Hamas, mentre manca di una strategia politica. Per il momento è impossibile identificare un futuro modus vivendi con Gaza. Nessun accordo con Hamas sarebbe affidabile, ma non c’è nemmeno una strada certa per eliminare il movimento terrorista che controlla la Striscia». Su quest’ultimo punto concorda anche Steven Simon, il quale ha scritto su Foreign Affairs che potrebbe essere impossibile eliminare completamente Hamas perché quest’ultimo non è solamente un gruppo armato, ma un «movimento sociale» con radici profondissime. Per riuscire nell’impresa, Israele e la comunità internazionale dovrebbero fin da subito iniziare a progettare un futuro per la Striscia di Gaza che, secondo Steven Simon, dovrebbe passare attraverso una gestione temporanea da parte delle Nazioni Unite.

 

Del resto, lo stesso primo ministro israeliano si trova in difficoltà. Come ha scritto il New York Times, «per Israele sull’orlo della guerra Netanyahu è, in un certo senso, un leader improbabile. Nei suoi 15 anni come primo ministro, ha resistito con fermezza a grandi coinvolgimenti militari, preferendo attacchi aerei mirati od operazioni speciali. La sua riluttanza lo ha reso, fino alla scorsa settimana, una sorta di contraddizione: un leader dall’aria bellicosa che ha [finora, NdR] evitato la guerra totale». Secondo diversi osservatori citati dal quotidiano newyorkese, la riluttanza di Netanyahu a spingersi fino allo scontro aperto si radica nella sua «avversione al rischio, un tratto che ha anche influenzato il suo approccio lento ai colloqui di pace con i palestinesi, e al suo addestramento militare», che ha generato una preferenza «per gli attacchi tattici rispetto alle operazioni su larga scala dell’esercito». Ora, probabilmente, il primo ministro israeliano metterà da parte le sue preferenze. La portata di ciò che è avvenuto il 7 ottobre è, infatti, inaudita per gli israeliani, tanto che anche commentatori solitamente poco inclini a farlo si sono spinti a paragonare quanto avvenuto all’Olocausto. Dall’altro lato, anche i palestinesi rivivono i drammi del passato: lo ha ricordato l’Associated Press, sottolineando come la richiesta avanzata dalle autorità israeliane di evacuare i palestinesi verso sud abbia portato molti a temere una nuova Nakba.

 

Il rischio di allargamento del conflitto e i calcoli degli attori regionali e internazionali

 

Accanto alla tragedia che colpisce palestinesi e israeliani vi è il rischio che il conflitto si allarghi. Il re di Giordania Abdullah ha detto che «l’intera regione è sull’orlo dell’abisso. La minaccia che il conflitto si estenda è reale e i costi sono troppo alti per chiunque». Gli ha fatto eco il cancelliere tedesco Olaf Scholz: «nessun attore dovrebbe pensare che sia una buona idea intervenire dall’esterno in questo conflitto. Sarebbe un grave e imperdonabile errore. Negli scorsi giorni abbiamo passato questo messaggio nei più disparati canali» ufficiali e, probabilmente, non ufficiali. Gli Stati Uniti hanno preferito altri mezzi per diffondere il messaggio: prima che il presidente Biden si recasse in Israele riaffermando il sostegno americano allo Stato ebraico (e successivamente collegando il ruolo americano in Medio Oriente al sostegno all’Ucraina), Washington aveva inviato due portaerei con relativi gruppi navali per scoraggiare eventuali interventi contro Israele.

 

Nella serata di giovedì la marina militare americana nel Mar Rosso ha intercettato dei missili partiti dallo Yemen e probabilmente diretti in Israele. L’attenzione si sposta dunque sull’Iran e le sue milizie presenti in Medio Oriente. In settimana il ministro degli Esteri della Repubblica Islamica, Hossein Amirabdollahian aveva avvertito di un possibile «attacco preventivo» per scongiurare l’invasione via terra della Striscia di Gaza. Tuttavia, come ha scritto il Washington Post, l’Iran sta ponderando attentamente le sue mosse. Nel corso degli ultimi anni, Teheran ha infatti costruito un «formidabile schieramento di milizie e proxies in Libano, Siria, Iraq e Yemen […] e tutti o alcuni di essi potrebbero essere chiamati ad aprire nuovi fronti». Così, l’Iran deve «anche calcolare se può permettersi di impiegare in un conflitto potenzialmente rovinoso la considerevole leva militare che trae da questi alleati, allo scopo di difenderne uno, Hamas a Gaza».

