Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 23/01/2026 17:26:11

Uno dei temi che ha dominato il dibattito sulla stampa araba questa settimana è stata la resa dei conti tra il governo di al-Sharaa e i curdi del Rojava. La vicenda ha diviso i commentatori tra chi è pessimista sul futuro della Siria, chi vede nella caduta delle Forze democratiche siriane una nuova possibilità per i curdi siriani, e chi giudica con sarcasmo il cambio di rotta di Washington, che ha deciso di scommettere su al-Sharaa voltando le spalle all’ex alleato curdo.

Il nuovo accordo imposto domenica scorsa dal regime di al-Sharaa alle Forze Democratiche Siriane (SDF secondo l’acronimo inglese) dopo aver assunto il controllo del Rojava «non allevierà il senso di ingiustizia», scrive mercoledì 21 gennaio il giornalista siriano ‘Ali ‘Abdallah sulle pagine di al-‘Arabi al-Jadid. «Per la leadership delle SDF, questo accordo non sarà un balsamo per le ferite, perché non nasce dalla convinzione e dalla soddisfazione, come lasciano intendere le espressioni facciali e il discorso pronunciato dal generale curdo Mazloum Abdi. L’accordo acutizzerà le ferite, accrescerà l’amarezza e alimenterà i sentimenti negativi». Entrambe le parti, prosegue il giornalista, sono chiamate però a scendere a più miti consigli. Le SDF «devono guardare i fatti con realismo: in Siria i curdi non costituiscono più del 10% della popolazione e la loro percentuale nell’area a est dell’Eufrate non è tanto più alta. Inoltre, la loro distribuzione tra diversi governatorati siriani rende impraticabile l’idea del federalismo. Essi devono anche tener conto della composizione demografica: una componente significativa è araba e questa potrebbe rivoltarsi contro di loro in caso di uno scontro con le autorità arabe. Infine, devono considerare attentamente i cambiamenti intervenuti nelle posizioni regionali e internazionali in merito alla situazione siriana, segnati dalla tendenza prevalente ad adottare la prospettiva del regime». Da parte loro, le autorità di Damasco, prosegue ‘Abdallah, sono chiamate a rivedere il loro approccio alle questioni politiche, «adottando il nazionalismo siriano come base per prendere le decisioni politiche, amministrative ed economiche». L’articolo invita inoltre al-Sharaa ad avviare una giustizia di transizione, volta a contenere le pulsioni vendicative, garantire giustizia alle vittime e assicurare ai cittadini che nessuno è al di sopra della legge. In parallelo, sottolinea la necessità di lavorare per una maggiore giustizia sociale affinché i cittadini possano beneficiare in modo equo della ricchezza nazionale, senza discriminazioni né ingiustizie. Tra le priorità individuate dal giornalista ci sono poi il completamento della formazione del Consiglio del Popolo, con l’assegnazione di un numero adeguato di seggi alla componente curda e il riconoscimento del suo ruolo legislativo. Infine, l’articolo auspica la formazione di una commissione speciale per redigere una nuova Costituzione che tenga conto del pluralismo nazionale, religioso e confessionale; e una revisione delle attuali divisioni amministrative della Siria, attraverso la creazione di nuovi governatorati per facilitarne l’amministrazione.

Sullo stesso quotidiano, l’attivista Abdulbaset Sieda traccia un parallelo tra ciò che sta accadendo tra il governo siriano e le SDF, e il processo di pace tra il governo turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), avviato alla fine del 2012 e poi interrotto con la ripresa degli scontri tra le due parti alla fine del 2015. Oggi come allora, l’ottimismo sulla possibilità di raggiungere una soluzione sostenibile alla questione curda si scontra con la realtà. Bisogna però superare la logica che riduce la questione curda alle SDF, osserva Sieda. «La questione curda in Siria è più grande e antica delle SDF e del PKK, è una questione nazionale siriana per eccellenza, che deve essere affrontata attraverso il dialogo e gli accordi intra-siriani, lontano dalle agende e dai calcoli che trascendono i confini».

