Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba
Ultimo aggiornamento: 30/01/2026 16:10:10
Il rischio di un conflitto tra Iran e Stati Uniti continua a suscitare una grande preoccupazione su tutti i media arabi. Persino quotidiani che tradizionalmente si collocano su fronti opposti, questa volta esprimono unanime apprensione per le conseguenze che una guerra tra i due storici nemici genererebbe in tutto il Medio Oriente.
Un potenziale attacco americano all’Iran segnerebbe «il passaggio da una logica di deterrenza reciproca a una logica di scontro aperto dall’evoluzione e dalla violenza imprevedibili», osserva il politologo egiziano ‘Amr Hamzawi su al-Quds al-‘Arabi. Peraltro, «quasi certamente la risposta iraniana non si limiterebbe a un singolo teatro o agli obiettivi diretti degli Stati Uniti, ma assumerebbe un carattere regionale multiforme, esponendo i Paesi confinanti, i corridoi energetici e la navigazione marittima nel Golfo, nel Mar Rosso e persino nel Mediterraneo orientale a rischi senza precedenti». L’Egitto, spiega Hamzawi, teme che un conflitto comprometta i traffici marittimi nello stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, con effetti diretti sul Canale di Suez. L’Arabia Saudita paventa ritorsioni iraniane, dirette o indirette, sia sotto forma di attacchi agli impianti petroliferi sia attraverso la destabilizzazione di aree regionali sensibili. Inoltre, uno scontro con l’Iran metterebbe a rischio la realizzazione dei progetti della Vision2030, che presuppongono un contesto regionale stabile. Gli Emirati guardano con apprensione alle possibili ricadute sulla loro economia, mentre la Turchia teme che la guerra possa innescare nuove ondate di instabilità in Iraq e in Siria, con conseguenze sulla questione curda e sulla sua sicurezza interna. Tuttavia, spiega Hamzawi, il Paese che avrebbe forse più da perdere è il Qatar: un attacco all’Iran vanificherebbe gli sforzi diplomatici compiuti finora da Doha e, più in generale, ne indebolirebbe il ruolo di mediazione, rafforzando la logica della forza. Inoltre, esporrebbe il Paese al rischio di attacchi diretti sul proprio territorio, dato che ospita basi militari statunitensi. I Paesi della regione, conclude Hamzawi, «sono uniti nella convinzione che il Medio Oriente non possa più sopportare grandi avventure militari imposte dall’esterno e che il costo delle guerre superi di gran lunga qualsiasi potenziale beneficio. Inoltre, questi Paesi sono sempre più scettici sulla capacità degli Stati Uniti di gestire le conseguenze di un attacco».
In un articolo pubblicato venerdì 30 gennaio su al-‘Arabi al-Jadid (quotidiano di proprietà qatariota), Ziad Barakat dà per certo l’attacco americano, con la sola incognita della tempistica. Secondo il giornalista palestinese, Trump replicherà il «precedente Maduro», una strategia «volta a colpire il capo del regime, assassinandolo o arrestandolo, senza smantellare però il regime nel suo complesso, contando sulle successive dinamiche di cambiamento interno». Questo approccio privilegia un intervento militare minimo, accompagnato però da una massiccia mobilitazione militare. Quest’ultima, osserva Barakat, ha spesso una funzione psicologica: una dimostrazione di forza e, forse, anche la creazione di un’immagine, in primo luogo quella del presidente americano. Se Trump deciderà di attaccare, prosegue l’articolo, Ali Khamenei sarà il primo obiettivo. Come nel caso Maduro, «assassinare Khamenei o “farlo sparire” rimuovendolo dalle equazioni di influenza e potere all’interno del Paese creerebbe nuove dinamiche che potrebbero essere accelerate per smantellare il regime dall’interno, senza la necessità di ripetere il modello dell’invasione dell’Iraq, trasformatasi in un’occupazione con l’obiettivo di cambiare il regime e non solo di rovesciarlo». Queste strategie possono apparire “ibride” perché non raggiungono il livello di una guerra e non si concentrano sui concetti di vittoria e sconfitta, ma sul raggiungimento dell’obiettivo attraverso operazioni chirurgiche riducendo al minimo le perdite tra le forze americane. In ogni caso, prosegue Barakat, «il possibile attacco americano può considerarsi più israeliano che americano, anche se Tel Aviv non vi prende parte direttamente». La caduta del regime iraniano rappresenta infatti un obiettivo strategico per Israele, perché completerebbe lo smantellamento dell’Asse della resistenza. Dopo la caduta progressiva di diverse «tessere del domino» sotto i colpi israeliani – dall’assassinio del segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah alla fine del regime di Bashar al-Assad in Siria – un tracollo della leadership iraniana non sembrerebbe poi così strana. Il giornalista esclude tuttavia che Trump possa agire in risposta alla repressione interna e all’elevato numero di manifestanti uccisi da Teheran nelle ultime settimane, ritenendo invece che le sue scelte siano dettate principalmente da calcoli e priorità israeliane.
