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I destini di Schengen e la tenuta del patto europeo

Le migrazioni mettono alla prova l’Ue. Per resistere l’Unione non deve essere percepita come un fornitore di servizi, ma come una dimensione dell’esistenza dei suoi cittadini e residenti

Militari ungheresi espongono un avviso alla frontiera. Foto: Darko Bandic

Lo scenario che sembra consolidarsi da qualche tempo a questa parte nel quadrante mediterraneo è sconfortante. Centinaia di migliaia di persone letteralmente alla deriva nel mare; gli Stati europei intrappolati in un dilemma tra sostenibilità finanziaria, stabilità sociale e la necessità di salvare le vite umane che si presentano alle loro frontiere; la difficoltà aggiuntiva di distinguere la folla di disperati che lascia Paesi in preda alla guerra civile dai migranti economici, evitando di illudere questi ultimi che ormai qualunque barriera all’ingresso in Europa sia caduta. Le normative europee e internazionali distinguono in maniera rigorosa gli status di chi bussa alle frontiere, assicurando loro una mobilità differente: alcuni – gli stranieri normalmente residenti e prevalentemente lavoratori – possono muoversi liberamente in Europa (nello spazio Schengen), mentre gli altri devono rimanere e godere di protezione nel Paese di prima accoglienza.

 

 

È quasi superfluo aggiungere che queste norme al momento hanno avuto un effetto boomerang. Siccome gli Stati di arrivo sono spesso anche i più poveri, coloro che giungono sulle coste meridionali del Continente sfuggono ai loro controlli e si recano verso il cuore dell’Europa, bussando ufficialmente per la prima volta alle porte dei Paesi più ricchi: che diventano dunque quelli di primo arrivo e devono farsi carico dei rifugiati. Questo compiace i Paesi più poveri che, anziché doverli ospitare, vedono gli immigrati soltanto transitare. La reazione di nazioni come Austria, Germania e Francia è la chiusura delle frontiere e, di fatto, la sospensione di Schengen, nonostante alcune di esse avessero inizialmente aperto le braccia, in sostanza sollecitando profughi e rifugiati a partire (con l’effetto di mettere pressione a tutti i Paesi limitrofi che, contro la loro volontà, sono divenuti improvvisamente le vie d’accesso a quei territori).

 

 

L’Unione europea appare inadeguata a rispondere alla sfida: ha imposto – sulla carta – la distribuzione dei rifugiati tra i suoi membri, ma nel farlo ha provocato una seria crisi politica. Diversi Paesi dell’Est si erano opposti a questa soluzione, ma le istituzioni europee hanno deciso di imporsi, rompendo la consuetudine di cercare l’unanimità nelle proprie decisioni. Probabilmente quegli Stati riottosi alzeranno la voce nei prossimi mesi, memori di quella sorta di ultimatum che la Gran Bretagna ha imposto recentemente a se stessa e all’Unione europea, rinegoziando la propria presenza nell’Ue e indicendo un referendum in merito. Perché sottostare alle decisioni europee, se la Gran Bretagna le vuole discutere minacciando di andarsene? Infine: è vero che l’Unione ha escluso dal patto di stabilità europeo le spese statali connesse alla presenza dei profughi, ma questo può davvero rassicurare gli animi dei cittadini di diversi Paesi che vedono montare la presenza di disperati in cerca di sbarcare il lunario, in un frangente critico per l’economia e lo stato sociale? Dopotutto, non è incomprensibile che nazionalismi, euroscetticismi e isolazionismi si coalizzino creando nuove piattaforme politiche. Questi fenomeni trovano radicamento in processi apparentemente incontrollabili e di portata formidabile, che comprensibilmente spaventano.

 

 

Tuttavia, quel che si è detto fin qui non è tutto. Altri fatti meriterebbero di essere ugualmente oggetto di riflessione. Non è né realistico né adeguato trasformare processi di portata globale in complessi di colpa; ma non è nemmeno ragionevole offrire uno sguardo selettivo ai fenomeni che si sono succeduti almeno nell’ultima decade.

