Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 09/01/2026 16:55:16

Nell’ultima rassegna della stampa araba del 2025 ci eravamo concentrati sulla crisi yemenita. Apriamo il nuovo anno tornando sullo stesso tema, alla luce anche della spaccatura creatasi tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e delle crescenti preoccupazioni nel mondo arabo per l’espansione dell’influenza israeliana, che nelle ultime settimane sembra manifestarsi con maggiore evidenza proprio in Yemen oltre che nel Corno d’Africa.

A differenza dei toni fortemente polemici che avevano caratterizzato i media tre settimane fa, e degli scambi di accuse tra sauditi ed emiratini che hanno tenuto banco in questi giorni sui social network, nell’ultima settimana i quotidiani arabi hanno adottato un registro più misurato nel commentare gli sviluppi. Peraltro, è particolare che il maggiore di quotidiano panarabo di proprietà saudita, al-Sharq al-Awsat, si sia limitato perlopiù a riportare la cronaca degli eventi, ma senza grandi commenti come invece ci si sarebbe aspettati.

Il vicedirettore generale dell’emittente saudita al-‘Arabiyya, Zaid bin Kami, osserva su questa testata che oggi gli Stati non vengono più rovesciati con metodi militari tradizionali, ma attraverso il finanziamento di entità statali parallele che erodono lo Stato dall’interno. Gli esempi più chiari di questo sistema, spiega Kami, sono il caso libanese, sudanese e yemenita, facendo chiaramente riferimento all’azione destabilizzante svolta dagli Emirati che in Sudan sostengono le Forze di Supporto Rapido e in Yemen le velleità secessionistiche del Consiglio di Transizione del Sud. «Allearsi con piccole entità per frammentare altri Paesi, conclude l’articolo, non è una politica di influenza, ma una politica di sabotaggio. È la ricetta per provocare la distruzione degli Stati, diffondere il caos attraverso i confini e creare regioni fragili e incontrollabili. Chi pensa di poter utilizzare questi strumenti senza che gli si ritorcano contro ha una visione di corto respiro e ignora una lezione costante della storia: il caos non ricompensa, né riconosce lealtà alcuna».

In un articolo pubblicato oggi da al-‘Arab, quotidiano panarabo normalmente vicino alle posizioni emiratine, il giornalista tunisino Mokhtar al-Dabbabi analizza la posizione dell’Arabia Saudita nei confronti del Consiglio di Transizione del Sud (STC, che peraltro è stato sciolto poche ora fa) a partire dagli eventi occorsi nell’ultima settimana e in particolare dei colloqui di pace a Riyad, disertati da Aidarus al-Zubaidi, capo dell’STC, un’assenza che gli è costata l’accusa di alto tradimento da parte del Consiglio presidenziale, la coalizione che forma il governo riconosciuto a livello internazionale. Al-Dabbabi denuncia la celerità con cui Rashad al-Alimi, leader del Consiglio presidenziale yemenita, ha destituito al-Zubaidi: «Se il Consiglio presidenziale avesse aspettato solo 24 ore, avrebbe scoperto che le cose stavano procedendo senza intoppi anche se Zubaidi era assente e che la tendenza generale all’interno del Consiglio di Transizione era a favore del dialogo e non ostile all’Arabia Saudita». Questa decisione repentina, prosegue il giornalista, nasconde il tentativo di alcune parti del «governo “legittimo”» di ampliare la disputa tra l’STC e Riyad per monopolizzare il sostegno saudita. «Il messaggio è chiaro: impedire al Consiglio di Transizione del Sud di avviare un dialogo con l’Arabia Saudita e spingerlo verso un’escalation. È un piano volto a privare di qualsiasi valore la Conferenza di Riyad e minare il valore degli impegni sauditi», denuncia l’articolo. Da parte loro, i sauditi «sono consapevoli che, senza il Consiglio di Transizione, il governo “legittimo” non ha alcun peso e non è in grado di garantire la stabilità e la sicurezza politica essendo composto da corpi politici vaghi e privi di influenza sul terreno. Esso si nasconde dietro il ruolo del Regno e gli sforzi di quest’ultimo a sostegno degli yemeniti, ma senza l’Arabia Saudita non riuscirebbe a fare nulla». Basti pensare, ricorda al-Dabbabi, che il «governo “legittimo”» non è riuscito a liberare Sana‘a dagli houthi nonostante il supporto aereo della coalizione araba guidata dai sauditi, mentre l’STC, con il sostegno degli Emirati, è riuscito a espellere gli houthi da Aden, permettendo al governo “legittimo” di stabilirvi la propria capitale temporanea. Neutralizzare il Consiglio di Transizione Meridionale e seminare discordia tra questo e l’Arabia Saudita potrebbe giovare ad alcune forze, tra cui il partito islamista Islah, al fine di monopolizzare la legittimità e trasformarla in una carta per il riconoscimento regionale. Nonostante le critiche rivolte dai sauditi all’STC in seguito agli attacchi di dicembre nelle province di Hadramawt e al-Mahra, Riyad non vuole aprire un fronte con l’STC, che si sommerebbe a quello con gli houthi. Da un lato, l’Arabia Saudita ha scelto di collegare la crisi alla sola persona di Zubaidi, per mantenere aperti i canali di comunicazione con l’STC; dall’altro, il Consiglio di Transizione ha accettato di neutralizzare temporaneamente alcuni dei suoi leader, mostrando la disponibilità a dialogare con Riyad, consapevole che «nessuna entità può avere un ruolo futuro nello Yemen senza l’approvazione dei sauditi e il loro sostegno economico e finanziario». In definitiva, conclude al-Dabbabi, «Riyad non cerca uno scontro con il Consiglio di Transizione, né di isolarlo politicamente, ma vuole che sia parte attiva della soluzione globale».

