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Il bisogno di media per raccontarsi*

La convivenza tra diversi è la questione chiave per le nostre società plurali. Per imparare a vivere insieme, secondo il direttore di Avvenire abbiamo bisogno di luoghi di fisici di conoscenza e luoghi di “carta” per il reciproco racconto e riconoscimento.

Il cardinale Scola e il direttore Tarquinio

Tra Avvenire e Oasis c’è una forte colleganza e una fraternità obiettiva nello sguardo e nell’attenzione alle tematiche che condividiamo. La collaborazione tra di noi, proficua per entrambi, si sviluppa contribuendo a spezzare questo pane semestrale che è stato pensato con una rivista così preziosa e rara. Il nostro stesso nome introduce il futuro, Avvenire, e siamo un giornale che interpreta un’anima profonda, religiosa e forte dell’Italia, con una tensione universale. Noi che lavoriamo in un quotidiano che dichiara la propria ispirazione, in un Paese dove non tutti lo fanno, condividiamo con Oasis, soprattutto da alcuni mesi a questa parte, un’attenzione sempre più intensa, senza paura di avere uno sguardo cattolico.

 

L’Italia è un luogo privilegiato. Storicamente si è posta come terra “ponte” tra Europa e Africa, tra tutti gli Orienti e tutti gli Occidenti e vive oggi questa vocazione, in un tempo che si sta riempiendo di guerra, di paura e di sospetto. È dal sospetto, alimentato reciprocamente, che nasce tutto. Per sconfiggere il sospetto, fratello del pregiudizio e figlio dell’incomprensione, c’è bisogno di luoghi fisici di conoscenza e di luoghi di carta dove la convivenza si realizzi e si racconti. Oasis è uno di questi luoghi di carta, né fatuo né provvisorio. Lo dicono i dieci anni di storia, i venti numeri pubblicati, l’intensità del nuovo impegno e l’intelligenza dell’editore che lo accompagna, Marsilio. Mentre i luoghi di carne e di pietra si fanno sempre più rari.

 

 

Per un mese Avvenire ha tenuto in prima pagina Aleppo. La terza città cristiana dell’Oriente è oggi ridotta alla metà dei suoi abitanti, due milioni; sono state estirpate le differenze che facevano di essa l’ultima metropoli cosmopolita dell’area mediterranea. Pur non essendo affacciata sul mare, è sempre stata il porto a cui guardavano tutti quelli che fuggivano dalle altre tragedie che dalla fine dell’Ottocento al nostro tempo, hanno distrutto, con la nostra complicità, i luoghi mediterranei della convivenza. Una convivenza certo difficile e mai scontata, ma anche molto proficua. Siamo riusciti a tenere Aleppo in prima pagina anche attraverso gli amici di Oasis, e altri che si occupano di questi temi, per far capire ai lettori quali misfatti stiamo compiendo all’alba del terzo millennio e di che cosa la storia ci chiederà conto. Perché il conto verrà chiesto alla nostra generazione: la storia chiederà ragione dei morti che ci sono stati, delle vestigia che sono state distrutte e specialmente delle occasioni che abbiamo perso e vanificato per imparare a vivere insieme.

 

 

Proprio in Europa si fa fatica a capirlo! In questa Europa che è il più straordinario laboratorio dell’integrazione delle differenze di questo mondo. Pur con tutte le sue irrisolutezze, gli errori che commette, eppure è questo straordinario laboratorio. Se tanta gente proveniente da convinzioni, fedi e culture diverse guarda all’Europa, è perché sente che questo non è solo un luogo di benessere, ma un luogo dove persone diverse tra loro imparano a vivere in pace. Noi europei lo abbiamo imparato negli ultimi settant’anni, mentre prima d’allora non avevamo idea che fosse un cammino possibile da percorrere. Questa Europa si vorrebbe dividere con un muro di acqua e sospetto dalle terre circonvicine e c’è chi lavora affinché questo muro di acqua e sospetto venga eretto, come i signori del nuovo califfato.

 

 

Bisogna dire grazie a Oasis e al lavoro che quelli come noi fanno – grazie a Dio non siamo gli unici – perché aiuta a vedere ciò che sta accadendo senza fare sconti a nessuno. Il bello di questo numero di Oasis è che entra nella profondità dei problemi vagliando i fatti per quello che sono, svelando le dinamiche e le difficoltà: il motivo della nascita del muro che distanzia è ciò che accade a Occidente e che a Oriente si vorrebbe che non accadesse. Naturalmente non è solo negativo ciò che succede: la nostra è ancora una terra di libertà che continuano a declinarsi, ma che dovrebbero perfezionarsi sempre di più dal punto di vista della responsabilità. Spesso viviamo la vertigine della possibilità sregolata, mentre dovremmo accorgerci come questo viene percepito dall’altra parte del mare, non molto lontano da noi.

 

 

Qual è la convivenza possibile, se non quella delle libertà che non sono una limite all’altra, bensì complementari? Quante volte l’abbiamo ripetuto facendolo diventare uno slogan vuoto! Ma senza questo non c’è salvezza, rimane solo la guerra, senza possibilità di convivenza. Abbiamo bisogno di luoghi di carta dove impariamo a parlarci in profondità, dicendo ciò che siamo e ciò che viviamo, perché i luoghi fisici sono sempre più difficili. Questa difficoltà tocca anche la nostra Italia, dove basta guardarsi intorno per vedere che siamo una sintesi del Mediterraneo: da Nord a Sud si possono trovare tutti i tipi somatici, perché l’Italia è sempre stata la terra dell’incontro e se è stata capace di questo è grazie alla sua cultura profondamente cristiana: su questo non si può essere omissivi, è una realtà. È la base di quell’inter-cultura che deve esserci e per fortuna è finita la sbornia del multiculturalismo, che si fa sempre fatica a definire. Ci sono diversi popoli, religioni e contributi, ma serve un alfabeto comune, qualcosa da spendere nel dialogo reciproco, che altrimenti diventa un dialogo tra sordi. La logica dei ghetti non è cristiana né umana.

 

Oasis è un’oasi di pace, dove lingue diverse si incontrano in un alfabeto comune. La lingua araba, la lingua dell’Islam, è anche la lingua del cristianesimo arabo, e va amata e rispettata per entrambe le ragioni da parte di coloro che amano veramente la pace e amano veramente Dio.

 

 

*Trascrizione dell’intervento pronunciato il 5 giugno a Milano, alla presentazione di Oasis 21, non rivista dal relatore.

 

 

 

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