Tutti – gli occidentali, gli arabi e gli stessi siriani – parlano della regione siriana della Jazira senza sapere di cosa parlano, esordisce Yassin al-Hajj Saleh, nativo di Raqqa, ma esule dal 2013, su al-Quds al-‘Arabi. L’attivista siriano e già oppositore degli Assad commenta con una certa soddisfazione la caduta delle SDF e del loro progetto di autogoverno, che «in realtà era un’amministrazione autoritaria, ipercentralizzata e non autogovernata, se con questo s’intende che gli abitanti locali gestivano i propri affari». Quello delle Forze democratiche siriane era «un regime autoritario imposto dall’esterno ed è crollato facilmente proprio per questo motivo: perché era un regime esterno e la popolazione non aveva accesso ai meccanismi di rappresentanza e al processo decisionale». Al-Hajj Saleh descrive le autorità delle SDF riprendendo un’espressione coniata da un giornalista di Raqqa, che le aveva paragonate a «un inquilino che non si prende cura della casa in cui vive perché sa che di lì a poco se ne andrà». Nei rapporti con la popolazione locale, prosegue l’articolo, l’amministrazione del Rojava riproduceva le stesse pratiche del regime di Assad, opprimendola e dimostrandosi incapace di creare una causa comune. La popolazione locale continuava a essere trattata come in passato: sfruttata sul piano economico, emarginata politicamente e disprezzata culturalmente. Al tempo stesso, però, il giornalista esprime preoccupazione per l’insistenza del regime di al-Sharaa su un «accentramento rigido, che non sembra limitarsi alla sola sfera della sovranità». Ricorda inoltre che, dopo la caduta del regime di Assad, il dibattito sul decentramento è stato compromesso da due fattori: da un lato, raramente è stato ispirato da motivazioni davvero democratiche; dall’altro, non ha tenuto conto del fatto che il decentramento può funzionare efficacemente solo in presenza di uno Stato centrale forte, capace di tutelare l’unità della sovranità nazionale, presupposto indispensabile per il pluralismo politico e una rappresentanza più ampia della società. In questo contesto, «l’appello al decentramento e al federalismo è stato spesso usato in modo strumentale, in contesti che finivano per giustificare o invocare esplicitamente la secessione». Lungi dall’essere una perdita per i curdi siriani, prosegue il giornalista, «il crollo dell’autorità delle SDF potrebbe liberarli da un progetto nebuloso e far sì che la questione curda diventi una questione indispensabile e non negoziabile nell’agenda del dibattito pubblico siriano». Rivolgendosi alle autorità di Damasco, al-Hajj Saleh ricorda che «la vittoria è politica e politica soltanto»: ciò che si conquista sul piano militare deve essere consolidato con strumenti politici e morali, permettendo alla parte sconfitta di integrarsi nel sistema con dignità e con i propri diritti garantiti. In questa prospettiva, secondo al-Hajj Saleh, la formula possibile per un accordo con le forze armate curde potrebbe essere nessuna sovranità separata, ma pieno riconoscimento politico, con la tutela dei diritti individuali e collettivi e una forma di autoamministrazione nelle aree a maggioranza curda.