Il 7 gennaio scorso il quotidiano di proprietà qatariota al-Quds al-‘Arabi ha commentato l’assenza di Zubaidi dai colloqui osservando che essa avrebbe aperto la strada a un’intensificazione dello scontro regionale. «Questo fatto ha interrotto un ampio processo politico avviato da Riyad, che mirava a riunire le diverse componenti meridionali e orientali per discutere la questione meridionale». Il rifiuto di Zubaidi di partecipare alla conferenza di Riyad «ha posto il Consiglio di Transizione in una grave situazione politica e militare. La dichiarazione del governo legittimo ha infatti compromesso la sua legittimità, trasformando i membri dell’STC in componenti di un’entità ribelle armata ed esponendo il progetto politico del Consiglio a un confronto diretto con l’Arabia Saudita, principale sostenitore della coalizione a sostegno della legittimità yemenita».

Da diversi giorni invece la stampa emiratina rivendica e difende il ruolo giocato dagli Emirati in Yemen dal 2015 a oggi. Come ha scritto Omar Alzaabi su al-‘Ayn al-Ikhbariya il 3 gennaio scorso, si è trattato di «una presenza sulla scena yemenita né episodica né limitata», con un ruolo centrale nel sostenere la legittimità dello Stato yemenita e nel partecipare attivamente alla coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita. Allearsi con Riyad, sottolinea il giornalista, «non è stata una scelta tattica, quanto l’espressione di una valutazione condivisa della gravità delle sfide». Parallelamente all’impegno militare, prosegue l’articolo, gli Emirati hanno sostenuto programmi di controllo delle epidemie e fornito aiuti umanitari a milioni di yemeniti. Questa presenza umanitaria, afferma Alzaabi, non era vincolata a condizioni  particolari o selettiva, ma nasceva piuttosto da una visione degli Emirati che considera l’essere umano come il fulcro della stabilità e la base di qualsiasi soluzione sostenibile». Tuttavia, «il corso degli eventi e mutati calcoli politici hanno portato, in fasi successive, a una notevole divergenza nelle posizioni all’interno della coalizione, in particolare nel discorso ufficiale saudita riguardo al ruolo degli Emirati. Dopo anni di collaborazione sul campo e di stretto coordinamento, sono emerse dichiarazioni e posizioni che, a giudizio di molti, ignoravano la realtà del contributo degli Emirati in Yemen e la portata dei sacrifici e dei risultati resi possibili da questo ruolo». Qualsiasi analisi obiettiva, conclude il giornalista, non può ignorare il ruolo di stabilizzazione svolto da Abu Dhabi e il suo contributo nel prevenire il collasso dello Stato.

Molto simili le dichiarazioni di Abdalmonen Sulayman, che il 5 gennaio ha denunciato sullo stesso quotidiano «la narrazione fuorviante […] secondo cui gli Emirati contribuiscono all’instabilità o sostengono movimenti separatisti in Paesi come il Sudan e lo Yemen». Ma il vero pericolo che oggi incombe sui Paesi della regione non sono le tendenze separatiste, quanto l’estremismo e l’Islam politico, che si manifestano attraverso la violenza organizzata, l’erosione della legittimità e il progressivo crollo dell’idea stessa di Stato-nazione, conclude l’editoriale.

Su al-‘Arabi al-Jadid, Lamis Andoni esprime invece preoccupazione per la crescente influenza di Israele sull’isola di Socotra e sui suoi porti, così come per la sua presenza sempre più marcata nei porti di Berbera, in Somaliland, e di Bosaso, nel Puntland. Secondo la giornalista giordana, questo processo ha avuto inizio con gli Accordi di Abramo, quando la società Dubai Ports World ha preso in carico lo sviluppo e la gestione di questi porti nell’ambito di una partnership economica tra Emirati e Israele. Questo ha aperto la strada all’espansione dell’influenza israeliana in Yemen e Somalia. Nel frattempo, il concetto di sicurezza nazionale araba è evaporato di fronte alla corsa alla normalizzazione con Israele, prosegue l’articolo. Dal punto di vista israeliano, scrive Andoni, questa operazione è considerata necessaria per indebolire l’influenza iraniana e smantellare il mondo arabo. «Per Israele, “sconfiggere l’Iran” non è sufficiente. Il suo obiettivo è frammentare e dividere i Paesi arabi, e lo Yemen è una delle sue arene più importanti. Israele non mira solo a contenere l’influenza iraniana, ma anche a contrastare quella saudita. Il rifiuto dell’Arabia Saudita di aderire agli Accordi di Abramo la rende una minaccia, non sul piano militare, ma politico e geografico. Di riflesso, la sfida dell’Arabia Saudita non consiste nel dividersi le sfere d’influenza con gli Emirati, ma nell’indebolire e neutralizzare l’influenza emiratina, che ormai costituisce un punto d’accesso per Israele verso lo Yemen e l’intera regione». Israele ha saputo sfruttare «l’ossessione degli Stati arabi, in particolare quelli del Golfo, per la minaccia iraniana», prosegue l’articolo. Questo non significa che l’Iran non ambisca a estendere la propria influenza nella regione, ma l’allineamento degli Stati arabi con l’agenda americana ha limitato la loro capacità di negoziare con Teheran in funzione della sicurezza nazionale e degli interessi arabi. «L’Iran è uno Stato fondamentale della regione, mentre la fonte della minaccia esistenziale è Israele, che ha sfruttato l'illusione araba secondo cui era importante garantirsi la protezione americana contro l’Iran per infiltrarsi».