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Isis e la minaccia al patrimonio architettonico cristiano

In Siria lo Stato Islamico causa l’esodo delle minoranze e mette a rischio l’esistenza di antichi luoghi sacri e di culto

Il centro culturale di Kassab bruciato dai terrroristi. Foto: Latakia News Network

Riportiamo ampi stralci di un articolo comparso su Œuvre d’Orient, n. 781 (ottobre-novembre-dicembre 2015), pp. 335-343, che spiega la situazione non soltanto delle comunità cristiane in Siria minacciate dall’estremismo dello Stato islamico, ma anche le condizioni e i rischi per i luoghi sacri e l’architettura cristiana in quel Paese.

 

 

(…)

 

 

Aleppo, la seconda città più importante dell’Impero ottomano dopo Istanbul, sviluppò nel XVI secolo un quartiere cristiano che contava numerose chiese. I bombardamenti, che dal 2011 e soprattutto ad aprile e maggio 2015 hanno mirato particolarmente questa parte della città, hanno danneggiato gravemente le cattedrali maronita, melkita, armena, cattolica, e distrutto completamente la chiesa armena gregoriana dei 40 martiri che custodiva delle splendide icone. La chiesa evangelica è stata distrutta dagli esplosivi. I numerosi rapimenti di cittadini cristiani hanno ridotto questa comunità a 50000 persone. I vescovi siriaco non-calcedoniano e greco-ortodosso sono stati rapiti due anni fa insieme a centinaia di parrocchiani. Da allora non se ne hanno più notizie.

 

 

Homs fu per lungo tempo meta di pellegrinaggio a San Giovanni Battista cui era dedicato un santuario. A Homs, fin dal IV secolo, i siriaci non-calcedoniani possedevano una chiesa dove sarebbe stata custodita la cintura della Vergine, e sempre a Homs all’inizio del XX secolo aveva risieduto il patriarca di questa comunità, prima di insediarsi a Damasco. La chiesa della Vergine fu ricostruita nel XIX secolo in stile “selgiuchide”, caratterizzato dall’alternanza di pietre nere e bianche “ablaq”. Questa basilica purtroppo è crollata sotto i recenti bombardamenti.

 

 

I miliziani di Jabhat al-Nusra hanno occupato Kassab, piccola città montagnosa a nord-ovest della Siria, in prossimità del confine turco, dove si erano stabilite famiglie armene discendenti delle vittime del genocidio del 1915. Gli abitanti sono fuggiti a Lattakia. […]

 

 

Maalula, 55 chilometri a nord di Damasco, ha una popolazione mista, due terzi cristiana e un terzo musulmana. Il convento melkita di San Giorgio e San Bacco, che dall’alto domina l’agglomerato, conserva un altare del IV secolo e alcune icone preziose; poco sotto, il convento ortodosso di Santa Tecla è una meta di pellegrinaggio tradizionale per tutti gli ortodossi arabofoni. I miliziani di Jabhat al-Nusra, che hanno occupato Maalula dall’inizio di settembre 2013, hanno saccheggiato i due conventi, decapitato la statua della Vergine, rapito e portato a Yabroud diciotto suore, liberate solamente nel marzo 2014 in Libano in seguito al rilascio di centocinquanta prigionieri islamisti. Tre giovani cristiani sono stati giustiziati per essersi rifiutati di apostatare. L’esercito siriano ha ripreso la città l’11 settembre e i luoghi di culto sono stati ricostruiti.

 

 

Mar Musa (San Mosé), nei pressi di Homs, è un monastero dei siro-cattolici. Il monastero era in stato di abbandono quando il gesuita padre Paolo Dall’Oglio si è insediata negli anni ’80 e, con l’aiuto di alcuni restauratori italiani, ha portato alla luce alcuni affreschi del VI secolo dai colori bellissimi. Qui è nata una comunità che ha preso il nome di al-Khalil (Abramo) e organizzava sessioni di dialogo islamo-cristiano di grande successo. Purtroppo padre Paolo è scomparso a Raqqa nel 2013 nel corso di un presunto scambio di prigionieri e la Comunità, a causa dell’insicurezza nella regione, non è riuscita a sopravvivere. […]

 

 

Sednaya, 80 chilometri a nord di Damasco, nel massiccio di Qalaun, è da lungo tempo una meta di pellegrinaggio alla Vergine di cui una chiesa possiede un’antica icona nascosta agli sguardi. I pellegrini arrivavano dalla Siria, dal Libano, dalla Giordania e dall’Iraq. Le monache ortodosse, anche definite “hajja”, come le musulmane, accoglievano molte famiglie cristiane e musulmane che andavano a pregare la Vergine. […]

 

 

 

 

Nel Medioevo San Simeone era un luogo di pellegrinaggio consacrato allo stilita e taumaturgo Simeone, vissuto su una colonna dal 415 al 459. Questo santuario, il più grande d’Oriente prima che fosse costruita Santa Sofia a Costantinopoli, ricopriva una superficie di 12000 m2. L’Itinéraire redatto da un pellegrino anonimo di Bordeaux nel V secolo mostra che i pellegrini occidentali si recavano via mare ad Alessandria, poi in Sinai prima di raggiungere Gerusalemme, e facevano ritorno passando per San Simeone, edificio dotato di tre foresterie e della famosa chiesa cruciforme fatta costruire dall’Imperatore Zenone attorno alla base della colonna del santo stilita. I miliziani di Jabhat al-Nusra l’hanno occupato e depredato.

 

 

Yabroud, oggi come ieri luogo di nascita di intellettuali e studiosi melkiti (Nicolas Sarkis, specialista di petrolio, Boutros Hallaq), possedeva delle belle chiese antiche. Jabhat al-Nusra ha occupato e fatto della città il suo quartier generale, mettendo in fuga la maggior parte dei suoi abitanti e causando ingenti danni alle chiese e al loro arredamento. Le icone sono state mandate a Damasco per essere riparate.

 

La parte orientale della Siria, occupata dall’Isis, ha visto la popolazione fuggire verso la Turchia o la Siria occidentale in condizioni disumane. Quanto agli edifici religiosi sono stati saccheggiati se non demoliti.

 

 

Il 22 settembre 2014 a Deir Ezzor i miliziani dell’Isis hanno fatto saltare il mausoleo del Memoriale armeno del genocidio ottomano (…).

 

 

Hassaké è assediata da diversi mesi nel tentativo di “svuotare la città dei cristiani”, come annunciano ogni giorno all’altoparlante i mercenari dell’Isis. Gli abitanti sono i discendenti degli assiri iracheni massacrati dall’esercito iracheno nel 1933 e accolti in Siria dai generali francesi, tra cui quello che sarebbe diventato il generale Pierre Rondot. Due città furono create per accoglierli: Hassaké e Qamishli.

 

 

I trentaquattro villaggi assiri che sorgevano nei dintorni, lungo l’Eufrate e il Khabour, si sono svuotati dei loro abitanti a causa dell’insicurezza generata dalle bande armate dei takfiristi (islamisti). La Turchia ha chiuso le frontiere ai rifugiati cristiani rendendo difficile la loro fuga. […]

 

 

Quanto ai cristiani di Raqqa, è loro vietato suonare le campane della chiesa e devono pagare la jizya, pari a 17 grammi d’oro a testa per i più ricchi e 4,5 grammi d’oro per i poveri. A differenza dei cristiani di Mosul, quelli di Raqqa non sono espulsi e per il momento sembra abbiano conservato i loro beni.

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