Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba
Ultimo aggiornamento: 06/02/2026 16:26:48
La nomina in Iraq dell’ex primo ministro Nouri al-Maliki a capo del governo ha suscitato un’ondata di critiche su buona parte dei quotidiani arabi. C’è chi la interpreta come una mossa dell’Iran per distogliere l’attenzione dell’amministrazione Trump dal regime degli Ayatollah e il tentativo di quest’ultimo di continuare a influenzare la politica irachena; e chi riflette sul «cimitero politico» che si è creato in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein.
Secondo lo scrittore libanese Gerard Deeb, la nomina di Nouri al-Maliki, sostenuta da Teheran, è un diversivo messo in campo dal regime degli Ayatollah per distogliere l’attenzione americana dal loro Paese, ma rischia di aggravare le tensioni tra la componente sunnita e sciita irachena. «L’Iran ha visto nella nomina di Maliki un’ulteriore carta per far precipitare l’Iraq nel caos e, così facendo, “frenare” le pressioni americane». La situazione in Iraq appare estremamente fragile, prosegue il giornalista, anche alla luce del rafforzamento della presenza dell’ISIS nel Paese, un fattore che ha ulteriormente inasprito le tensioni tra sunniti e sciiti. In questo contesto, i partiti oppositori considerano la candidatura di Maliki una decisione provocatoria. Lo stesso Maliki, del resto, è consapevole che la sua nomina «è solo l’ennesima manovra iraniana, fondata sul principio per cui Teheran continua a esercitare la sua influenza sul processo decisionale iracheno».
Sulle pagine di al-‘Arabi al-Jadid, il giornalista iracheno Iyad al-Dulaimi solleva dei dubbi sulla posizione ambigua di Muqtada al-Sadr, leader del Movimento sadrista. L’ostilità tra quest’ultimo e Nouri al-Maliki non è un disaccordo politico passeggero, ma una ferita aperta dal 2008, quando Maliki lanciò l’operazione “Carica dei Cavalieri” contro l’esercito del Mahdi, spiega il giornalista. Quella campagna causò migliaia di morti e arresti tra i sadristi, alcuni dei quali sono tuttora detenuti con l’accusa di terrorismo. Nonostante questo passato turbolento, circola voce di una possibile intesa sottobanco tra i due, volta ad assicurare il “silenzio” di Muqtada al-Sadr in cambio di vantaggi politici e finanziari, e incarichi di rilievo. Qualora questo silenzio dovesse concretizzarsi, osserva al-Dulaimi, il prezzo politico per Muqtada al-Sadr sarebbe altissimo: la sua base popolare, cresciuta per vent’anni nella convinzione che Nouri al-Maliki fosse il nemico giurato del movimento, difficilmente potrebbe accettare un compromesso del genere.
«Non è forse l’ingiustizia delle ingiustizie», si chiede Fakhri Karim, politico e fondatore del quotidiano iracheno al-Mada, intervenendo sulla piattaforma d’informazione libanese Asasmedia, che Nouri al-Maliki ambisca a un terzo mandato dopo essersi macchiato di gravi crimini? «Dalla consegna di un terzo dell’Iraq ai terroristi dell’ISIS, al martirio di centinaia di eroi delle nostre forze nel massacro di Speicher [avvenuto il 12 giugno 2014, quando i miliziani dell’ISIS conquistarono la base militare di Camp Speicher uccidendo oltre un migliaio di militari, NdR], fino agli accordi politici volti a garantirsi fedeltà personali, al saccheggio e allo sperpero delle ricchezze del Paese e alla trasformazione della corruzione in una cultura sociale dominante». E «come si comporteranno i rappresentanti di Mosul mentre assistono alla campagna di propaganda di chi, davanti al compianto presidente Jalal Talabani, definì la loro città “un coltello nel fianco degli iracheni”, incitando a cancellarne l’identità?», conclude il giornalista.
E proprio il quotidiano di Baghdad al-Mada titola: “Il veto di Trump… e anche gli iracheni hanno il diritto di veto”. Lo scrittore iracheno Rasheed Alkhayoun osserva che il veto trumpiano ha incontrato il favore di molti iracheni, pur generando imbarazzo in chi, opponendosi agli Stati Uniti e alla loro ingerenza, si trovava a concordare con il presidente americano. Al-Maliki, denuncia l’articolo, è la scelta dell’Iran; ha fatto del confessionalismo uno dei temi centrali del suo discorso ufficiale. Il giornalista ricorda inoltre che, quando era primo ministro, Maliki arrivò a evocare in un discorso ufficiale «il confronto tra l’Imam Hussein e Yazid ibn Mu‘awiyah», un riferimento carico di implicazioni confessionali che suscitò un grande turbamento tra la popolazione. Quanto alla riconciliazione nazionale, conclude l’articolo, Maliki «ne ha alzato la bandiera con una mano, salvo poi abbassarla con l’altra».