«Abbandonare i curdi siriani e, prima ancora, designare alcune branche dei Fratelli musulmani come organizzazioni terroristiche sono due passi che confermano che Washington, quanto meno nel secondo mandato di Trump, non crede più nelle entità che svolgono il ruolo di intermediari», osserva Mokhtar al-Dababi sul quotidiano filo-emiratino al-‘Arab. «Da entità che esercita pressione su Damasco con varie leve», le FDS sono diventate «un’entità di carta». Il giornalista tunisino sminuisce il ruolo giocato dai curdi nella sconfitta dell’ISIS, accusandoli di aver «attribuito a sé stessi i successi della coalizione internazionale contro il terrorismo guidata dagli Stati Uniti». In realtà, sottolinea, «la coalizione ha sconfitto l’ISIS, arrestato migliaia di militanti e le loro famiglie, e affidato alle SDF il compito di sorvegliare le prigioni e prevenire qualsiasi tentativo di fuga». Oggi, questo compito di sorveglianza è stato trasferito all’esercito siriano. Ma perché Trump ha deciso proprio ora di abbandonare le SDF? Non si tratta semplicemente di stabilire chi fosse più leale tra al-Sharaa e le Forze democratiche siriane, spiega il giornalista. L’elemento decisivo è soprattutto l’ostilità di al-Sharaa verso l’Iran. A questo si aggiunge una logica di contenimento dei costi, prosegue al-Dababi: «La storia personale di al-Sharaa, che sia un islamista fondamentalista o moderato, poco conta. Quello che conta è la sua capacità di realizzare ciò che gli Stati Uniti vogliono, senza che Washington debba affidarsi a partner minori per i quali spende più di quanto guadagni. Scommettere su al-Sharaa non richiede spese aggiuntive né programmi di addestramento d’intelligence. La carta americana consiste nel riconoscere il suo regime e dimenticarne il passato». Secondo al-Dababi, le prossime «vittime» degli Stati Uniti saranno i gruppi di opposizione, in particolare le organizzazioni per i diritti umani e della società civile, a causa della decisione di Washington di interrompere finanziamenti e protezione che finora forniva in molti Paesi. Questo cambiamento «segna una rinuncia alla storia della difesa dei diritti umani e della democrazia, o meglio, rivela il nuovo approccio americano, concentrato esclusivamente sugli interessi e privo di strumenti soft, diversamente dal passato, quando anche i presidenti repubblicani mantenevano come facciata gli slogan sui diritti umani». «Ciò che in passato l’America otteneva attraverso le pressioni indirette, alimentando le crisi e fomentando i conflitti etnici e confessionali, ora lo ottiene apertamente, esercitando pressioni dirette sui governi». Non si tratta, però, di promuovere le riforme politiche, i diritti umani o la libertà di stampa: l’oggetto della pressione riguarda esclusivamente la sicurezza e la tutela degli interessi economici americani, conclude l’articolo.

Sul quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat prevale un senso di pessimismo sulla possibilità che la Siria ritorni a essere uno Stato vero. «Negli ultimi decenni, non abbiamo visto una sola milizia accettare di riconciliarsi con lo Stato (ovvero sciogliersi)», osserva l’intellettuale libanese Ridwan al-Sayyid alla luce di quanto sta accadendo in altri Paesi arabi. In Iraq, le Forze di Mobilitazione Popolare si sono divise lo Stato secondo le proprie dimensioni e aree di influenza; nel Kurdistan, pur esistendo forze congiunte come i Peshmerga, ciascuno dei due partiti curdi mantiene la propria milizia ed essi non riescono a concordare una linea negoziale comune; in Libano Hezbollah, sebbene indebolito, continua a rifiutare la decisione del governo di riservare allo Stato il monopolio delle armi, insistendo nel mantenerle fino al completo ritiro israeliano dal Paese. Questi esempi, conclude al-Sayyid, «dimostrano che le milizie non si rassegnano a sciogliersi e, più diventano grandi, più diventa difficile scioglierle. Se il loro potere aumenta, potrebbero persino aspirare a dividere il Paese, cercando alleati sia all’interno che all’estero per raggiungere il loro obiettivo».

«Ricostruire la Siria non è un’impresa semplice», commenta Samir Atallah sullo stesso quotidiano. Il danno al suo tessuto sociale e istituzionale non ha avuto inizio con la guerra dei barili-bomba durata oltre un decennio, ma risale a molto prima: al conflitto sulla sua identità, iniziato quando la Siria fu unita, anche se per un breve periodo, all’Egitto [tra il 1958 e il 1961], ai ripetuti e fallimentari colpi di Stato, fino alla conquista del potere «in stile sovietico» da parte del partito Baath. «La guerra dei barili-bomba ha risvegliato vecchi sentimenti in un Paese plurale tanto quanto il resto del Medio Oriente». Con la caduta del regime, la Siria si è frammentata in tante identità in competizione tra loro per il potere. In questo scenario sono emersi i movimenti separatisti, pronti a stringere alleanze con attori esterni, decretando di fatto la fine della Siria di un tempo.