 

Una novità giunge dal Libano: per la prima volta dal 2006 le “Forze dell’alba”, gruppo armato sunnita vicino ai Fratelli musulmani, ha lanciato dei razzi verso Israele. Tuttavia, la preoccupazione più grande riguarda le mosse del partito-milizia libanese Hezbollah, «ben armato, addestrato in battaglia, altamente disciplinato», come l’ha descritto Michael Horowitz, direttore della società di intelligence Le Beck. Hezbollah disporrebbe di un arsenale di oltre 130.000 missili: secondo Firas Maksad (Middle East Institute) «ciò di cui dispone Hezbollah in termini di mezzi e capacità militari fa impallidire Hamas a Gaza». Il dilemma iraniano è condiviso dalla milizia sciita, come ha ben argomentato Mohanad Hage Ali (Carnegie Middle East Center): da un lato «permettere la scomparsa di Hamas a Gaza sarebbe costoso per l’Iran ed Hezbollah in termini di morale, e ridefinirebbe [la Repubblica Islamica e il gruppo libanese] come centrati principalmente su interessi sciiti, con un’agenda strettamente settaria. Hamas sta già mostrando segni di sofferenza riguardo alla risposta relativamente limitata che finora Hezbollah ha dato al bombardamento di Gaza. [Inoltre], una sconfitta di Hamas non soltanto distruggerebbe la strategia dell’“unità dei fronti” ma esporrebbe i limiti della sua capacità di deterrenza, ciò che riporterebbe Hezbollah a dove era nel 2006». Anche secondo quanto scritto da Hanin Ghaddar su Foreign Policy, il partito-milizia sciita libanese ha mostrato, almeno finora, di non voler agire fuori dal confine delle regole implicite stabilite con Israele dopo la guerra del 2006. Hezbollah, scrive Ghaddar, vuole beneficiare dalla guerra senza rischiare di perdere la sua posizione strategica in Libano. Il rischio che questa tattica venga stravolta da un errore di calcolo o da una modifica delle decisioni iraniane è concreto. O, magari, sarà Israele a prendere la decisione al posto di Nasrallah.

 

Tornano gli attentati in Europa [a cura di Francesco Pessi]

 

Alla tensione generata anche in Europa dal conflitto mediorientale si aggiunge il clima di allerta scatenato dagli attentati compiuto in Francia e in Belgio. La settimana scorsa un cittadino francese di origine cecena aveva infatti accoltellato a morte un insegnante e ne aveva ferito un altro presso il liceo Gambetta della cittadina di Arras.

 

Il secondo attentato, avvenuto a margine della partita di calcio Belgio-Svezia (poi interrotta), ha visto il quarantacinquenne tunisino Abdessalem Lasoued freddare due tifosi svedesi a bordo di un taxi e ferirne l’autista a colpi di kalashnikov. Sulle testate belghe sono apparsi vari identikit del killer. La Libre Belgique riporta del probabile transito da Lampedusa, della fotosegnalazione a Porto Empedocle nel gennaio 2011 e del respingimento della domanda d’asilo nel 2019 in Belgio. Abdesalem Lasoued viveva in clandestinità con la famiglia nel quartiere ad alta concentrazione musulmana di Schaerbeek, nel nord della capitale, da cui proveniva anche Najim Laachraoui, l’uomo che si era fatto esplodere nell’aeroporto di Bruxelles nel marzo 2016.  Già espulso dalla Svezia, l’uomo era sospettato di traffico di esseri umani e, all’inizio di quest’anno, aveva ricevuto una denuncia per minacce da parte di un residente di un centro per richiedenti asilo presso Campine (Anversa).

 

Lo stesso giornale ritiene infondate le accuse rivolte alle forze di polizia e all’amministrazione giudiziaria belga: non essendosi mai registrato presso alcun centro di accoglienza, l’uomo non era rintracciabile malgrado il mandato di espulsione emesso nei suoi confronti. Inoltre, anche se la denuncia per minacce partita dal centro di Campine aveva portato a un’indagine sui trascorsi giudiziari di Lasoued in Tunisia, il suo caso non aveva suscitato l’allerta massima dato che le condanne riguardavano reati minori e non attività terroristiche, come inizialmente ventilato dalle autorità.

 

Un’altra accusa rivolta dalla testata Le Soir alle forze di sicurezza è il tempo relativamente lungo trascorso tra l’attentato e la cattura (uccisione) dell’attentatore, avvenuta circa tredici ore dopo l’attacco . Anche in questo caso però, il quotidiano L’Avenir difende l’operato della polizia, riportando che l’autorizzazione a procedere alla cattura è stata data con ritardo onde evitare «un bagno di sangue».

