La mostra “Chiamati due volte”, dedicata ai 19 religiosi e religiose uccisi durante il Decennio Nero algerino, fa tappa nel cuore della Città Eterna con un messaggio ben chiaro: un’alternativa alla brutalità del nostro tempo è possibile

Ultimo aggiornamento: 26/03/2026 10:00:22

«Roma è mater et caput». Quando padre Giulio Albanese, missionario comboniano, grande conoscitore dell’Africa e ora anche direttore delle Comunicazioni e dell’ufficio per la cooperazione del Vicariato di Roma, pronuncia queste parole, sabato 21 marzo, nella chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio, davanti alla Fontana di Trevi, diventa del tutto chiaro perché la versione romana della mostra sui 19 martiri d’Algeria, “Chiamati due volte”, è diversa. Non solo perché è nel cuore di una città qui particolarmente invasa dai turisti di ogni nazione e lingua e non solo perché la visita è aiutata da un’app in quattro lingue, sponsorizzata dalla Whisper, che surroga le guide, ma perché da Roma passano le strade di tutti. E la Chiesa di Roma, che ha concesso il patrocinio della Diocesi, è particolarmente vicina e presente. Lo hanno dimostrato il cardinal Vicario Baldo Reina, che ha trasmesso il suo messaggio attraverso padre Giulio («Porto il saluto del cardinale, il quale purtroppo non ha potuto essere con noi questo pomeriggio. Quello che mi sembra importante sottolineare è che la nostra Chiesa, la Chiesa di Roma, utilizzando il linguaggio di Sant’Ignazio di Antiochia, “presiede nella carità”. È quella Chiesa che più di altre ha il compito di affermare l’universalità della missione, della buona notizia»). Lo ha voluto sottolineare il cardinale Angelo De Donatis che ha celebrato la messa domenicale in questa chiesa e al termine della quale ha ascoltato una visita guidata insieme ad un grande gruppo di fedeli.

Grazie a questa mostra, promossa dalla Fondazione Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana, la testimonianza dei 19 martiri d’Algeria chiama e Roma risponde. Il padrone di casa, don Pablo Castiglia, rettore di questa chiesa la cui facciata è rivolta alla Fontana più famosa di Roma, spiega che «un numero molto grande di persone con interesse ha potuto contemplare questa testimonianza intensa del Vangelo fino al dono della propria vita». L’ospite d’onore nell’incontro di presentazione della mostra è Jean-Paul Vesco, il cardinale arcivescovo di Algeri, che il giorno dopo si cimenta nella maratona di Roma, primo porporato nella storia della competizione, insieme all’amico Khaled, gravemente malato.

«La testimonianza dei beati martiri», ha detto Vesco, «è una testimonianza di amicizia e di fraternità. Queste religose e questi religiosi hanno condiviso fino in fondo la condizione di un popolo che ha lottato e resistito per la propria vita. Vorrei ringraziare la LEV, la Fondazione Oasis, il cardinal Scola e tutti coloro che hanno voluto realizzare questa mostra. Quella che vedete qui è una mostra itinerante, ma la versione originale è stata allestita al Meeting di Rimini ed è stata vista da 15 mila persone ed è stata una magnifica esposizione. È importante che questa testimonianza continui a commuovere ancora oggi. Ora arriva il viaggio del Papa in Algeria. Spero che sia un segno di speranza per questo momento storico. Non sappiamo che cosa ci riserverà il domani. Ma sappiamo che domani dovremo essere fratelli e sorelle senza separazioni».

Padre Giulio Albanese ha conosciuto i monaci di Tibhirine e gli è capitato di scrivere, proprio 30 anni fa, l’editoriale di commento sulla loro morte per Avvenire. Anche lui mette in relazione il messaggio dei Beati martiri col tempo presente: «Sono stati martiri e maestri di dialogo. Tenendo conto di quello che sta avvenendo oggi sul palcoscenico internazionale, credo che i nostri Beati d’Algeria ci invitino innanzitutto e soprattutto a capire che dobbiamo porci in un atteggiamento dialogico nei confronti di ogni genere di alterità. Cosa che non sanno fare, lasciatemelo dire, i politici del nostro tempo. Oserei dire le classi dirigenti del nostro tempo. Il ricorso all’opzione armata la dice lunga sul fatto che tanta umanità dolente venga immolata sull’altare dell’egoismo umano».

François Vayne, autore di diversi libri sulla vicenda dei martiri, nato in Algeria e cresciuto insieme ai pochi cristiani rimasti nel Paese dopo l’indipendenza, commuove la pleatea parlando dei piedi di Christian De Chergé, descrivendo il suo ricordo di bambino, quando il priore di Tibhirine apriva il portone ai visitatori, indossando i sandali. «In quei piedi», racconta il giornalista, «vedevo tutto il dono della sua vita. Semplice, nudo, profondo. Così come mi piace ricordare la fila dei bambini e delle madri di fronte alla porta del medico, frére Luc, che ha curato migliaia di persone nella sua vita, senza guardare in faccia nessuno. Accogliendo sempre tutti: dai terroristi feriti ai religiosi musulmani».

 

Ora la mostra “Chiamati due volte” si è trasferita a Roma in un’altra chiesa del centro città: Santa Caterina dei Funari, nella zona di piazza Venezia. È aperta solo tre giorni alla settimana: martedì, giovedì e sabato dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Vi resterà fino a giugno.