Per offrire un sostegno a chi si trova nella tribolazione, il giudice e letterato di Basra al-Tanūkhī raccoglie una serie di racconti affollati dai personaggi più disparati. Le loro storie a lieto fine portano tutte lo stesso messaggio: Dio non abbandona i servi che confidano in Lui.

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Ultimo aggiornamento: 18/06/2024 10:59:54

Per offrire un sostegno a chi si trova nella tribolazione, il giudice e letterato di Basra al-Tanūkhī, vissuto nel X secolo, raccoglie una serie di racconti affollati dai personaggi più disparati: profeti, animali parlanti, shaykh, funzionari, mercanti. Le loro storie a lieto fine portano tutte lo stesso messaggio: Dio non abbandona alla sventura i servi che confidano in Lui.

 

Prefazione

 

Lode a Dio che creò dopo la distretta il sollievo, e l’esito felice dopo la strettezza sventurata e non lasciò l’afflizione priva di consolazione, l’avversità di prosperità, né la sventura e la iattura di donazione e largizione. Dio benedica il signore degli inviati, il sigillo dei profeti, Muhammad, e la sua eccellente famiglia e li conservi e preservi sino al giorno del giudizio.

 

Allorché vidi i mortali dibattersi in questo mondo fra bene e male, fra benessere e sventura, non vidi per essi cosa più utile della riconoscenza e della lode nei giorni della prosperità, né più giovevole della sopportazione e della preghiera nei giorni di tribolazione, poiché colui al quale Dio ha reso la vita più lunga della propria sventura verrà da Dio sottratto ad essa, perché Egli è benefico e compassionevole e porrà fine al suo dolore. […] Beato chi in ciascuna delle due circostanze riesce in ognuno dei due compiti.

 

Ho scoperto che ciò in cui più cerca rifugio chi la sorte ha colpito duramente è la lettura di racconti che manifestano il favore di Dio – Egli è potente e sommo – nei confronti di chi si è trovato prima di lui nella stessa situazione e ha patito una simile penosa tribolazione, concedendogli un beneficio cui questi legò l’ultimo filo di speranza, un aiuto grazie al quale fu sciolto dal capestro, una straordinaria benevolenza che lo trasse in salvo, un sollievo meraviglioso che lo liberò e lo emendò. E se pure tali mezzi di salvezza restano oscuri, e il pensiero e il computo non arrivano a comprendere l’accaduto, conoscere questi fatti per chi è tribolato è uno sprone a considerare la pazienza, un rinvigorimento nella determinazione a sottomettersi al possessore di ogni cosa, uno stimolo alla devozione, un commettersi a Colui che tutto può sui Suoi servi. Spesso, quando l’Altissimo sa che il Suo servo obbediente non ripone le sue speranze che in Lui, non lo lascia alla sua fatica e al suo sforzo, non accetta che egli tolleri e sopporti e non lo priva della sua sollecita indulgenza.

 

A Dio piacendo, raccoglierò in questo libro storie di questo genere e di questa sorta per mezzo delle quali spero di dar sollievo agli animi delle persone d’intelletto allorché son colte da distretta e da disgrazia, poiché nelle tribolazioni nelle quali io incorsi già ebbi a patire esperienze che mi portano a chinarmi sui tribolati e mi inducono a profondere i miei sforzi per alleviare le pene di chi è oppresso da sventura.

 

a) Storie di profeti

 

Adamo

 

L’Altissimo ricordò, tra le storie dei profeti, angustie e dure prove che colpirono alcuni – sia su di loro la pace – e svariate pene che loro occorsero, seguite tutte dal sollievo e dal lenimento; ed Egli li compensò di esse con opera magnifica e graziosa. Il primo appenato e poi appagato, vittima di opera misteriosa e soccorso con sollievo grande, fu il primo essere al mondo, Adamo, il padre dell’umanità – che la benedizione di Dio scenda su di lui – come già fu menzionato.

 

Dunque Iddio lo creò nel Paradiso e gli insegnò tutti i nomi, fece prostrare i suoi angeli dinanzi a lui e gli proibì di mangiare dall’albero. Ma Satana gli sussurrò all’orecchio il male, e di lui fu quel che il Clemente dice nel Libro: «Così Adamo si ribellò al suo Signore e cadde in erranza. Ma poi il Signore lo prescelse, egli si convertì a lui benigno e lo guidò al vero» (Cor. 20,121-122). Questo accadde dopo che Dio l’aveva cacciato sulla terra, affliggendolo con quell’umiliazione per aver violato la Sua legge. La sua prova fu aspra: uno dei suoi figli assassinò l’altro, ed erano i suoi due primi figli.

 

Quando egli ebbe a lungo sofferto e pianto e incessantemente implorato il Suo perdono e lo ebbe pregato, Iddio – Egli è potente e sommo – ebbe pietà della sua umile sottomissione, della sua rassegnazione e delle sue lacrime, e gli concesse nuovamente la Sua grazia e, guidandolo al Vero, lenì la sua pena e lo salvò.

