Dialogo interreligioso e interculturale, meticciato, immigrazione. In una conversazione con lo scrittore Luca Doninelli, il Cardinal Scola illustra i temi e il metodo della Fondazione Oasis, da lui lanciata nel 2004

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 10:04:14

Intervista di Luca Doninelli al Cardinal Scola, rivista per Oasis da Martino Diez

 

La Fondazione Oasis, che hai creato nel 2004, opera a favore dell’incontro tra cristiani e musulmani nel mondo globale, un tema che, con la pandemia, sembrava essere scomparso dalla scena pubblica italiana, ma che è tornato prepotentemente alla ribalta con il viaggio di Papa Francesco in Iraq. Esiste una specificità nell’approccio di Oasis al tema del dialogo? 

 

Partirei dal viaggio di Papa Francesco in Iraq del marzo scorso. Questa visita, che non è esagerato definire storica, s’inserisce in un percorso di costante attenzione verso il mondo musulmano. Per citare un solo dato, da quando è diventato Papa, Francesco ha visitato 11 paesi a maggioranza o comunque a forte presenza musulmana: Terra Santa (Giordania e Autorità palestinese), Turchia e Albania nel 2014, Bosnia e Repubblica Centrafricana nel 2015, Azerbaigian nel 2016, Egitto e Bangladesh nel 2017, Emirati e Marocco nel 2019 e appunto Iraq nel 2021, senza contare che ha già praticamente annunciato come prioritario un viaggio in Libano. Sono dati che fanno capire quanto il tema sia avvertito dal Papa e del resto non potrebbe essere diversamente, visto che cristiani e musulmani insieme formano almeno il 55% della popolazione mondiale.

 

Il primo passo – mi pare – è stato quello di istituire un rapporto personale. Non sempre questo è stato possibile, ma dove è avvenuto, come con lo shaykh di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb, questo ha gettato le basi per i passi successivi, tra cui spicca la dichiarazione sulla Fratellanza Umana firmata negli Emirati nel 2019. Il viaggio in Iraq rappresenta un passo ulteriore per avviare la stessa dinamica anche con il mondo sciita, in particolare nella persona del grande ayatollah al-Sistani. Entrambi i rappresentati religiosi musulmani, lo shaykh di al-Azhar e il grande ayatollah di Najaf, pur nella loro diversità, sono accomunati dall’idea che occorra preservare una certa distanza tra religione e politica, evitando di far coincidere i due piani, come avviene ad esempio in Iran, con crescente insoddisfazione anche dei religiosi, o come ha tentato di fare la Fratellanza Musulmana in Egitto. Grazie a questa distinzione – non direi “separazione”, non è quello che hanno in mente questi religiosi musulmani – si crea uno spazio civile/civico, in cui è possibile avviare un dialogo rispetto ai grandi mali che affliggono il Medio Oriente contemporaneo, che il riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese ha nuovamente portato sotto gli occhi di tutti.

 

Se vogliamo, l’Iraq incarna questi mali al massimo grado, perché è da Mosul che nel 2014 è stato proclamato il califfato di sangue di ISIS. Sappiamo che proprio per questo c’erano comprensibili timori in Vaticano, ma il Papa ha voluto andare a mettere il dito nella piaga per mostrare che anche nel frangente peggiore (decine di migliaia di morti, profughi, attentati suicidi, schiave sessuali) è sempre possibile ripartire. Ai cristiani iracheni, che sono i primi destinatari della visita, il Papa ha indicato da dove riprendere, affidando loro due compiti: «la capacità di perdonare e il coraggio di lottare».

 

