Nel Paese asiatico si sono tenute elezioni libere per la prima volta dopo vent’anni. Il BNP ha ottenuto una larga maggioranza, ma deve ora affrontare numerose sfide, dallo stato dell’economia alle tensioni geopolitiche, passando per l’ascesa islamista

Ultimo aggiornamento: 09/03/2026 17:38:06

Dopo circa diciotto mesi di turbolenze politiche seguite alle rivolte studentesche del luglio 2024, il Bangladesh ha condotto elezioni parlamentari libere e pacifiche per la prima volta dopo circa vent’anni. I risultati, che hanno sancito la netta vittoria del Bangladesh Nationalist Party (BNP), potrebbero segnare l’inizio di una possibile ridefinizione delle fondamenta istituzionali del Paese, grazie alla concomitante approvazione di un ampio pacchetto di riforme costituzionali.

Le elezioni hanno rappresentato il punto di approdo di una stagione di mobilitazioni, repressioni, incertezze economiche e crescente polarizzazione all’interno del Paese, in particolare dopo la decisione del governo provvisorio di escludere dalle consultazioni la Lega Awami, partito che nel 1971 ha guidato il Bangladesh verso l’indipendenza. Eppure, contro molte aspettative, il processo elettorale si è svolto in un clima sorprendentemente ordinato.

Gli osservatori internazionali, tra cui l’Unione Europea e il Commonwealth, hanno definito le elezioni “credibili e gestite con competenza”, in netto contrasto con le elezioni farsa denunciate in precedenza e spesso boicottate dallo stesso BNP. Anche diversi testimoni locali hanno sottolineato che le irregolarità, che pur ci sono state, sono state drasticamente inferiori rispetto al passato. Con un’affluenza intorno al 59%, il BNP ha ottenuto 212 seggi su 300, conquistando una maggioranza dei due terzi che gli consente di incidere direttamente sull’architettura costituzionale, tornando al centro della scena dopo quasi vent’anni di marginalizzazione politica.

Alla guida del governo vi è ora Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra Khaleda Zia, scomparsa a dicembre, e del fondatore del partito, Ziaur Rahman. Rientrato a Dhaka dopo 17 anni di esilio a Londra, Rahman ha cercato di presentarsi come una figura di mediazione, insistendo su una retorica di riconciliazione nazionale anziché di rivalsa politica.

Accanto alla vittoria del BNP, l’elemento più rilevante è l’ascesa dell’alleanza guidata dalla formazione islamista Jamaat-e-Islami (JI), che ha ottenuto 77 seggi, attestandosi come principale forza di opposizione. Con circa il 32% dei voti, la JI ha registrato un incremento impressionante rispetto alla sua tradizionale soglia dell’8-12%. Il dato segnala una trasformazione dell’elettorato e pone interrogativi sul futuro orientamento ideologico del Paese.

Al contrario, il National Citizen Party (NCP), nato dall’esperienza della rivolta studentesca del 2024, ha raccolto soltanto sei seggi, evidenziando quella che per molti commentatori è una fisiologica difficoltà dei movimenti civici nel tradurre l’energia della protesta in un consenso ampio, trasversale e strutturato. Allo stesso tempo la loro scelta di allearsi con la JI, è stata definita da alcuni commentatori una scelta naturale e spontanea se si guarda alla crescita delle madrase finanziate negli ultimi decenni dall’Arabia Saudita nel tentativo di contrastare l’Islam di ispirazione sufi, maggioritario in Bangladesh. Non si tratta di scuole coraniche violente (nella maggior parte dei casi), ma di luoghi che promuovono una visione rigida, tradizionale e radicale dell’Islam.