 

Nel tentativo di offrire un quadro più generale, il Washington Post collega l’attentato di Bruxelles a quello di Arras, anche se i due fatti sono probabilmente legati a situazioni diverse: l’uno in risposta al rogo del Corano consentito dalle autorità svedesi lo scorso luglio, l’altro una riedizione dell’uccisione di Samuel Paty del 2020 (l’attentatore cercava professori di storia colpevoli di avere offeso l’islam, ma non è da escludere un collegamento con la tensione prodotta dal conflitto in corso in Medio Oriente). Il giornale americano mette in luce il generale «stato di allerta» nelle capitali europee riportando le affermazioni del presidente francese Emmanuel Macron all’indomani dell’attentato in Belgio, secondo il quale «tutti gli Stati europei sono vulnerabili a un ritorno della violenza terrorista». Entrambi gli attentati sono stati infatti rivendicati dall’ISIS, anche se al momento le autorità francesi e belghe sembrano convinte che si sia trattato di «lupi solitari», come scrive il Guardian. Lo stesso Guardian, pur tentando di smorzare i toni del dibattito acceso dalle dichiarazioni di Macron, stabilisce un collegamento tra il caos esterno (il conflitto russo-ucraino e ora quello israelo-palestinese) e quello interno all’Europa. Anche se per il momento «il rischio di grandi atrocità è basso», dal momento che «gli attacchi necessitano mesi di preparazione», il timore del ritorno del terrorismo estremista, pur tenuto fuori dai notiziari a causa di problemi securitari più pressanti, è giustificato da vari episodi, tra cui gli attentati in Francia ed Austria nel 2020 e gli arresti preventivi di cellule dell’ISIS e reclutatori in Germania, Spagna e Italia tra 2022 e 2023.

 

A proposito delle conseguenze politiche dei fatti di Arras in Francia, Le Monde riporta l’irrigidimento del disegno di legge sull’immigrazione sulla quale il ministro degli Interni Gérald Darmanin sta cercando di costruire una maggioranza parlamentare sin dal novembre 2022. A seguito dell’attentato di venerdì scorso, infatti, Darmanin ha proposto sia di estendere il periodo di detenzione amministrativa da tre a diciotto mesi per gli stranieri in situazione irregolare «classificati ‘S’ o delinquenti», sia di revocare il permesso di soggiorno a qualsiasi straniero che «aderisca a una ideologia jihadista».

 

Altro fronte interno particolarmente complesso in Francia è quello scolastico. Non solo perché gli ultimi due attentati terroristici hanno tolto la vita a due professori (Samuel Paty e Dominique Bernardin, uccisi l’uno nel 2020 e l’altro venerdì scorso), ma perché, come affermato dallo storico Valerie Igounet e dall’arabista Gilles Kepel in un’intervista a Le Monde, la scuola «è la linea del fronte rispetto alla ‘salafizzazione’ delle menti». Eppure, il ministro dell’Educazione Gabriel Attal ha annunciato martedì ben «179 provvedimenti disciplinari concernenti alunni che hanno deciso di violare [la giornata di] raccoglimento» indetta negli stabilimenti scolastici in onore dei due professori uccisi. Decine le denunce di apologia del terrorismo che porteranno all’espulsione, quantomeno temporanea, degli studenti responsabili. Intanto lunedì il tribunale penale di Versailles ha condannato a sei mesi di fermo un ventiquattrenne in possesso di un coltello arrestato nei pressi di un liceo nel dipartimento delle Yvelines, il giorno stesso dell’attentato ad Arras. La difesa si è detta «preoccupata (…) che i nostri tribunali cedano al panico generale».

 

Vietato manifestare in Europa

 

Oltre alla complessa congiuntura internazionale, i governi europei si trovano a dover gestire la polarizzazione dell’opinione pubblica interna causata dagli atti terroristici di Hamas e dall’assedio di Gaza da parte di Israele. In particolare, data la situazione di tensione e il sostegno incondizionato garantito a Israele, alcuni Paesi (Francia, Germania, Austria) hanno bandito le manifestazioni di solidarietà ai palestinesi della Striscia, malgrado esse (la più numerosa si è tenuta a Londra, come documentato dal Guardian) siano state perlopiù pacifiche.