Ovviamente questo nuovo slancio, innegabile, che si percepisce nel rapporto con i musulmani richiede uno scatto di pensiero da parte di noi cattolici. Bisogna tornare a capire come stanno insieme universalità e particolarità. L’evento salvifico di Gesù Cristo non è una tra le varie forme in cui si manifesta il divino, secondo l’interpretazione pluralista del documento di Abu Dhabi e più in generale del dialogo interreligioso, ma un evento particolare in cui sta dentro tutto l’universale e che illumina, perché già tiene dentro, la risposta, parziale e a volte errata, che le varie religioni offrono al dramma dell’esistere. È, in altre forme, lo stesso tema del rapporto tra il Vangelo e “i valori” umani che tante volte è stato dibattuto anche nella Chiesa italiana, per esempio in relazione al marxismo nel post-Sessantotto. Sappiamo che esiste e forse esisterà sempre una tensione all’interno della Chiesa tra chi vede, anche in assoluta buona fede, il Vangelo come un bello spunto per dire e fare altro – quella che io chiamo la cripto-diaspora, oggi più che mai presente – e chi non percepisce nelle culture e religioni non-cristiane, siano esse l’occidente secolarizzato, il mondo islamico o le religioni asiatiche, alcun elemento positivo, quasi che riconoscere loro un valore o un ruolo nel piano di Dio equivalesse a negare l’unicità salvifica di Gesù Cristo. Pensiamo, per capire, al rapporto tra il Cristianesimo nascente e la civiltà greco-romana. C’era chi ne era così affascinato da finire per ridurre Gesù Cristo entro gli angusti schemi dello gnosticismo e c’erano – dobbiamo riconoscerlo – i fondamentalisti che, appena preso il potere, hanno iniziato a perseguitare i pagani, gli ebrei e i fratelli cristiani, finendo per lacerare la chiesa (la «presa deformante dell’integralismo politico», diceva von Balthasar). Solo con fatica i cristiani hanno saputo fare proprio il consiglio di San Basilio, di cogliere dagli autori pagani ciò che è utile, come api dai fiori. Ne è nato l’umanesimo cristiano, di cui quest’anno celebriamo una delle più grandi figure, Dante Alighieri.

 

Per me insomma la strada per impostare correttamente il dialogo interreligioso, a livello di coscienza tra di noi cristiani, passa per il recupero della dimensione trinitaria della nostra fede – la Trinità come luogo delle differenze – e richiede di tornare a riflettere sulla dialettica tra particolare e universale che si manifesta nell’Incarnazione.

 

È esattamente questa la posizione che cerchiamo di sviluppare a Oasis, se mi è concesso dire anche con un certo anticipo sui tempi, dato che, come hai ricordato, è ormai da più di 15 anni che siamo impegnati su questi temi. Proprio per questo è importante la sottolineatura che tu fai su “cristiani e musulmani nel mondo globale”, che è la parola d’ordine del nostro sito, il payoff come dicono gli esperti di web. Noi non parliamo in modo astratto di Islam e Cristianesimo, come due sistemi di dogma e di pensiero (anche se per noi il dogma e il pensiero sono fondamentali!), ma di cristiani e musulmani, quindi persone concrete. E non ne parliamo su uno sfondo atemporale, ma, in omaggio alla logica dell’Incarnazione, in un momento preciso, il qui e ora del mondo globale post-89, che ha conosciuto prima una fase di grandi, eccessivi entusiasmi, a cui ha fatto seguito un momento di altrettante eccessive paure e ripiegamenti su di sé.

 

Nel corso degli anni abbiamo visto unirsi a noi diversi compagni di strada. È interessante, se vuoi, guardare il profilo dei nostri followers sui social. Alcuni sono chiaramente orientati “a sinistra”, quello che interessa loro è il nostro accento su alcuni temi come i migranti, l’Islam italiano, le rivoluzioni del 2011, la musica, la letteratura e il cinema arabo, che tra l’altro ci restituiscono un’immagine di quelle società molto diversa da quella dominante, meno religiosa, più secolarizzata e molto angosciata. Altri invece stanno “a destra”, per loro conta soprattutto il lavoro che facciamo sui cristiani orientali e lo studio serio dell’Islam e dei grandi pensatori musulmani, l’attenzione alla tradizione e alla sua continuità. Per me questa community variegata, a cui tra l’altro appartengono anche diversi musulmani, soprattutto giovani, è un ottimo segnale, vuol dire che non siamo facilmente incasellabili. E che andiamo a raggiungere anche i famosi “lontani”, forse più loro che realtà da cui, per storia, sarebbe naturale attendersi una maggiore sintonia e valorizzazione.

 

Il nostro è un tempo di rapporto tra culture, questo lo dicono tutti. Secondo te, quali parole e idee vanno tenute presenti per non perdere la bussola?