 

Adamo – sia su di lui la pace – fu il primo a pregare e a essere ascoltato, a essere provato e soccorso, a essere condotto lungi da angustia e cruccio a benessere e agio, a essere rasserenato nelle sue afflizioni e reso dimentico delle sue ansie, a essere certo che Iddio avrebbe rinnovato il suo benessere, e avrebbe da lui allontanato le avversità, e che l’Altissimo, quand’è invocato, concede la Sua misericordia. E l’Altissimo lo compensò per quelle angustie e lo indennizzò per il figlio perduto e per il figlio ribelle ancora in vita col profeta di Dio, Seth – la benedizione di Dio scenda su di lui – il primo figlio devoto ai genitori, padre dei profeti e degli uomini pii e padre dei potenti re. Iddio fece sì che la sua progenie fosse duratura e le riservò sorte così prospera che nessuno varrebbe a descriverla.

 

Abramo e il figlio

 

Segue poi il peso che l’Altissimo impose ad Abramo quando gli ordinò di lasciare la sua patria in Siria per la gelosia che Sara aveva concepito nei confronti di Agar, la madre di suo figlio. Allora Abramo se ne partì[1] con lei e il figlio Ismaele, che era stato sul punto di sacrificare – su di loro la pace – e li «stabilì in una valle deserta» (Cor. 14,37), separati e lontani da lui, finché l’Altissimo fece sgorgare per loro l’acqua[2] e moltiplicò i suoi favori su di loro. Per amore di Abramo Dio fece loro del bene e operò a loro vantaggio e utilità, ponendo in Ismaele la discendenza, il numero, la profezia e il regno. E tutto questo dopo che l’Eccelso aveva ordinato ad Abramo di offrire suo figlio Ismaele in sacrificio.

 

L’Altissimo ha raccontato a questo riguardo nella sura degli angeli a schiere: «E gli demmo lieta novella di un giovane mite. E quando raggiunse l’età d’andar con suo padre al lavoro, questi gli disse: “Figliuol mio, una visione di sogno mi dice che debbo immolarti al Signore: che cosa credi tu abbia io a fare?” Rispose: “Padre mio, fa quel che t’è ordinato: tu mi troverai, a Dio piacendo, paziente!” Or quando si furon rassegnati al volere di Dio e Abramo ebbe disteso il figlio con la fronte a terra, allora gli gridammo: “Abramo! Tu hai verificato il tuo sogno: così noi compensiamo i buoni! E questa fu una prova decisiva e chiara. E riscattammo suo figlio con sacrificio grande e lo benedicemmo fra i posteri. “Pace su Abramo!”» (37,101-108).

 

Non vi è prova più grande di quella di cui l’Altissimo dice che fu «decisiva e chiara», cioè imporre a un uomo di sacrificare suo figlio e imporre a lui e alla vittima sacrificale di credere, pazientare, rimettersi a Dio e attendere una ricompensa. Quando essi ebbero compiuto quanto era stato loro ingiunto di fare e l’Onnipotente ebbe conosciuto la sincerità della loro fede, la loro pazienza e il loro abbandono totale, riscattò il figlio «con sacrificio grande». E Dio ricompensò Abramo con un secondo figlio per la sua pazienza e per aver accettato di sacrificare il suo unico figlio. Dice infatti l’Onnipotente: «E gli demmo la lieta novella di Isacco, profeta, di fra i buoni […]» (37,112). Dio li salvò da quelle terribili angustie per la loro pazienza e il loro abbandono.

 

Daniele e Geremia

 

Gli ebrei e i cristiani affermano che molto tempo dopo Mosè, su di lui la pace, ci fu un profeta tra gli Israeliti di nome Daniele. Il suo popolo lo considerò un bugiardo[3] e il loro re lo prese e lo gettò in una fossa in pasto a dei leoni affamati. L’Altissimo però, dopo aver constatato il suo bell’affidamento e la pazienza con cui aveva chiesto grazia, chiuse le bocche dei leoni al punto che Daniele poté mettergli i piedi in testa, mentre gli animali restavano innocui e pacifici. Poi l’Altissimo inviò dalla Siria Geremia, che liberò Daniele da questa tribolazione e fece perire quanti avevano attentato alla vita di Daniele. […] [Secondo un’altra tradizione] Nabucodonosor, aizzati due leoni, li gettò nella fossa. Quindi vi scaraventò Daniele, ma gli animali non lo attaccarono. Daniele rimase nella fossa quanto Dio volle, poi desiderò, come tutti i figli di Adamo, di mangiare e bere. Allora Dio rivelò a Geremia, che si trovava in Siria, di preparare qualcosa da mangiare e da bere e portarlo a Daniele. «Signore – replicò Geremia – io sono nella terra santa e Daniele è a Babilonia, in Iraq!» «Prepara comunque quel che ti abbiamo ordinato – gli rivelò l’Altissimo – perché ti manderemo chi ti porterà e porterà quello che hai preparato». Geremia fece come gli era stato detto e Dio gli mandò chi lo portò e portò quello che aveva preparato, deponendolo sul bordo della fossa. «Chi sei?», chiese Daniele. «Sono Geremia!» «Che cosa ti porta qui?» «Il tuo Signore mi ha mandato a te». «Si è ricordato di me?» «Sì». «Sia lode a Dio che non dimentica chi di lui si ricorda, sia lode a Dio che non delude chi mette in lui la sua speranza, sia lode a Dio che protegge chi a lui s’affida, sia lode a Dio che non trascura chi pone la sua fiducia in lui, sia lode a Dio che ricompensa il bene con il bene e il male con il perdono, sia lode a Dio che ricompensa la pazienza con la salvezza, sia lode a Dio che rimuove le perdite che abbiamo subito nelle nostre afflizioni, sia lode a Dio che è la nostra fiducia quando dubitiamo delle nostre azioni, sia lode a Dio che è la nostra speranza quando tutte le nostre astuzie vengono meno!»