Contestualmente alle elezioni, i 127 milioni di cittadini chiamati alle urne hanno espresso una netta approvazione nei confronti della cosiddetta “Carta nazionale di luglio”, un pacchetto di riforme costituzionali e istituzionali nato in risposta all’ondata di proteste del 2024 e finalizzato a ridisegnare l’architettura dello Stato. La Carta, siglata nell’ottobre 2025 da oltre venti partiti politici, conteneva più di 80 proposte di modifica che toccavano diversi aspetti fondamentali del sistema politico, tra cui l’introduzione di limiti al mandato del primo ministro, un rafforzamento dei poteri presidenziali per bilanciare maggiormente l’esecutivo, l’aumento della rappresentanza femminile in Parlamento, l’indipendenza della magistratura e nuove regole per l’elezione e il funzionamento delle istituzioni elettorali.

Le riforme, approvate con il 68% dei voti, hanno ricevuto un forte mandato popolare. Ora toccherà al nuovo parlamento, che funzionerà da Consiglio di Riforma Costituzionale, tradurre le proposte in emendamenti formali. Pur non avendo effetto immediato come legge, il referendum ha quindi legittimato politicamente una trasformazione istituzionale che mira, almeno sulla carta, ad attenuare la storica concentrazione di potere e a rafforzare i meccanismi di equilibrio tra i poteri dello Stato.

Tuttavia, il nuovo governo eredita anche una situazione delicata sul piano economico.

Il BNP ha promesso di portare il PIL a 1.000 miliardi di dollari entro il 2034, un obiettivo che richiederebbe una crescita annua attorno al 9%. Il tasso di crescita previsto per il 2026 si ferma al 4,7%. Un pilastro fondamentale restano le rimesse dei circa dieci milioni di lavoratori bangladesi all’estero che nel 2025 hanno superato i 30 miliardi di dollari.

A complicare il quadro economico vi è l’imminente perdita, nel novembre 2026, dei benefici commerciali legati allo status di “Paese meno sviluppato”, un passaggio formale deciso dalle Nazioni Unite dopo che il Bangladesh ha soddisfatto una serie di indici relativi al reddito, allo sviluppo umano e alla resilienza economica. Lo status garantisce al Paese l’accesso senza dazi e senza quote tariffarie ai principali mercati di esportazione, in particolare all’Unione Europea, un’agevolazione di cui ha largamente beneficiato il settore tessile, che rappresenta oltre il 90% delle esportazioni verso l’UE. Dhaka ha chiesto di poter avere un periodo di transizione di 12 anni per garantire uno sviluppo economico sostenibile ed evitare uno shock immediato per l’industria tessile.

Se la supermaggioranza del BNP garantisce stabilità decisionale, essa suscita anche preoccupazioni. Con due terzi dei seggi, il partito può modificare la Costituzione senza un accordo con l’opposizione, una prospettiva che per alcuni analisti rischia di essere intrinsecamente pericolosa, a causa di un sistema ancora segnato da fragili equilibri democratici.

Parallelamente, l’affermazione della Jamaat-e-Islami come principale forza di opposizione potrebbe imprimere una svolta culturale e politica verso l’islamismo. Esponenti della JI hanno sostenuto che le donne non sarebbero “naturalmente” adatte a governare (un’evidente contraddizione in un Paese che per buona parte della sua storia ha visto alternarsi al potere due prime ministre donne, Khaleda Zia e Sheikh Hasina). A novembre, inoltre, il governo provvisorio ha cancellato la creazione di nuovi posti per insegnanti di musica nelle scuole primarie dopo le proteste delle organizzazioni islamiste, che chiedevano invece un potenziamento dell’insegnamento religioso. La rappresentanza parlamentare riflette la situazione. Il nuovo parlamento conta soltanto sette donne e una presenza molto limitata di membri delle minoranze religiose ed etniche, un passo indietro rispetto alle aspirazioni inclusive emerse durante la rivolta del 2024.

Anche l’attuazione della Carta di luglio non appare scontata. Nonostante il sostegno popolare, alcuni deputati del BNP hanno inizialmente esitato a prestare giuramento nel Consiglio di riforma costituzionale, sollevando interrogativi sulla reale volontà di continuare sulla linea di un processo riformatore.