 

Il futuro dell’Iran tra «calma calcolata» e conflitto imminente [a cura di Claudia Catanzaro]

​​​​​​​Anche questa settimana l’Iran è rimasto al centro del dibattito sulla stampa araba, che riflette sul futuro della Repubblica Islamica e sul ruolo degli attori esterni: primi tra tutti gli Stati Uniti e Israele, in bilico tra la cautela e il conflitto aperto, ma anche gli Stati del Golfo, preoccupati per le possibili ripercussioni della crisi iraniana sull’instabilità regionale.

Sul quotidiano panarabo di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, l’ex Ministro degli esteri libanese Nassif Hitti ritorna su quella che, poche settimane fa, sembrava essere un’imminente offensiva da parte dell’amministrazione americana. Sebbene la tensione sia diminuita, l’autore propone due possibili interpretazioni nel mancato attacco​​​​​​​​​​​​​​: potrebbe trattarsi di una strategia di deterrenza volta a spingere Teheran a cambiare le sue politiche nella regione o costituire l’inizio di una guerra di vasta scala che punti a rovesciare il regime. Se il secondo scenario rimane improbabile, continua Hitti, «un indebolimento del regime e la creazione di confusione interna nel processo decisionale tra le forze influenti» sono processi verosimili, alimentati anche dai cambiamenti regionali, soprattutto in Siria e in Libano, che hanno contribuito a diminuire l’influenza iraniana nel “gioco delle forze” nel Levante arabo. Gli Stati Uniti mirerebbero invece a innescare un cambiamento nelle politiche iraniane, soprattutto sul piano securitario e della politica estera.

Anche Mouafac Harb, giornalista e analista politico libanese, sostiene sul sito di Asas Media che gli Stati Uniti, dopo gli insuccessi in Iraq, Libia e Afghanistan, non ambiscono a un cambio di regime in Iran in quanto consapevoli delle criticità del rovesciamento di un sistema in assenza di una struttura di transizione ben definita. Washington, osserva l’autore, «preferisce una politica di indebolimento controllato invece di una caduta non calcolata» e la sua strategia d’azione si basa su quattro pilastri: limitare le capacità espansionistiche di Teheran prosciugandone i finanziamenti e riducendo l’influenza dei suoi alleati; impedire il ritorno al nucleare; favorire il cambiamento dall’interno; anticipare lo scenario futuro in caso di crollo della Repubblica Islamica crolli. Infatti, se in passato quest’ultima era considerata una «carta che si poteva contenere, scoraggiare o con cui si poteva negoziare», oggi è una «carta sconosciuta» con un regime debole ma ostinato, una società arrabbiata ma frammentata, un’opposizione ampia e disorganizzata e uno Stato capace di reprimere e incapace di convincere; per questo, la fase successiva della crisi in Iran sarà la «gestione dell’erosione». Inoltre, essendo l’Iran un attore geopolitico fondamentale, qualsiasi instabilità avrebbe ripercussioni nello scenario internazionale, dai mercati energetici nel Golfo all’equilibrio di potere tra Russia, Cina e Stati Uniti. Il timore, conclude Harb, è che la caduta dell’Iran si trasformi in un «terremoto regionale» che apra le porte a un Medio Oriente ancora più turbolento.

Della stessa opinione è l’emiratino Mohammad Faisal Al-Dossari, che su al-‘Arab osserva come gli Stati del Golfo siano consapevoli delle gravi conseguenze regionali che il collasso iraniano potrebbe provocare. Per questo auspicano una «calma calcolata» che si basi su comunicazione e diplomazia e che riduca la possibilità di un’estensione della crisi, perché «la regione necessita di anni di costruzione e sviluppo, e non di nuove ondate di incertezza» o di un «clima aperto alle sorprese».