 

Muhammad nella grotta

 

In un passaggio non ambiguo del Suo Libro, l’Altissimo ha anche ricordato l’afflizione che colpì Muhammad, su di lui la preghiera e sulla sua eletta famiglia, raccontando la storia della grotta. «Se voi non l’assisterete, ebbene già lo ha assistito Iddio quando gli infedeli lo scacciarono, lui con un solo compagno, e quando essi eran nella caverna, e quando lui diceva al suo compagno: “Non t’attristare! Dio è con noi!” E Dio fece scendere su di lui la Sua Divina Pace e lo confermò con schiere invisibili, e la parola di coloro che repugnarono alla fede la ridusse in basso, e levata in alto fu la parola di Dio, e Dio è certo potente sapiente» (Cor. 9,40). Gli esperti di hadīth hanno rapportato lunghe tradizioni in proposito il cui succo, omesse le catene di trasmettitori, è che il profeta, Dio preghi per lui e gli dia pace, temendo che i politeisti lo raggiungessero mentre stava compiendo l’egira dalla Mecca, entrò in una grotta in compagnia di Abū Bakr il Veridico e vi si nascose. Dio mandò un ragno che subito tessé la sua tela sulla porta della grotta e una colomba che in un istante fece il nido, depose le uova e diede alla luce i piccoli. Quando i politeisti arrivarono alla grotta, videro la ragnatela e il nido e ne conclusero che da tempo nessun essere vivente era entrato in essa. Mentre così parlavano, l’Inviato di Dio e Abū Bakr potevano vedere i loro piedi e sentirne le voci. Quando se ne andarono e scese la notte, Muhammad e Abū Bakr uscirono e si diressero verso Medina, dove entrarono sani e salvi.

 

Un detto di ‘Alī

 

Si racconta che ‘Alī Ibn Abī Tālib, su di lui la pace, disse: «La cosa migliore che possa fare una persona quando è messa alla prova è aspettare il sollievo dall’Onnipotente. La pazienza è data nella misura della prova». Disse anche: «La pazienza è la chiave del successo e colui che si affida a Dio non vede deluse le sue speranze».

 

b) Aneddoti del passato

 

I tre israeliti

 

Mentre tre israeliti erano in viaggio, li sorprese la pioggia. Si rifugiarono in una grotta ma una roccia cadde sopra l’uscita e la ostruì. «Suvvia, ciascuno di noi invochi Iddio menzionando la sua azione migliore» dissero, e il primo cominciò: «Mio Dio, avevo per parte paterna una bella cugina che amavo appassionatamente. Le pagai perciò cento dīnār ma quando fui per giacere con lei come l’uomo con la donna, mi disse: “Abbi timor di Dio, cugino, e non spezzare il sigillo se non a buon diritto”. Allora desistetti e abbandonai i cento dīnār. O mio Signore, se sai che feci questo per timor tuo e per desiderio della tua grazia, dacci sollievo!» Un terzo della roccia allora si aprì su di loro.

 

Il secondo disse: «O mio Signore, sai che avevo due vecchi genitori ai quali portavo il mattino la colazione e la sera la cena. Una mattina, recatomi da loro, li trovai addormentati e, non volendo né svegliarli né andarmene, perché avrebbero perduto il pasto, restai lì finché si furono svegliati e porsi loro la colazione. O mio Signore, se sai che feci questo per desiderio della tua grazia e per timor tuo, dacci dunque sollievo!» Il secondo terzo della roccia si aprì.

 

Il terzo disse: «O mio Signore, sai che assunsi un operaio e quando gli pagai il salario mi disse: “Il mio lavoro vale di più” e me lo lasciò con queste parole: “Fra me e te c’è un giorno nel quale si prenderà all’oppressore per dare all’oppresso”, e se ne andò. Io col suo salario gli comprai delle pecore, continuai a farle proliferare e ad averne cura, ed essere si moltiplicavano in gran copia. Dopo qualche tempo egli venne da me e mi disse: “Ehi tu, ho lasciato presso di te un salario: ho fatto il tale lavoro nel tale periodo” e io gli dissi: “Prendi queste pecore perché sono tue”. Quando egli rispose che lo privavo del suo salario e che lo prendevo in giro, replicai: “Prendile perché sono tue”. Infine le prese e mi augurò ogni bene. O mio Signore, se sai che feci questo per timor tuo e per desiderio della tua grazia, dacci dunque sollievo!» Il resto della roccia si aprì su di loro e se ne uscirono, proseguendo il cammino.