Sul piano internazionale, il Bangladesh si trova a dover ricalibrare i propri rapporti con i vicini più e meno prossimi. Le relazioni con l’India restano tese, e non solo per il fatto che Sheikh Hasina vive in esilio in India da quando è fuggita da Dhaka il 5 agosto 2024 durante l’insurrezione studentesca. A dicembre 2024 il governo provvisorio ha presentato una richiesta formale di estradizione e, dopo che nel novembre 2025 un tribunale speciale l’ha condannata a morte in contumacia per crimini contro l’umanità legati alla repressione delle proteste, Dhaka ha rinnovato la pressione su Delhi. Per anni Hasina è stata considerata un interlocutore affidabile su cui poter contare per il contenimento dei gruppi armati che popolano il nord-est dell’India.

Il confine tra i due Paesi è attraversato da flussi di migranti che si spostano per lavoro, ma anche da retoriche identitarie. Stati indiani come il Bengala Occidentale e l’Assam negli ultimi due anni sono diventati terreno di incidenti e accuse reciproche. Dhaka ha denunciato respingimenti ed espulsioni sommarie, mentre Delhi sostiene di dover contrastare l’immigrazione irregolare, anche se in diversi casi ha deportato in Bangladesh persone di etnia bengalese e religione musulmana, seppur con cittadinanza indiana. In parallelo, però, i membri della minoranza indù (e cristiana) in Bangladesh sono stati vittime di violenze e persecuzioni dopo la fuga di Hasina in India. L’Hindu Buddhist Christian Unity Council, per esempio, ha registrato episodi violenti contro le minoranze in 52 distretti su 64, spingendo alcune famiglie indù a tentare di spostarsi verso l’India. Il 16 agosto 2024 Muhammad Yunus aveva telefonato al premier indiano Narendra Modi per rassicurarlo sulla sicurezza delle minoranze, ma Delhi ha continuato a ribadire la propria preoccupazione, trasformando la tutela negli indù in una leva politica nei rapporti India-Bangladesh

Dentro questa cornice già tesa, c’è stata un’accelerazione nella cooperazione con Pechino, soprattutto sul piano militare: l’aviazione del Bangladesh vuole avviare un centro di produzione di droni, in maniera simile a quanto già avviene con il Pakistan, che assemblea i JF-17, i jet low cost cinesi che hanno dimostrato la loro efficacia proprio nel conflitto con l’India nel maggio dello scorso anno. Nonostante un certo riavvicinamento con la Cina, per l’India, che guarda al Golfo di Bengala come un quadrante strategico, la situazione è motivo di preoccupazione.

Anche gli Stati Uniti osservano la situazione. Sul primo piano economico, Washington resta uno dei principali mercati per l’export manifatturiero bangladese, in particolare per il settore dell’abbigliamento. Lo scorso anno il presidente Donald Trump ha fissato i dazi per il Bangladesh al 20%, ma successivamente è stato previsto un meccanismo per consentire a una quota di prodotti tessili di entrare a tariffa zero in relazione all’uso di cotone e fibre statunitensi. Sul piano strategico, invece, l’ambasciatore statunitense a Dhaka, Brent T. Christensen ha dichiarato in un’intervista alla Reuters dell’11 febbraio 2026 che gli Stati Uniti intendono mettere in guardia il prossimo governo sui rischi legati ad alcuni accordi con Pechino e proporre alternative ai sistemi militari cinesi utilizzati dal Bangladesh, che resta una pedina all’interno della strategia americana nell’Indo-Pacifico.

La vera prova per l’amministrazione guidata da Tarique Rahman non sarà, quindi, soltanto mantenere il controllo parlamentare: il nuovo governo dovrà dimostrare la capacità di ricostruire lo Stato di diritto, rilanciare la crescita economica e avviare un processo credibile di riconciliazione dopo i disordini e le violenze degli ultimi anni.