Il quotidiano panarabo di proprietà qatariota al-‘Arabi al-Jadid ribadisce l’urgenza di un cambiamento che provenga innanzitutto dall’interno: scrittore e attivista siriano Hassan al-Aswad scrive che «prescindendo dal comportamento del suo attuale regime, fondato essenzialmente sull’idea di intervenire negli affari dei Paesi vicini, e al di là […] dei sentimenti negativi verso il suo sistema di governo e delle tragedie che esso ha causato ai popoli della regione araba, il mantenimento dell’unità dell’Iran e la sua transizione verso un sistema di governo equilibrato, che non si basi sull’ostilità verso i popoli e gli Stati della regione, rappresentano innanzitutto una richiesta interna iraniana, prima ancora che una richiesta esterna. ». Se Donald Trump appare più cauto e opta “solo” per sanzioni e minacce di guerra, Benyamin Netanyahu vede il conflitto come un’operazione necessaria. Tuttavia, continua l’autore, «la storia ci insegna che la legittimità di qualsiasi sistema di governo non proviene solo dall’esterno, ma ha il suo fondamento solido all’interno del Paese. Il popolo è la prima e principale fonte della legittimità e ciò significa che il regime iraniano sarà costretto a riforme strutturali radicali se vuole che il Paese rimanga unito e se mira davvero a proteggerlo dalla disgregazione e dalla distruzione». Il rovesciamento del regime dall’esterno attraverso strategie di pressione o di occupazione, conclude al-Aswad, non porta «libertà, dignità o democrazia al popolo».

Lo scrittore e ricercatore libico Jibril al-Obaidi, su al-Sharq al-Awsat, paragona le difficoltà a trovare un sistema politico alternativo e i nodi della successione della Guida Suprema Ali Khamenei a un «vulcano dormiente che può eruttare in qualsiasi momento»: in un contesto delicato come quello attuale, in cui le proteste sono state senza precedenti in termini di partecipazione, diffusione e richieste, una transizione imposta dall’esterno o la replica di schemi del passato difficilmente otterrebbero consenso. Pertanto, al-Obaidi sottolinea la necessità di individuare una soluzione realistica e razionale per l’Iran, che non implichi l’approvazione delle sue politiche nella regione, ma neanche un rovesciamento del sistema che lo renderebbe «vittima dei gruppi terroristici in un’area geografica vasta».

Muthanna Abdullah, penna di al-Quds al-Arabi, ritiene invece che l’ipotesi di un conflitto sia concreta: «la guerra è imminente e l’attacco è in arrivo, ma non ora». Lo scrittore iracheno afferma che a dissuadere Trump – il quale sta rafforzando la presenza militare americana in Medio Oriente – dal colpire Teheran sia stata, da un lato, l’assenza di consenso interno negli Stati Uniti, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato previste a novembre 2026, e dall’altro, l’impreparazione di Israele ad una nuova guerra: lo Stato ebraico deve infatti «preparare i rifugi e predisporre le difese in modo adeguato, perché sa che questa volta il regime iraniano userà tutto ciò che possiede prima di cadere». I “falchi” americani, continua l’autore, credono che anche in Iran si possa ripetere lo schema visto in Venezuela, con la caduta del vertice e la sopravvivenza della forma dello Stato come soluzione intermedia rispetto al caos che provocherebbe il crollo del regime. A creare confusione, però, è in primis il Presidente americano: «la sera prima ha esortato i manifestanti ad ampliare la loro azione prendendo il controllo delle istituzioni e promettendo loro gli aiuti, il giorno dopo ha ringraziato i leader iraniani per aver smesso di giustiziare i manifestanti, per poi tornare a dichiarare, dopo 24 ore, che il regime deve necessariamente andarsene». Abdullah conclude il suo commento affermando che «il regime iraniano affronta oggi una vera e propria crisi esistenziale»: dalla rivoluzione del 1979 il suo obiettivo è la sopravvivenza del potere, perché il sistema «è refrattario allo sviluppo e alla riforma, nonostante le proteste continue nel corso degli anni».