 

Un po’ ho già risposto nella domanda precedente. Direi che dobbiamo capire due cose: primo, il Cristianesimo trascende ogni cultura. Questo ci deve rendere molto liberi e sereni quando vediamo che una cultura, come la nostra occidentale, attraversa una grande crisi. Pensiamo alla questione demografica oggi in Italia. Se continua così, tra un secolo non è che non ci sarà più la cultura italiana, semplicemente non ci saranno più gli italiani. Ora per fortuna, dopo tanti sbandieramenti retorici, sembra che il tema sia finalmente entrato nell’agenda politica, con alcuni provvedimenti concreti come l’assegno familiare. Comunque, anche se non è piacevole, il cristiano può attingere alla sua fede la forza per attraversare anche questi momenti di declino, cercando di sostenere l’esistente, la vita sociale – l’opzione intimistica non mi ha mai attirato – e teso a cogliere l’emergere di qualcosa di nuovo. In questo Ambrogio è un modello insuperato. Dall’altro però – ed è la seconda considerazione – non si può nemmeno lavarsi le mani della parola “cultura”, quasi fosse un lusso di cui si può fare a meno. Il Cristianesimo infatti passa sempre attraverso un popolo e la sua cultura, la sua interpretazione culturale come dico io, che non lo esaurisce mai, ma senza la quale si resterebbe su un piano astratto. Come disse San Giovanni Paolo II, «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

 

È su questo sfondo che possiamo capire anche il rapporto tra la/le culture cristiane e quelle non cristiane. Dal momento che nessuna interpretazione culturale esaurisce tutta la ricchezza dell’evento di Cristo, anche una cultura non-cristiana mi può richiamare a riscoprire o approfondire elementi che avevo dimenticato, messo tra parentesi o non ancora compreso nella mia fede. Faccio un esempio molto terra terra. Si è appena concluso il Ramadan, il mese del digiuno musulmano. Quando invito un mio collega di lavoro a bere un caffè alla macchinetta e mi dice «grazie, ma è Ramadan» o quando invito un mio compagno di scuola a mangiare la pizza e mi risponde «facciamo dopo il tramonto, sennò vi devo guardare mangiare», come cristiano sono richiamato a una realtà, il digiuno, che è centrale anche nell’esperienza biblica e nella vita di Gesù – i quaranta giorni nel deserto sono stati la premessa necessaria a tutta la sua missione pubblica! – e che noi abbiamo oggi quasi completamente rimosso.

 

Vale anche il contrario, il processo va nelle due direzioni. Ad esempio è indubbio che il rifiuto della violenza nel nome di Dio che il Cristianesimo ha introdotto nel mondo, nel momento in cui Gesù si è identificato con la vittima e non con i carnefici, comincia a portare i propri frutti anche nelle altre civiltà. Oppure pensiamo al movimento di abolizione della schiavitù. Perché oggi la sorte delle donne yazìde fatte schiave da ISIS ripugna ai musulmani mentre le fonti storiche ci dicono che questi fatti sono stati moneta corrente nella storia del Medio Oriente, giù giù fino al genocidio armeno-siriaco e oltre? Non mi sembra forzato vederci un influsso cristiano, fino ad arrivare a situazioni di musulmani così prossimi al Vangelo, pur senza un’esplicita adesione, da rendere molto difficile la loro classificazione.

 

Tu hai lanciato in Italia il termine “meticciato”. Che cosa intendi con questo? Qual è il suo presupposto culturale?

 

Il meticciato è un dato di fatto. Oggi questo processo è più evidente che quando abbiamo cominciato a parlarne. È un mescolarsi di culture che ricorda, per quanto riguarda il Mediterraneo, il mondo tardo-antico. Pensiamo ai giovani musulmani italiani, su cui Oasis ha avviato da tempo un progetto di ricerca, e ai modi in cui vivono una doppia appartenenza, fino al livello del vestiario e del cibo. Ci sono tanti film che raccontano questo stare in mezzo, che può essere lacerante, non abbastanza egiziani per gli egiziani – per fare un esempio – non abbastanza italiani per gli italiani. Fin qui è un fatto innegabile, tutti gli studi sociologici ci mostrano questa dinamica, perfino in chi vive forme fondamentaliste, che normalmente non sono un semplice recupero della tradizione, ma una loro vera e propria invenzione.

 

Al tema del meticciato come processo innegabile aggiungo però sempre un’altra notazione, dico cioè che va orientato. Intendo con questo che ci sono delle modalità di vivere la doppia appartenenza che funzionano e hanno un futuro e altre che non dureranno. Su questo a volte si osserva una certa ingenuità: non è che il fatto di portare il velo e i jeans, mettere il Parmigiano sulla pasta e al tempo stesso acquistare carne halal, parlare dialetto bergamasco e andare in pellegrinaggio alla Mecca sia di per sé garanzia di un processo riuscito di negoziazione delle identità, come dicono i sociologi. A volte sono soluzioni ibride destinate a soccombere nella grande agorà globale in cui siamo tutti immersi.