 

Il leitmotiv della stampa occidentale è che l’allerta sicurezza (divieto a manifestare incluso) sia diretta conseguenza del conflitto in corso. Al di là dei due attentati francese e belga, non esplicitamente riconducibili al conflitto, nel corso della settimana si sono verificati episodi di violenza antisemita a Berlino, dove il Wall Street Journal riferisce di case segnate con la stella di Davide («sinistra eco degli anni Trenta») e di bombe carta fatte esplodere presso il centro ebraico Kahal Adass Jisroel, fortunatamente senza causare vittime. In un’efficacie sintesi sul tema, Il Financial Times segnala da parte sua un’ondata di islamofobia attraverso il continente. A Londra, agenti dell’antiterrorismo hanno perquisito, apparentemente senza ragioni fondate, l’abitazione di un chirurgo anglo-palestinese recatosi a Gaza per curare i civili feriti dai bombardamenti. A Ratisbona (Germania meridionale) un estremista noto in precedenza alle autorità ha tentato di uccidere un giovane siriano spingendolo da un ponte. Ma è soprattutto il brutale omicidio di un bambino musulmano di sei anni negli Stati Uniti ad aver «scioccato le comunità musulmane europee», secondo quanto riportato dai loro rappresentanti intervistati dal giornale.

 

In Francia, dove l’allerta terrorismo è altissima, il Consiglio di Stato ha deliberato che il divieto di manifestare sarà valutata caso per caso dai prefetti, dal momento che «il sostegno alla popolazione palestinese» non è sufficiente a impedire l’evento. Allo stesso tempo, La Croix riferisce che il Consiglio ha respinto il ricorso presentato dal Comitato d’Azione Palestina contro l’ordine emesso dal ministro degli Interni Gérald Darmanin di vietare tutte le manifestazioni. «Il Ministero» commenta un esponente del Comitato, «si è fatto ricordare il diritto dal Consiglio». Secondo Camille Lons (European Council on Foreign Relations) la situazione a Gaza rischia di polarizzare ulteriormente un Paese già profondamente diviso. Al di là del fronte politico (la sinistra di La France Insoumise ha rifiutato di riconoscere gli attacchi di Hamas come ‘terroristici’, mentre la destra del Rassemblement National si è schierata con enfasi a fianco di Israele), l’esperta ricorda che il Paese transalpino ospita sei milioni di musulmani (per lo più cittadini francesi) e la più numerosa comunità ebraica d’Europa. Malgrado oltre un centinaio di gesti antisemiti siano stati riferiti alle autorità dall’esplosione del conflitto, non vi sono per il momento state vittime. Di fronte all’islamofobia crescente, Macron ha invitato i francesi a distinguere tra la carneficina di Hamas e la causa palestinese.

 

Alle ripercussioni del conflitto israelo-palestinese in Europa dedicano considerevole spazio anche varie testate non-occidentali. Il Jakarta Post, per esempio, sottolinea il ritiro della maggior parte delle testate arabe dalla fiera internazionale del libro di Francoforte dopo che l’organizzazione aveva deciso di rimandare la premiazione della scrittrice palestinese Adania Shibli a seguito dello scoppio della guerra. L’esplicita presa di posizione da parte della fiera, che ha annunciato per questa edizione uno spazio straordinario dedicato ad autori ebrei e israeliani, ha causato il ritiro anche della Malesia, motivata dal Ministero dell’Educazione con «la posizione di piena solidarietà e supporto ai Palestinesi da parte del governo». The New Arab, che riporta la notizia, rammenta lo storico supporto dei malesi alla causa palestinese. Nel corso della settimana, la testata panaraba è anche una delle poche a menzionare le posizioni neutraliste o filopalestinesi di alcuni (pochi) governi europei. Così, se Galles e Scozia rifiutano di innalzare la bandiera israeliana di fronte ai rispettivi parlamenti  per «manifestare solidarietà alle sofferenze dei palestinesi e mettere l’accento sulla pace come unica soluzione», il primo ministro irlandese Leo Varadkar in un’intervista alla televisione nazionale RTE, pur condannando i gesti di Hamas, accusa esplicitamente Israele di violare il diritto internazionale nell’imposizione dell’assedio.

 

Il Global Times, testata cinese in lingua inglese, affronta la questione delle reazioni europee alla guerra in corso in Medio Oriente sottolineando la profondità della «divisione razziale» e delle «tensioni etniche» nel Vecchio Continente. Pur collegando gli attenati in Francia e Belgio all’incandescente atmosfera creata in Europa dal conflitto israelo-palestinese, il giornale giudica che le violenze siano il risultato di una divisone strutturale all’interno delle società europee. Il perentorio invito è quindi quello di «affrontare e risolvere prima le proprie divisioni interne, piuttosto che evadere il problema e fomentare conflitti altrove», in riferimento alla netta presa di posizione dei governi a fianco di Israele.

 

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