Dal 2003, spiega sulle pagine di al-Sharq al-Awsat la scrittrice irachena Shirin Fu’ad Ma‘sum, il suo Paese paga «l’assenza di una visione per l’epoca post-Saddam». Dopo la caduta di Saddam Hussein, i leader politici sono passati dalla logica della resistenza al ruolo di costruzione dello Stato senza aver prima preparato la società a questa trasformazione. La gente «non era pronta a vedere i propri leader deporre il mantello della lotta storica. Questa contraddizione ha eroso la fiducia popolare, trasformando l’Iraq in una sorta di cimitero politico, nel quale molti leader hanno finito per perdere il contatto con la propria base sociale». Questo fallimento, prosegue l’articolo, non può essere imputato esclusivamente ai politici, ma va compreso come un processo collettivo: l’incapacità generale di accompagnare la società verso l’epoca post-autoritaria. È mancato un progetto nazionale di educazione civica, che insegnasse alle persone il significato di cittadinanza, i diritti e i doveri, e il funzionamento di uno Stato moderno. Gli Stati Uniti e l’Occidente hanno tentato di coltivare una nuova generazione di politici iracheni attraverso programmi di formazione e supporto istituzionale, rivolti principalmente a individui che avevano vissuto all’estero ma che erano scollegati dalle società in cui erano ritornati per governare. Queste élite hanno portato nuove idee, ma si sono scontrate con una realtà sociale impreparata alla democrazia. «Il grande errore è stato credere che fosse sufficiente costruire le istituzioni senza costruire una cultura politica. La democrazia non è soltanto testi costituzionali, ma una pratica quotidiana che si impara», scrive Fu’ad Ma‘sum. «La via realistica verso la stabilità non sta nel ritorno al passato, né nel negare la diversità, ma nel riconoscerla, conclude la scrittrice. L’Iraq non è un’entità omogenea, e i tentativi di imporre un’unità forzata sono costati spargimento di sangue. L’opzione più realistica è un sistema confederale, che organizzi le differenze anziché sopprimerle».
Sullo stesso quotidiano, Yusuf al-Dini riflette sulle conseguenze della deportazione di migliaia di detenuti che sono stati membri dell’ISIS e delle loro famiglie dalla Siria nord-orientale all’Iraq. Questa «bomba a orologeria umana», commenta il ricercatore saudita, «disvela un dilemma internazionale strutturale rimasto irrisolto dopo il crollo militare del cosiddetto califfato. Il mondo è riuscito con successo a sottrarre all’organizzazione il controllo della regione, ma non è riuscito a costruire un quadro sostenibile per affrontarne le conseguenze umane, giuridiche e ideologiche». Il problema, prosegue il giornalista, è collettivo. Sebbene gli Stati riconoscano che la minaccia rappresentata dall’ISIS sia transnazionale e richieda una risposta coordinata, nella pratica non sono disposti ad assumerne i costi. Il rimpatrio, il perseguimento giudiziario e la riabilitazione dei cittadini coinvolti o associati all’organizzazione, così come la gestione delle ricadute sociali e securitarie che ne derivano, comportano costi politici interni che molti governi preferiscono evitare. A questo si somma il problema della «zona grigia della sovranità», cioè migliaia di detenuti sono trattenuti in spazi non sottoposti al controllo di uno Stato pienamente funzionante. In questo vuoto di gestione, le prigioni e i campi si sono trasformati in soluzioni di lungo periodo. Ma «ogni soluzione provvisoria che si protrae nel tempo diventa inevitabilmente un ambiente in cui la minaccia viene riprodotta anziché essere contenuta». La situazione che si è venuta a creare è paradossale, conclude al-Dini: «L’Iraq, uno dei Paesi più colpiti dal terrorismo dell’ISIS, si trova oggi di fronte a una duplice sfida: proteggere la propria sicurezza nazionale dal rischio di una rinascita dell’organizzazione jihadista, e affrontare la possibilità di diventare un deposito internazionale di combattenti stranieri, a causa della riluttanza dei loro Paesi d’origine a rimpatriare i propri cittadini».