 

Qual è allora il criterio che permette di distinguere tra manovre di bricolage identitario di corto respiro e forme culturali destinate a durare, com’è stato il meticciato tra cultura ispanica e india nell’America Latina? Per me oggi il criterio politico è l’accettazione convinta della libertà religiosa, su cui ho anche scritto un libro quand’ero Arcivescovo di Milano, in occasione dell’anniversario dell’editto di Costantino. Garantito lo stabile paragone tra coscienza e verità, sulla base di Dignitatis humanae, in una società plurale come quella attuale devo chiedere che la mia fede sia riconosciuta anche pubblicamente, ma accettando che, a livello pratico, sia possibile sia entrarne che uscirne. Alla fine la differenza tra una religione e una setta è questa. Per la setta, se esci dal gruppo sei morto (a volte non solo per modo di dire). Per la religione, resti un fratello per cui pregare. Sappiamo che su questo l’Islam fa molta fatica, è senza dubbio tentato dal settarismo, che genera sempre violenza. Io penso che la libertà religiosa, su cui in Italia manca ancora una legge, sia il vero tema di cui parlare oggi, forse anche più dello ius soli.

 

C’è un’altra questione che mi è sempre piaciuta molto. Tu parli di differenza e non diversità. Volevo chiederti che cosa intendi con questo termine.

 

Per capire questa questione è decisivo considerare attentamente l’esperienza comune, integrale ed elementare, che ogni uomo è chiamato a vivere per il fatto stesso di esistere in un corpo sessuato. Si tratta anzitutto di comprendere tutto il peso della singolarità della differenza sessuale. Una delle radici della crisi del matrimonio nasce proprio dalla confusione intorno a questa dimensione fondamentale dell’esperienza umana, per cui ogni uomo è situato come singolo entro la differenza sessuale. Misconoscerne l’insuperabilità significa appunto confondere il concetto di differenza con quello di diversità. E infatti al binomio identità-differenza la cultura contemporanea sostituisce spesso il binomio uguaglianza-diversità.

 

La giusta promozione dell’uguaglianza tra tutte le persone, soprattutto tra l’uomo e la donna, ha spesso condotto a considerare come discriminante la differenza. L’equivoco sta nel fatto che differenza e diversità non sono, a ben vedere, sinonimi. Denominano, almeno dal punto di vista antropologico, due esperienze umane profondamente dissimili. Ci può aiutare il ricorso all’etimo originario dei due vocaboli. La parola diversità ha la sua radice nel latino di-vertere. Identifica, normalmente, il muoversi del soggetto in un’altra direzione rispetto ad un altro soggetto. Diversi quindi sono due o più soggetti autonomi che possono entrare in relazione o andare in direzioni opposte, restando nella loro autonoma soggettività. La diversità mette pertanto in campo la relazione interpersonale. Per esempio, diversità tra un tedesco e un italiano, tra un milanista e uno juventino…

 

Differenza invece proviene dal verbo latino dif-ferre che, nel suo livello più elementare, indica portare altrove, spostare. La differenza rimanda a una realtà intrapersonale, è qualche cosa che riguarda la persona singola nella sua identità costitutiva. L’apparire di un individuo dell’altro sesso “mi porta altrove”, “mi sposta” (differenza). Ogni singolo si trova iscritto in questa differenza ed ha sempre di fronte a sé l’altro modo, a lui inaccessibile, di essere persona.

 

Come la Chiesa sta affrontando la questione degli immigrati? In Italia da un lato si percepisce il ricorrente appello al buon cuore, dall’altro una crescente chiusura. Quale posizione culturale ti sembra possa aiutare ad affrontare la questione da cristiani?

 

L’atto di migrare – ricorda il Papa – è oggetto di due diritti: quello ad andarsene dal proprio Paese se la vita diventa insostenibile (pensiamo alla Siria o oggi al Sahel devastato dai jihadisti), ma anche quello a restare nel proprio Paese. Su 100 persone, sono convinto che almeno 90, se solo potessero, rimarrebbero volentieri nel paese in cui sono nate. Come comunità politica dobbiamo creare le condizioni per cui questo accada, come Chiesa dobbiamo richiederlo con forza. Infine, terzo elemento, c’è un diritto anche delle società di arrivo: oltre certi limiti l’afflusso di migranti non è sostenibile e finisce per generare solo più povertà per tutti. Ad esempio, si cita sempre il Libano come esempio di accoglienza verso i rifugiati siriani ed è assolutamente vero, ci sono state scene ammirevoli, ne ho viste anch’io alcune andando a Beirut. Però non c’è stata alcuna politica, anche a causa della profonda divisione tra i partiti libanesi, della corruzione e più in generale della situazione internazionale, e alla fine non è stata la Siria a risollevarsi, ma il Libano ad andare a fondo. È una lezione da meditare.

