Nel Nuovo Testamento i termini connessi alla parola “martys” compaiono circa duecento volte

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:49:15

Perché gli uomini che tenevano a parlare di Gesù Cristo e a scriverne (poiché la tradizione orale ha evidentemente preceduto la tradizione scritta) non hanno potuto, manifestamente, fare altrimenti che ricorrere a questo vocabolario?

I. La Testimonianza, Struttura Interna della Rivelazione Cristiana

Quale che sia l'etimologia del sostantivo martys e dei termini connessi, il significato primo si collega alla sfera del diritto. Un testimone è una persona che ha assistito a certi avvenimenti o che conosce certi uomini o certi fatti e che è per questo in grado, in un processo o in altre circostanze giuridiche, di render conto verbalmente di ciò che sa per averlo visto e inteso.

Così definita, la testimonianza presenta due caratteristiche connesse: il testimone ha assistito a degli eventi a cui gli uomini in presenza dei quali rende la sua testimonianza - autorità, giudici o semplici attori - non hanno assistito. Altrimenti, la testimonianza sarebbe superflua. D'altro canto, il testimone può render conto solo verbalmente di quanto ha visto e sentito, altrimenti, si parlerebbe non più di testimonianza, ma di prova: non sarebbe più "testimone" colui che può riprodurre nei fatti e sotto gli occhi dei suoi ascoltatori, come un esperimento di fisica, gli avvenimenti che attesta, sarebbe un professore. Perché il professore, nella misura in cui non è che professore, è tenuto a provare le parole che proferisce, a dimostrare che esse sono conformi alla realtà riguardo cui si pronuncia. Se passiamo in rassegna l'insieme dei passi neotestamentari che contengono uno dei termini relativi alla testimonianza stando attenti, per ragioni metodologiche, soltanto a questo primo senso, scorgeremo, grazie al contesto, perché gli autori dovevano ricorrere a questi termini e nello stesso tempo ciò che intendevano significare con essi.

Fatta eccezione per i passi in cui i termini sono impiegati nel senso profano, generale, si noterà che il gruppo dei vocaboli si applica essenzialmente, nel Nuovo Testamento, a tre categorie di persone: a Gesù Cristo, agli apostoli e ai fedeli che hanno creduto alla predicazione apostolica.

Il Cristo giovanneo «attesta ciò che ha visto e udito» [Gv 3,32] nel «cielo» [Gv 3,31], da cui è «disceso» [Gv 3,13]. Secondo l'Apocalisse, egli è il «Testimone fedele» [Ap 1,5], il «Testimone fedele e verace» [Ap 3,14] perché non fa che trasmettere la «rivelazione […] che Dio gli diede» [Ap 1,1]. In seno alla generazione immediatamente post-apostolica, Luca insiste sul ruolo fondamentale di coloro che sono stati testimoni della vita [cfr. Lc 1,1; At 1,22; 10,39] e della risurrezione di Gesù [cfr. Lc 24,48; At 2,32; 3,15; 5,31-32; 10,41; 13,31] [1]. La stessa insistenza si trova negli scritti giovannei [Gv 19,35; 21,24; 1Gv 1,1]. Infine, il gruppo di termini si applica anche a uomini che hanno ricevuto la testimonianza apostolica, che vi hanno creduto e che hanno professato pubblicamente la loro fede, talora fino al martirio [At 22,20 {Stefano}; Ap 2,13 {Antipa}; Ap 6,9; 11,3; 17,6].

Un esame approfondito di questo triplice utilizzo mette in luce un fatto: la nozione di testimonianza costituisce una struttura fondamentale della Rivelazione cristiana, e anzi essa giustifica la nozione di rivelazione per designare la realtà di cui si tratta nel Nuovo Testamento.