L’accordo tra Damasco e i curdi: un «momento di verità geopolitica» [a cura di Chiara Pellegrino]
Anche gli eventi in Siria continuano a essere al centro del dibattito arabo. L’accordo siglato il 30 gennaio scorso tra il governo di Ahmed al-Sharaa e le Forze democratiche siriane curde (SDF) non costituisce una soluzione alla questione curda in Siria perché lascia diverse questioni aperte, commenta critico lo scrittore siriano ‘Ali al-‘Abdallah su al-‘Arabi al-Jadid. «Sebbene le SDF non rappresentino tutti i curdi siriani e vi siano diverse correnti curde a loro ostili, ciò che le Forze hanno fatto negli ultimi quindici anni, istituendo l’autogoverno e creando un organo politico e amministrativo, ha rivitalizzato i curdi, li ha resi orgogliosi e ha dato loro dignità. Ciò spingerà molti curdi a simpatizzare con le SDF e rispondere positivamente ai loro appelli alla mobilitazione generale e alla resistenza», commenta al-‘Abdallah. In queste settimane l’attenzione resta alta, «perché la questione curda è parte di un problema più ampio in Siria che riguarda il pluralismo etnico, religioso e confessionale: il modo in cui verrà affrontata si ripercuoterà negativamente o positivamente sulle altre questioni, accentuando le divisioni oppure favorendo la ricomposizione». Uno degli ostacoli principali all’attuazione dell’accordo, prosegue l’articolo, è la propensione di Ahmed al-Sharaa a centralizzare il potere, un’impostazione difficilmente conciliabile con la natura plurale della società siriana. Le sue nomine, in larga parte riconducibili alla componente araba sunnita, riflettono la stessa logica anche nelle designazioni per gli incarichi diplomatici all’estero, suscitando malcontento tra le altre comunità, alimentando tensioni e rafforzando i timori di un possibile ritorno a un sistema monopartitico. A ciò si aggiunge l’atteggiamento di alcuni sostenitori del regime, che hanno ulteriormente aggravato il clima assumendo posizioni ostili nei confronti dei curdi, spesso descritti come stranieri e non siriani, nonostante la storia documenti «una presenza curda significativa nel Levante già in epoca ayyubide, al punto che, secondo molti storici, negli ultimi anni dell’Impero ottomano la maggioranza della popolazione di Damasco fosse curda». In questo contesto, conclude il giornalista, la leadership delle SDF deve muoversi con realismo politico integrandosi nelle nuove istituzioni di potere con richieste ragionevoli, in modo da facilitare il processo di inclusione.
Definito un potenziale «trampolino di lancio verso la stabilità», l’accordo tra Damasco e le Forze democratiche siriane può essere interpretato come un «momento di verità geopolitica», scrive il ricercatore siriano Amjad Isma‘il al-Agha sul quotidiano filo-emiratino al-‘Arab. «Questo accordo, nella sua sostanza, non è semplicemente un documento per pacificare i fronti, ma è un tentativo di riparare le fratture strutturali nel concetto di Stato-nazione». Pur mantenendo un cauto ottimismo, l’autore riconosce che l’intesa nasce in un contesto siriano estremamente fragile, ancora fortemente condizionato da attori regionali che vedono nella ricomposizione del tessuto nazionale la fine del loro ruolo interventista e potrebbero quindi ostacolarne l’attuazione, ricorrendo a intermediari locali o a pressioni economiche e militari. Come sottolinea al-Agha, l’accordo potrà funzionare solo a condizione di ripensare il concetto di sovranità nazionale: una sovranità che non può più essere imposta dall’alto, ma deve evolvere in un contratto sociale inclusivo. «Invece di considerare le specificità culturali e amministrative della periferia come minacce alla sicurezza o progetti separatisti latenti, esse devono essere accolte come risorse nazionali e fonte di rafforzamento dello Stato». In questa prospettiva, l’accordo avrà successo solo se Damasco saprà «trasformare il pluralismo da onere per la sicurezza in profondità strategica».
Su al-Quds al-‘Arabi, l’attivista siriano Yassin al-Hajj Saleh, che fu oppositore di Bashar al-Asad, riflette sulla tensione tra la logica del gruppo e l’identità individuale. «Nell’ultimo anno e mezzo, osserva, è prevalsa l’idea che la Siria fosse un Paese composto da gruppi diversi, o “componenti”, di carattere ereditario: in essi si nasce, non si sceglie di farne parte». Storicamente però, ci sono sempre state persone che non si riconoscevano in questi «gruppi ereditari» e hanno creato altre forme di aggregazione – associazioni, partiti, organizzazioni o società – che trascendono le origini etniche e religiose. Tuttavia, «dopo la rivoluzione, la guerra e il copioso spargimento di sangue che continua tuttora, la politica siriana ha privilegiato la logica dei gruppi tradizionali, indebolendo i cosiddetti “non-gruppi”», prosegue l’articolo. Al-Hajj Saleh sottolinea come «la storia della Siria degli ultimi quindici anni, anzi di oltre mezzo secolo, dimostri che lo spargimento di sangue rafforza i legami di sangue, consolidando le appartenenze ereditarie a scapito dei legami volontari e civili». Da qui, conclude il giornalista, «l’urgenza assoluta di porre fine ai cicli della guerra e fermare lo spargimento di sangue. Il flusso di sangue, infatti, genera legami di sangue che rafforzano le appartenenze comunitarie e, al tempo stesso, erodono la dimensione civile indebolendo al contempo i legami non comunitari, intellettuali, programmatici e immaginari. La nascita di legami di sangue trasforma la guerra da episodio isolato a modello ricorrente, e tiene il nostro futuro ostaggio delle logiche comunitarie e della guerra civile. La guerra civile, perciò, non termina con la fine della guerra in sé, ma solo con il superamento delle logiche comunitarie e delle politiche fondate sulle appartenenze comunitarie».