 

I sei ingredienti di Buzurjmihr

 

Il saggio Buzurjmihr ibn al-Bakhtakān fu visir di Anūshirwān[4]. Questi lo fece incarcerare, in un momento d’ira, in una stanza buia e stretta come una tomba, lo fece mettere in catene, gli fece indossare un ruvido abito di lana e ordinò di passargli giornalmente solo due pani d’orzo, una manciata di sale macinato grosso e una caraffa d’acqua, di ascoltare le sue parole e riferirgliele.

 

Buzurjmihr rimase in queste condizioni dei mesi senza che gli si sentisse pronunciare una sola parola. Allora Anūshirwān disse: «Fate entrare da lui i suoi compagni e ordinate loro di porgli delle domande e di farlo parlare. Ascoltate quel che dicono e informatemi». Così, alcuni di quelli che erano stati suoi amici intimi entrarono nella sua cella, e gli dissero: «O saggio, ti vediamo colpito da una sventura come questa, in catene, vestito di lana, caduto in disgrazia, e ciononostante l’aspetto del tuo volto e la salute del tuo corpo si mantengono inalterati, senza mutare. Come mai?» «Ho preparato un digestivo[5] di sei ingredienti e ne prendo ogni giorno un po’: è questo che mi ha mantenuto così come mi vedete». «Dacci la ricetta! Potrebbe capitarci di essere tribolati come te e potremmo in questo caso usarlo o, se capitasse a un nostro amico, passargli la ricetta». «Primo ingrediente: la fiducia in Dio – Egli è potente e sommo; secondo: la certezza che tutto quel che è destinato avviene; terzo: la pazienza è la cosa migliore che mai abbia adottato chi ha sofferto una sventura; quarto: che fare, se non sopportare e perché affliggermi?; quinto: potrei trovarmi in condizioni ancora peggiori; sesto: da un momento all’altro può giungere il sollievo». Le sue parole giunsero a Cosroe che gli perdonò.

 

La serpe e il devoto

 

Una serpe chiese a un devoto che le offrisse rifugio da uno che voleva ucciderla. Egli le disse, sollevando l’orlo dell’abito: «Entra» e quella si arrotolò sul suo ventre. Giunse un uomo con la spada e gli domandò: «Uomo, mi è or ora fuggita una serpe che volevo uccidere. L’hai vista?» «Non vedo nulla» rispose. Quando ormai l’aveva salvata e quello che voleva ucciderla se n’era andato, la serpe gli disse: «Bisogna assolutamente che ti uccida!» «Non si può evitare?» «No» «Allora concedimi il tempo di andare alla pendice del monte a fare una preghiera di due rak‘a, invocare l’Altissimo e scavarmi una tomba. Quando sarò sceso, fa’ quel che ti pare». «Fa’ pure». Quando l’uomo ebbe pregato e invocato Dio, Egli gli parlò così: «Ho avuto pietà di te: prendi la serpe e quella ti morirà in mano senza farti alcun male». L’uomo così fece e, tornato dove si trovava, si dedicò ad adorare il suo Signore.

 

c) Spaccati della società abbaside

 

La schiava infedele

 

Ibrāhīm ibn al-‘Abbās al-Sūlī racconta: «Ero kātib di Ahmad ibn Abī Khālid[6]. Un giorno entrai da lui e, trovandolo pensoso, a testa china, crucciato, gliene domandai il motivo. Estrasse un biglietto in cui si diceva che una concubina tra le sue schiave più care riceveva visite in sua assenza e concedeva i suoi favori a un altro. Vi si chiamavano a testimoni del fatto due domestici, persone di sua fiducia.  Mi disse: “Ho fatto venire i due domestici e li ho interrogati. Hanno negato. Li ho minacciati, ma hanno continuato a negare. Li ho fatti battere e quando ho fatto preparare per loro gli strumenti di tortura hanno ammesso tutto quello che il biglietto diceva sul conto della schiava. Ieri e oggi non ho toccato cibo, e mi sono risolto a ucciderla”. Egli aveva davanti una copia del Corano e io la aprii per trarre buon auspicio da quanto ne sarebbe venuto fuori.

 

La prima cosa su cui mi cadde lo sguardo fu: “O voi che credete! Se viene a voi qualche malvagio a portarvi una notizia, accertatevi” fino alla fine del versetto[7]. Presi a dubitare dell’attendibilità del racconto e, mostrandogli di dove si poteva trarre buon auspicio, gli dissi: “Lascia che mi occupi di chiarire questa faccenda”. “Fa’ pure”. Io presi da parte, uno alla volta, i due domestici. Trattai amichevolmente il primo e quello mi disse: “L’infamia e non il fuoco”[8] e mi riferì che la moglie di Ibn Abī Khālid lo aveva pagato mille dīnār per testimoniare contro la schiava (mi presentò la borsa col sigillo della donna) e gli aveva ordinato di non parlare se non dopo esservi stato costretto, perché la storia fosse più credibile. Chiamai il secondo domestico e mi confessò la stessa cosa. Mi precipitai allora da Ahmad con la buona notizia e, non appena fui giunto da lui, gli pervenne un biglietto della moglie. Ella lo informava che aveva scritto il primo messaggio spinta dalla gelosia per la schiava e che tutto quel che vi si diceva era falso, che aveva indotto i domestici a comportarsi come si erano comportati e che si volgeva all’Altissimo pentita di quest’azione e di altre simili. L’innocenza della schiava gli fu così confermata da ogni fonte ed egli, rallegrato, si rasserenò e la trattò con generosità».