In sintesi, testimonianza e rivelazione si implicano reciprocamente. Senza testimonianza non vi sarebbe rivelazione. Parallelamente, se non avessero inteso rendere conto di una rivelazione, gli autori dei diversi scritti neotestamentari non sarebbero stati condotti ad accordare al gruppo di termini relativi alla testimonianza quella posizione importante e significativa che essi occupano nei loro scritti[2].

II. Le Modalità della Testimonianza Cristiana

Già nella lingua profana, il termine martys non ha soltanto una portata giuridica. Si chiama testimone anche chi è convinto della verità di certe opinioni e le professa pubblicamente. Questa seconda connotazione interessa anche il significato del testimone neotestamentario. Non solo: le due connotazioni costituiscono un'unità organica. I testimoni neotestamentari che abbiamo passato in rassegna più in alto non sono soltanto testimoni in senso giuridico (del resto un senso lato e non tecnico). Sono persuasi della verità della rivelazione che si è attestata loro e non possono che renderle testimonianza.

Le modalità di questa testimonianza discendono tutte dal carattere del testimone che appartiene originariamente a Gesù Cristo. È nella testimonianza resa da Gesù Cristo che si ravviseranno le modalità della testimonianza apostolica e di quella dei fedeli.

1. La testimonianza di Gesù Cristo.

All'inizio della testimonianza resa da Gesù Cristo, c'è la sua predicazione, l'annuncio del suo kerygma, la "confessione" pubblica di ciò che egli è: il re messianico e il rivelatore della verità. La nozione di parola è così esclusiva. Il Cristo annuncia una realtà nuova rispetto alla realtà attuale e anche futura del mondo. Questa realtà ha il suo prototipo in un luogo diverso dal mondo ed è presente nel mondo solo sotto forma della sua attestazione. Senza dubbio il Cristo compie delle opere, ma esse rimangono ambigue. Anche in questo caso Giovanni ha espresso il Vangelo cristiano con il massimo di chiarezza. Le opere, i "segni" (semeia) che Gesù opera, sono intelligibili solo alla fede.

È impossibile che l'attestazione della realtà nuova non entri in conflitto con la realtà antica e destinata a rimanere presente fino alla fine del mondo, donde la necessità della sofferenza del Cristo. Ogni rivelazione porta necessariamente con sé la sofferenza del rivelatore. La rivelazione suprema che il Cristo annuncia porterà necessariamente alla sofferenza suprema, che è la morte, la riduzione al niente, perché nel mondo non c'è posto per due realtà contraddittorie.

2. La testimonianza degli apostoli e dei fedeli.

Testimoni qualificati del Cristo, gli apostoli sono per questo posti in prima linea nella rivelazione discesa in Gesù Cristo ad attacco salvifico del mondo. Situati tra Cristo e il mondo, attestano, con la loro confessione, la confessione del Cristo, con le loro sofferenze la sua sofferenza, con la loro vittoria la sua vittoria. A questo titolo sono esemplari per tutti i testimoni ulteriori del Cristo. Imitatori del Cristo, si propongono essi stessi come oggetto d'imitazione [1Ts 1,6 e 1Cor 11,1].

Ciò che caratterizza l'apostolo non è soltanto essere stato il testimone «degli avvenimenti successi tra di noi» [Lc 1,1], ma anche averne compreso il significato e averlo annunciato pubblicamente. Non si dà apostolo che non sia missionario, sia presso gli ebrei che presso i pagani [cfr. 1Cor 1,17-23]. Annunciando il kerygma, l'apostolo sarà necessariamente esposto all'ostilità del mondo [Mt 10,22]. Paolo esplicita questa necessità con l'eloquenza spezzata, aspra, nervosa, potente che gli è propria: «Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. […] Siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi» [1Cor 4,9 e 13; cfr. 2Cor 11,23-27].

Nella misura in cui l'apostolo partecipa alla morte del Cristo, partecipa alla sua vita. Al limite estremo, la morte fisica dell'apostolo farà risaltare in tutta la sua potenza la gloria di Dio [Gv 21,19].