 

 

Libia, Siria, Iraq e Afghanistan
– i Paesi da o attraverso cui continua a giungere un’insolita quantità di rifugiati, rispetto alle masse che nel periodo estivo da almeno vent’anni solcano il Mediterraneo alla ricerca di un futuro migliore – sono anche un affare degli occidentali. America e Stati dell’Europa hanno intrapreso azioni, più o meno concertate e criticate, che in nome della democrazia, della libertà e della lotta al terrorismo hanno effettuato interventi pesanti in quei Paesi africani o asiatici. Si possono concedere differenti gradi di simpatia a quelle iniziative, per ragioni che ora non si possono affrontare. Tuttavia, ciascuna di quelle azioni ha posto le premesse di quello che stiamo osservando. Nel Nord Africa e in Medio Oriente diversi Stati occidentali hanno svolto un ruolo importante, se non di primo piano; in molti di questi casi, essi hanno letteralmente provocato o persino guidato il cambiamento.

 

 

Alcuni aspetti di tali vicende sembrano largamente indubitabili, ed è utile metterli in ordine. A) La destabilizzazione in alcune aree poteva essere giustificata, ma ha sicuramente posto le premesse del disordine attuale e innescato un processo che produce milioni di profughi. B) La decisione se intervenire in ciascuno di queste aree non è stata imposta dall’Unione, ma decisa dagli Stati, singolarmente o in maniera coordinata – sicché è fuori luogo sia incolpare l’Europa per l’incapacità di fare fronte a una crisi generata da altri, sia pensare che la dimensione statuale sia culturalmente quella capace di affrontare queste crisi, dal momento che ha contribuito a crearle. C) L’Europa è il terminale ultimo di un movimento umano di milioni di persone che sta cambiando il Medio Oriente in una maniera più massiccia e più durevole di quanto probabilmente lo siano stati gli interventi bellici: Libano, Giordania e Turchia straripano di profughi. E non si vede né quando finirà questo flusso, né come potrà agevolmente cambiare direzione, dal momento che il conflitto in diverse zone ha esacerbato gli animi in una misura che soltanto lentissimamente il tempo potrà placare: per un confronto, si guardi che cos’è oggi la vita nell’Irlanda del Nord, nonostante gli accordi di pace. D) Schengen non è un trattato qualsiasi: è uno degli elementi più immediatamente palpabili dell’esistenza di una socialità europea. La sua fine – o la sua prolungata sospensione – potrebbe avere un effetto nient’affatto indifferente sull’autocomprensione dell’Europa. E) L’Europa è cresciuta istituzionalmente soltanto grazie all’adesione costruttiva dei suoi membri: se questa si trasforma in ostilità, non può reggere.

 

 

Dopo un tratteggio tanto cupo, è ancora più urgente offrire delle osservazioni costruttive. In primo luogo, la dimensione europea è – volenti o nolenti – uno spazio che risente dell’azione di ciascuno: se gli Stati si muovono in ordine sparso, dovrebbero anche chiedersi quanto la loro azione influenzerà l’Europa più largamente, pena la perdita di alcuni aspetti dell’Europa stessa che si ritorceranno loro contro. In secondo luogo, lo schema che presume di “esportare la libertà e la democrazia” – con le armi o in maniera non violenta – può forse funzionare, solo se nei Paesi in cui si vuole intervenire sussistono alcuni presupposti sociali sui quali l’Europa si sostiene e che rende quelle parole d’ordine non soltanto un valore da perseguire, ma una prassi quotidiana. Non sono presupposti istituzionali, né risiedono nelle leggi. Interrogarsi su questi aspetti è possibile solo se una comunità politica – sia europea o nazionale – non è percepita semplicemente come un provider di servizi e una rete di sicurezza (come i suoi membri più recenti e attualmente ostili sembrano avvertirla), ma anche come una dimensione della stessa esistenza dei suoi cittadini e residenti. Sarebbe ora di interrogarsi sulla vera ricchezza dell’Europa e dei suoi componenti. E su cosa significhi farla fruttare.

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