 

Mu‘taziliti in carcere

 

Ismā‘īl al-Saffār al-Basrī era uno degli shaykh capisaldi della mu‘tazila e a quell’epoca la gente era dura con i mu‘taziliti e li maltrattava. Era allora governatore di Bassora al-Nizār Muhammad al-Dabbī; gli denunciarono un tale accusando di essere mu‘tazilita, ed egli lo fece incarcerare. L’uomo chiese soccorso a Ismā‘īl, che a sua volta chiese a vari maggiorenti della città di parlare a Nizār del suo caso, ma quelli rifiutarono a causa del suo credo. Ismā‘īl così trascorse la notte in angustie.

 

L’indomani, di buon mattino, fece il giro di tutti i mu‘taziliti di Bassora dicendo loro: «Se succedesse a voi una cosa del genere e rimaneste disuniti, sarebbe la vostra rovina: verreste incarcerati e si impadronirebbero di voi e del vostro denaro. Perciò datemi retta: unitevi, prendete in considerazione il mio parere, e il prigioniero sarà liberato e voi sollevati». «Non ti diamo torto», gli risposero. Quindi si diedero appuntamento per un determinato giorno, e con loro tutti quelli del popolo che lo conoscevano, tutti i capiscuola tra i seguaci di chi predicava la mu‘tazila e i simpatizzanti. Arrivato il giorno destinato, tra questi e quelli si unirono a lui più di mille uomini. Egli li condusse da Nizār, chiese udienza e fu ammesso, assieme a loro, alla sua presenza. «Iddio renda potente l’emiro – disse. Abbiamo saputo che hai incarcerato il tale poiché aveva sostenuto che il Corano è creato[9]. Così, venuti a te, noi tutti sosteniamo che il Corano è creato, e dietro di noi migliaia di persone dicono la stessa cosa. Pertanto o ci incarceri tutti quanti oppure lasci libero il nostro compagno. Se il sovrano – Iddio gli dia lunga vita – ha posto fine alla mihna e ha riconosciuto alla gente di professare il suo credo, perché dovremmo essere puniti noi per il nostro tra tutti gli altri?» Nizār considerò la situazione: stava maturando una rivolta che non poteva permettersi di far scoppiare e di cui non conosceva le conseguenze, così liberò l’uomo e lo consegnò loro. Ismā‘īl lo ringraziò e se ne andò coi compagni.

 

La tangente

 

Disse[10]: «Una volta capitò da noi un ‘āmil [funzionario addetto alla riscossione delle imposte] cui era stata conferita la nomina ad al-Ahwāz: sottopose a un accurato esame le nostre consuetudini amministrative e decise di abolirne una parte. Io e un gruppo di gente del luogo ci trovammo così sottoposti alla mutālaba:[11] se fosse stata portata a termine, si sarebbero volatilizzati i nostri profitti di quell’anno e la maggior parte del valore delle nostre tenute. Gli altri mi dissero: “Non abbiamo che te! Prendilo da parte, offrigli una tangente e liberaci di lui!” Ci andai e, ritiratomi a quattr’occhi con lui, gli offrii una tangente sostanziosa, ma non l’accettò. Allora lo colsi di sorpresa con un discorso senza senso, ma non dette segni di cedimento né tantomeno acconsentì.

 

Quando avevo ormai perso ogni speranza ed ero sul punto di alzarmi, gli dissi: “Caro mio, in questa faccenda stai proprio facendo un errore madornale: ci fai torto e abolisci le nostre consuetudini senza ricevere un apprezzamento dal governo né trarne un utile. Ciononostante, dimmi, sei certo di non essere già stato destituito, che la tua lettera di destituzione non sia già in viaggio e che non ti giunga fra due o tre giorni? Allora ci avrai rovinato, avrai commesso un’iniquità nei nostri confronti e ti sarai lasciato sfuggire questa sostanziosa tangente. Noi forse ce la caveremo e verrà un altro che non ci sottoporrà alla mutālaba, oppure che ci sottoporrà ad essa ma che accetterà questa tangente che noi offriremo, e allora tu patirai un danno!” A sentire queste parole subito fu d’accordo, come se già sapesse che a Bagdad la sua posizione era compromessa e quindi precaria, e io avessi sentito che era rovinato e avessi in città un informatore che mi mandava notizie. Prese allora a farmi un discorso da cui potei capire questo suo stato d’animo, io lo incoraggiai ed egli acconsentì a prendere la tangente e a far cessare la mutālaba. Gli consegnai delle lettere da consegnare ai cambiavalute per ottenere il denaro e lui mi diede il certificato attestante la fine della mutālaba, quindi me ne andai non senza avere raggiunto il mio scopo. Dopo cinque giorni gli pervenne la lettera di destituzione. Allora mi recai da lui e quello prese a ringraziarmi e a informarmi di quanto aveva ricevuto: gli lasciai credere che gli avevo parlato a ragion veduta, e ci liberammo di lui».