Secondo il Nuovo Testamento, la testimonianza dei fedeli differisce dalla testimonianza apostolica solo su un punto: i fedeli possono testimoniare esclusivamente sulla base della testimonianza apostolica. Tuttavia il fatto di non essere testimoni oculari non toglie alcuna validità alla loro testimonianza perché, attraverso la ricezione credente della testimonianza apostolica, essi hanno «questa testimonianza in sé» [cfr. 1Gv 5,10]. La loro "imitazione" del Cristo, nella loro confessione, nelle loro sofferenze e vittorie, non è dunque in nessun modo inferiore a quella degli apostoli. Hanno la fede questi tanto quanto quelli[3].

3. La confessione, causa e criterio della sofferenza.

Nel corso del II secolo i termini martys, martyrein etc. si applicano sempre di più ai supplizi che conducono alla morte e che i "martiri" sopportano per la loro fede[4]. Se il martirio ha un significato specifico, lo ha soltanto come conseguenza della confessione. In altre parole, non è perché soffre che il martire è testimone, ma è perché è stato con la sua parola testimone e confessore del Cristo che egli soffre. Senza dubbio, come nel caso della sofferenza degli apostoli, la sofferenza del martire lo rende conforme a Gesù Cristo. Ma questa conformità è garantita solo dalla confessione esplicita della fede. La morte di Socrate o il supplizio di Spartaco non hanno assolutamente nulla in comune con il martirio di un confessore cristiano. Proprio perché crede a Gesù Cristo il credente soffre per opera del mondo. Tale sofferenza è qualificata e implica anche la gioia della vittoria che contiene in se stessa. Cipriano l'ha detto con parole insuperabili: «De martyrum capite gloriosa confessionis corona detracta [est], si non illam de evangelii conservatione invenientur consecuti unde martyres fiunt» [Ep 36,2] [5].

[Brano tratto da Enrico Castelli (a cura di), La testimonianza, CEDAM, Padova 1972, pp. 309-316]
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

[1] La questione di sapere in qual senso Paolo è «testimone» secondo Luca (At 22,15; 26,16) e come la nozione lucana dell’apostolato di Paolo s’accordi con le dichiarazioni proprie dell’apostolo (1Cor 15,8; cfr. 9,1 e Gal 1,16 e 2,2) non è decisiva per le nozioni neotestamentarie che qui riassumiamo.

[2] Dal punto di vista della storia delle religioni, si noterà che la nozione di testimone e ancor più quella di martire compaiono solo in religioni che implicano l’idea d’una rivelazione, sia nel Cristianesimo che nell’Ebraismo e nell’Islam. Cfr. H. Doerrie, art. Märtyrer, RGG 3, IV, pp. 587-588.

[3] La dichiarazione di Gesù a Tommaso «Beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto» (Gv 20,29) riassume tutta l’intenzione dell’autore del quarto Vangelo. Essa costituisce del resto l’espressione più chiara della fede cristiana, nel suo carattere specifico (cfr. Eb 11,1).

[4] La prima attestazione scritta indubitabile di quest’uso si trova nel Martirio di Policarpo, in particolare 19.1. Questo nuovo uso spiega che i termini greci siano stati trascritti in latino (martyr, martyrium), mentre i vocaboli neotestamentari erano tradotti generalmente con testis, testimonium.

[5] Dalla fronte dei martiri viene tolta la gloriosa corona della loro confessione se si trova che essi non hanno conseguito quell’altra corona della conservazione del Vangelo per cui divengono martiri.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Testo di Jean-Louis Leuba, Grazie a Gesù l'altrove si trova qui, «Oasis», anno IV, n. 7, maggio 2008, pp. 57-59.

 

Riferimento al formato digitale:

Testo di Jean-Louis Leuba, Grazie a Gesù l'altrove si trova qui, «Oasis» [online], pubblicato il 1 maggio 2008, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/grazie-a-gesu-l-altrove-si-trova-qui.

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