 

Legato a questo: i due modelli tradizionali europei (multiculturalismo e assimilazionismo) funzionano ancora o bisogna fare un passo avanti?

 

I due modelli sono una pura astrazione teorica e in realtà a livello pratico producono delle politiche molto simili. Se guardo la Gran Bretagna o la Francia, i paladini delle due posizioni rispettivamente multiculturale e assimilazionista, non a livello delle dichiarazioni, ma delle scelte politiche di fatto, non vedo una così grande differenza nel rapporto con i musulmani. In ogni caso, i due modelli non funzionano, come ormai dicono tutti, perché cercano di porsi su un terreno universale astratto, valoriale, che però si fatica sempre a definire. Come i famosi valori europei, che nessuno sa veramente che cosa siano, anche se adesso, con i Recovery Plan, abbiamo finalmente una cartina di tornasole per individuarli: sono quelli su cui si mettono dei soldi, il resto è retorica.

 

A ogni modo, mi sembrerebbe molto più costruttivo partire dalla tradizione europea cristiana e umanistica e affermare che è in forza di quella e nei limiti di essa che siamo disposti ad accogliere i musulmani e i membri di altre religioni o culture. Insomma, la questione è sempre quella delle radici dell’Europa, ancora una volta dell’universale nel particolare. Sarà un caso che la crisi dell’Unione Europea come progetto politico cominci proprio nel momento in cui dice no alla richiesta di Giovanni Paolo II di riconoscere il proprio passato? Sarà un caso se è la Francia, cioè il Paese che con il proprio passato, con le terribili violenze rivoluzionarie, non ha mai fatto i conti, il luogo in cui il rapporto con i musulmani è oggi più teso?

 

Moschee e chiese. Ho spesso l’idea che frequentano di più i musulmani che i cristiani, anche in Italia. Mi chiedo che Islam è quello che trovano in moschea.

 

Dobbiamo distinguere con chiarezza tra società islamiche, in cui l’adesione religiosa è richiesta dal contesto sociale e a volte anche dalla legge, e società occidentali, in cui è frutto di una libera scelta, pur considerando che comunque una pressione familiare e di gruppo esiste. Emergono due quadri molto diversi: dalla quasi universalità della pratica religiosa, si passa a un’adesione consapevole, con livelli molti diversi. In Occidente, dicono gli studi, il Ramadan è la pratica più diffusa tra i musulmani, molto meno la regolarità nelle cinque preghiere. In un’intervista a Oasis di qualche anno fa, il mufti di Bosnia stimava i musulmani “praticanti” (cioè che rispettano tutte le prescrizioni cultuali) al 20-25% della sua comunità.

 

Sono comunque numeri maggiori di quelli delle nostre parrocchie. In questo senso penso sia opportuno interrogarsi sulla modalità di trasmettere la fede. Di solito alle spalle di un giovane o una giovane musulmana praticante c’è un modello familiare che tiene, un padre o una madre guardati con rispetto e ammirazione. Poi arriva anche la moschea, so che in molti posti si stanno organizzando per fornire un’istruzione religiosa, magari impartire qualche nozione di arabo. Ma il punto di partenza è una famiglia che tiene, una moralità che a volte si traduce anche in un successo professionale, perché, come ha mostrato Weber, un certo tipo di etica del lavoro e dell’impegno personale ha anche degli effetti concreti: meno tempo buttato via, meno soldi sprecati, una maggiore resistenza nei momenti di difficoltà etc. Da questi ambienti possono uscire persone di grande valore e altre un po’ rigide, a rischio moralismo o pietismo, ma non i terroristi. Quelli normalmente sono in rottura con la loro cultura di partenza, spesso provengono da situazioni di disagio sociale, delinquenza, carcere.

 

Che realtà ci sono di rapporto tra cristiani e musulmani nel nostro Paese? Tu ne conosci?

 

Su questo non posso che invitarti a esplorare il sito di Oasis, in particolare le pagine sull’Islam italiano: troverai molte sorprese.

 

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