 

Un’estorsione scampata

 

Mi disse Ibrāhīm Sulaymān ibn Sahl al-Barqī, precettore di Abū l-‘Abbās ibn Bistām: «Destituito da una provincia e tornato a Baghdad, trovai a capo del dīwān [ufficio dell’amministrazione] ‘Umar ibn Farak al-Rukhkhajī. Siccome egli nutriva del malanimo contro di me, mi nascosi e misi al sicuro anche i miei compagni. Egli mi fece cercare e mi mise alle calcagna delle spie, ma siccome queste non riuscivano a trovarmi, diede disposizioni di preparare un ordine scritto in cui mi si imponeva di restituire trecentomila dirham impropriamente introitati.

 

Io e Najāh ibn Salāma eravamo legati da affetto. Una sera stavo cenando dove mi ero rifugiato quando mi giunse un biglietto da Najāh che mi chiedeva di recarmi da lui. Quando fui a casa sua mi disse “Va’ da ‘Umar ibn Faraj, salutalo e fagli sapere che sono io che ti ho mandato”. “Signor mio, pensa bene a quel che dici. Egli ha giurato di uccidermi; come posso presentarmi a lui così?” “Certo che puoi. Sappi che oggi mi raccontava che ormai la Palestina[12] ci è preclusa: malgrado la sua opulenza è in rovina perché i funzionari delle imposte l’hanno divorata. Sta cercando qualcuno che sia in grado di affrontare la situazione e ne salvaguardi le entrate finanziarie, ma non conosce alcuno adatto alla bisogna. Io gli ho detto: ‘Se vuoi uno adatto, l’uomo giusto è Sulaymān ibn Sahl: egli è senza dubbio capace, leale e serio. Perché dunque l’hai costretto all’inattività e alla latitanza?’ ‘Che devo fare con lui?’ ‘Garantiscigli la sicurezza, poni fine alla mutālaba cui è sottoposto e affidagli l’incarico in Palestina. Egli ti farà risparmiare, agirà con zelo e ti darà lustro in tutte le attività che svolgerà alle tue dipendenze. Te lo manderò’. ‘Mandamelo, è al sicuro’. Va’ dunque da lui, perché ti proporrà solo cose a te gradite”. Di buon mattino mi recai da lui, che si trovava nel dīwān, e allorché entrai nel cortile del palazzo vidi i funzionari delle imposte con delle pietre sulle spalle, che venivano presi a frustate. Quello spettacolo mi terrorizzò. Giunto in sua presenza lo salutai e gli dissi: “Ho servito Abū l-Fadl, cioè Faraj al-Rukhkhajī[13], ed ero un suo protetto.” “Se non avessi prestato servizio sotto di lui, saresti tra coloro che vedi”, mi rispose. Sollevò quindi il suo tappeto da preghiera, prese le lettere con le quali mi affidava l’incarico in Palestina e me le consegnò con l’ordine di tenere segreta la cosa agli altri e di prepararmi a partire. Presi le lettere, partii e venni qui; soddisfeci le sue aspettative e compii il mio dovere».

 

Il mercante di Bassora

 

Mi riferì un mio schiavo:[14] «Facevo l’esattore a Obolla[15] per un mercante. Avevo riscosso per suo conto a Bassora circa cinquecento dīnār in contanti, li avevo avvolti in un fazzoletto e stavo per partire per Obolla. Cercai ininterrottamente un barcaiolo finché ne vidi passare uno in una barchetta vuota. Quando gli chiesi di imbarcarmi mi fece un nolo molto basso e mi disse: “Sto tornando a casa mia a Obolla: vieni con me”. Mi imbarcai e deposi il fazzoletto davanti a me. Stavamo passando per Mismarān[16] quando vedemmo sulla riva un cieco che salmodiava il Corano in un modo meraviglioso. Quando il barcaiolo lo vide esclamò: “Dio è grande!” e quello gli gridò: “Fammi imbarcare: mi ha sorpreso la notte e temo per la mia incolumità”, ma il barcaiolo lo ingiuriò. Io invece lo invitai a imbarcarlo ed egli accostò la barca a riva e lo fece salire.

 

Una volta a bordo con noi, il cieco riprese a salmodiare il Corano e io rimasi estasiato ad ascoltare. In prossimità di Obolla smise, si alzò e fece per avviarsi per una delle vie che conducevano dal porto in città. Io, che non vedevo più il mio fazzoletto, mi alzai in piedi sconvolto e mi misi a gridare. Il barcaiolo chiese aiuto e disse: “Ora la barca si rovescia!” e mi parlò come se non sapesse quel che mi stava succedendo. Gli dissi “Ehi tu, davanti a me avevo un fazzoletto che conteneva cinquecento dīnār”. A sentire queste parole il barcaiolo pianse, si colpì il volto e si stracciò le vesti dicendo: “Scendi a riva e cerca! Qui non ho un posto dove nascondere qualcosa e ciononostante tu mi accusi di averti derubato. Io ho figli, sono un poveraccio. Dio, invoco Dio sul mio caso!”; e il cieco fece altrettanto. Frugai la barca ma senza trovare nulla, e mi dissi, preso da compassione per loro, che si trattava di una disgrazia alla quale non sapevo come por rimedio. Infine sbarcammo e ognuno prese una strada diversa. Io ero determinato a darmi alla fuga; passai una pessima notte in una stanza d’albergo e non mi recai dal mio principale. A mattino fatto risolsi di fuggire a Bassora, dove sarei rimasto nascosto per qualche giorno e di dove poi sarei partito per qualche paese remoto. Discesi per via d’acqua sino a Bassora e lì stavo camminando per una strada che risaliva dal porto in città, incespicando e piangendo per la preoccupazione di dovermi separare dalla mia famiglia e dai miei figli e di essermi rovinato la vita e la reputazione, allorché incontrai un uomo. Mi domandò: “Ehi tu, cos’hai?” “Sono troppo preso dai casi miei per darti retta” risposi ma, siccome insisteva, gli narrai tutto. Allora mi disse: “Va’ al carcere dei Banū Numayr[17], e portati appresso pane in abbondanza, del buon arrosto e dei dolci. Domanda al secondino che ti conduca da un detenuto chiamato Abū Bakr al-Naqqāsh e digli che devi fargli visita: non te lo impedirà. Se non ti fa passare, regala qualcosina al secondino ed egli ti farà entrare da lui. Quando lo incontrerai salutalo e non parlargli sinché non gli avrai deposto davanti quel che avrai portato con te. Dopo aver mangiato ed essersi lavato le mani, ti chiederà quali sono le tue richieste. Raccontagli il tuo caso: ti indicherà chi ha preso il tuo denaro e te lo farà recuperare”. Così feci e mi recai dall’uomo: si trattava di un vecchio carico di catene. Lo salutai, gli deposi innanzi quel che avevo portato con me ed egli invitò a pranzo alcuni compagni che si trovavano con lui. Presero a mangiare tutti insieme e quando ebbe finito si lavò le mani, poi mi domandò: “Chi sei e cosa ti ha condotto qui?” e io gli raccontai dettagliatamente la mia storia. “Va’ immediatamente, senza indugio, dai Banū Hilāl: entra in un certo vicolo e percorrilo sino in fondo. Lì vedrai una porta diroccata: aprila ed entra senza domandare permesso. Ti troverai davanti un lungo corridoio che conduce a due porte: tu entra in quella di destra, che introduce a un appartamento dove ci sarà una stanza con degli attaccapanni e delle stuoie. Su ogni attaccapanni ci sarà un izār e un mantello. Spogliati, attacca gli abiti sull’attaccapanni, indossa il mantello e avvolgiti nell’izār e poi siediti. Arriverà della gente che farà come te, sinché non ci saranno tutti; poi verrà servito del cibo. Tu mangia con loro e bada bene di fare esattamente quello che fanno loro. Quando verrà servito il vino, bevi con loro qualche coppa, poi prendi una grande coppa, riempila e alzati in piedi dicendo: ‘Alla salute del mio zio materno Abū Bakr al-Naqqāsh!’ Rideranno, si rallegreranno e quando domanderanno: ‘È tuo zio?’ risponderai di sì. Si alzeranno in piedi e brinderanno alla mia salute. Una volta che avranno finito il brindisi e si saranno seduti, di’ loro: ‘Mio zio vi saluta e vi dice: Per la mia vita, cari compari, restituite al figlio di mia sorella quel che gli avete preso ieri dalla barca nel canale di Obolla’ e ti renderanno il maltolto”. Uscii dal carcere, feci così come mi aveva detto, le cose andarono come mi aveva previsto e mi fu restituito proprio il mio fazzoletto ancora legato.

 

Quando lo ebbi riottenuto dissi loro: “O compari, quanto mi avete fatto lo dovevate a mio zio. Ora ho io una richiesta particolare” “È già esaudita” “Spiegatemi come mi avete preso il fazzoletto”. Si rifiutarono di parlare, ma quando li scongiurai sulla vita di Abū Bakr al-Naqqāsh, uno di loro mi domandò: “Mi riconosci?” Lo guardai attentamente: si trattava del cieco che salmodiava il Corano, che utilizzava il trucco e l’astuzia di fingersi tale! Egli mi indicò un altro e disse: “E questo lo riconosci?” Lo guardai con attenzione: si trattava del barcaiolo in persona! Quando domandai: “Ditemi, come avete fatto?”, il barcaiolo disse: “Io giro per le strade che conducono al porto sul fare della sera dopo aver condotto questo falso cieco a sedere dove tu l’hai visto, e quando vedo qualcuno che ha qualcosa di valore lo chiamo, gli offro un nolo basso e lo imbarco. Allorché si giunge al cieco che salmodia il Corano e costui mi chiama a gran voce, io lo ingiurio affinché il passeggero non abbia sospetti sulla mia innocenza. Se il passeggero lo fa imbarcare succede quel che sai, sennò lo blandisco sinché non lo fa salire a bordo. Quando lo fa salire, quello si siede a salmodiare tanto bene che l’uomo resta rapito ad ascoltare, come è capitato a te. Allorché giungiamo a un punto in cui siamo completamente soli un uomo, che ci aspettava, nuota sino alla barca portando sulla testa un paniere e il passeggero non si accorge di nulla. Il falso cieco nel frattempo prende delicatamente i beni che gli abbiamo indicato e li getta all’uomo col paniere. Questi li prende e nuota sino a riva. Quando infine il passeggero vuole sbarcare e si accorge che gli manca la sua roba facciamo come hai visto, così che non possa sospettare di noi, e ce ne andiamo ognuno per la sua strada. L’indomani ci raduniamo e ci spartiamo quello che abbiamo preso. Oggi avremmo dovuto fare la spartizione, ma quando sei arrivato portando il messaggio di tuo zio, il nostro capo, ti abbiamo consegnato il fazzoletto”. Io lo presi e me ne andai.

 

Traduzione e note di Antonella Ghersetti in al-Tanūḫī, Il Sollievo dopo la distretta, Ariele, Milano 1995, p. 27-28 (prefazione), 35-36 (Adamo), 43-44 (i tre israeliti), 47-48 (i sei ingredienti di Buzurjmihr), 53-54 (la serpe e il devoto), 61-62 (la schiava infedele), 83 (mu‘taziliti in carcere), 109 (la tangente), 142-143 (un’estorsione scampata), 172-175 (il mercante di Bassora). I brani su Abramo, Daniele, Muhammad e ‘Alī sono stati tradotti da Martino Diez.

 

 

 

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[1] Nell’arabo c’è un gioco di parole tra il nome di Agar (Hājar) e il verbo hājara, lett. “compiere l’egira, emigrare”.
[2] Nella tradizione islamica l’acqua che Dio fa sgorgare per Agar e Ismaele (cfr. Gen 21,14-19) è identificata con il pozzo di Zamzam alla Mecca.
[3] In realtà Daniele fu perseguitato dai babilonesi, non dagli ebrei, ma al-Tanūkhī applica lo schema delle storie coraniche dei profeti.
[4] Cosroe I Anūshirwān, sovrano sasanide vissuto nel VI secolo della nostra era. Buzurjmihr è personaggio dotato, secondo la tradizione, di ogni virtù. Gli si attribuiscono numerosi detti e aforismi. Le fonti storiche più antiche non accennano alla sua esistenza: la sua figura compare solo in epoca più recente e pare appartenere piuttosto alla tradizione popolare.
[5] Jawārīsh: parola di origine persiana. Indica un preparato che irrobustisce lo stomaco e stimola la digestione.
[6] Visir del califfo al-Ma’mūn. Ricoprì tale carica sino alla morte, avvenuta nel 825.
[7] Cor. 49:6. Il versetto completo è: «O voi che credete! Se viene a voi qualche malvagio a portarvi una notizia, accertatevi prima della sua verità, a che non abbiate a offender qualcuno per ignoranza e pentirvi poi di quel che avete fatto».
[8] Cioè: «Meglio coprirsi d’infamia piuttosto che andare all’inferno».
[9] Quello del Corano creato è uno dei dogmi fondamentali della mu‘tazila.
[10] La fonte è Ibn Abī ‘Allān al-Ahwāzī, mu‘tazilita, cadi di al-Ahwāz, morto nel 1018.
[11] Letteralmente “richiesta insistente”, designa la pressante richiesta di pagamento cui venivano sottoposto in un primo tempo i funzionari sospettati di peculato, e in seguito sistematicamente tutti i funzionari. La procedura era in qualche modo formalizzata e prevedeva nei casi di rifiuto più ostinato anche il carcere e la tortura.
[12] La provincia di Palestina era una delle più fertili e opulente: le risorse agricole erano abbondanti e pregiate e così pure le risorse del sottosuolo.
[13] Padre di ‘Umar, a capo del dīwān al-diyā‘ al-khāssa (ufficio dei fondi privati) sotto il califfato di al-Ma’mūn.
[14] La fonte dell’aneddoto è Ibn al-Danānīrī al-Tammār al-Wāsitī.
[15] Cittadina sulle sponde del Tigri, non lontano da Bassora.
[16] Località nei dintorni di Bassora.
[17] Toponimo derivante dal nome di una tribù: i quartieri delle città sviluppatesi sugli antichi accampamenti militari delle grandi conquiste, come Bassora, prendevano il nome dalle tribù che originariamente erano accampate in quella particolare zona. I Banū Numayr erano una tribù originaria della Yamāma, noti per il carattere selvaggio e ribelle e per l’attività di brigantaggio.

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