Sulle pagine del quotidiano filo-emiratino al-‘Arab, il giornalista siriano ‘Ali Qasim mette a confronto la strategia adottata oggi dall’America nei confronti dell’Iran con quella che usò nei primi anni 2000 in Iraq. «Dall’Iraq all’Iran, gli Stati Uniti sembrano ricorrere allo stesso linguaggio politico e mediatico: la presunta minaccia, la narrazione morale, le alleanze internazionali e l’attesa che maturino le condizioni adatte. La differenza oggi è che il mondo è molto più frammentato e un attacco all’Iran non significherebbe solo un cambio di regime, ma potrebbe aprire la porta a un caos regionale molto più grande di quello seguito alla caduta di Baghdad. Ciononostante, la somiglianza tra le due traiettorie è preoccupante e impone di leggere quanto sta accadendo in Iran non solo come una crisi interna, ma come una replica in chiave nuova dello scenario iracheno». Tuttavia, conclude Qasim, le somiglianze tra Iraq e Iran non implicano necessariamente lo stesso esito: l’Iraq era uno Stato indebolito da sanzioni prolungate, mentre l’Iran ha risorse economiche, militari e alleanze regionali che rendono un attacco a suo danno molto più rischioso per la stabilità regionale.
Sul sito d’informazione libanese Asasmedia, oggi (venerdì 30 gennaio) la giornalista Malak Jaafar ‘Abbas scrive che la strategia più probabile adottata dagli Stati Uniti sarà quella dello «strangolamento intelligente». Questo approccio, spiega, «combina il mantenimento di una minaccia militare con operazioni informatiche e misure di sicurezza ed economiche, mirate e continuative, volte a colpire i sistemi di comando e controllo, generando paralisi e confusione all’interno dello Stato profondo». L’obiettivo non è una distruzione su vasta scala, ma l’erosione progressiva della capacità di coordinamento e decisione del regime iraniano, lasciandolo esposto a un logoramento interno graduale. Questa è un’opzione flessibile, prosegue l’articolo, che può essere intensificata o attenuata, e dà la possibilità ai mediatori regionali di ridefinire gli equilibri, riducendo al contempo la capacità dei Guardiani della Rivoluzione di controllare il processo decisionale.
I media sauditi si schierano apertamente contro ogni potenziale conflitto mettendo in guardia dalle conseguenze disastrose che esso potrebbe avere sui Paesi del Golfo, «in prima linea nel teatro di guerra», come scrive su al-Sharq al-Awsat l’ex direttore del quotidiano ‘Abdel Rahman al-Rashid, e valorizzano al contempo il ruolo di mediazione svolto da Riyad. Al-Rashid ripercorre i rapporti tra Riyad e Teheran, ricordando che la Teheran dello Shah aveva buone relazioni con i Paesi vicini e che il deterioramento dei rapporti è iniziato con il regime degli Ayatollah. Oggi, prosegue il giornalista, «le sei capitali del Golfo sono consapevoli di non poter sostenere il regime né provocarne il cambiamento. L’evento è più grande di loro e le ripercussioni pericolose. In caso di guerra, tutto sarebbe possibile: dal collasso del sistema a un colpo di Stato, dalla tenuta del regime fino a un suo possibile rafforzamento. I rischi sono enormi e non paragonabili all’invasione dell’Iraq e al rovesciamento del regime di Saddam Hussein, avvenuta in maniera rapida e semplice. Un eventuale crollo dei pilastri del regime di Teheran aprirebbe un vuoto pericoloso per tutti, ma se il regime dovesse sopravvivere, ne uscirebbe più forte di prima». I governi del Golfo, conclude al-Rashid, hanno scelto di non partecipare all’operazione. Questa decisione «non costituisce una delusione per l’alleato americano, il quale dispone di risorse militari e accordi con i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, anzi, preferisce evitare un allargamento del fronte che gli richiederebbe maggiori sforzi difensivi». Al-Rashid conclude osservando che l’eventualità di attacchi iraniani alle infrastrutture degli Stati del Golfo resta al momento poco probabile, ma non può essere esclusa del tutto.
Sullo stesso quotidiano, l’analista politico saudita Hasan Almustafa elogia la leadership di Riyad che negli sforzi compiuti per incoraggiare l’Iran verso una politica estera più equilibrata «persegue un duplice interesse: nazionale per il Regno, e regionale». L’Arabia Saudita, osserva il giornalista, intende mantener fede all’Accordo di Pechino del 2023, che ha sancito il riavvicinamento tra Riyad e Teheran con la mediazione cinese, e in quest’ottica ha annunciato che non concederà il proprio spazio aereo per eventuali attacchi contro l’Iran. Ciò che contraddistingue la politica saudita, sottolinea Almustafa «è non essere rimasta prigioniera del passato, ma aver adottato una diplomazia basata sul contenimento e sulla comprensione, incentivando l’Iran a rivedere la propria politica estera, e offrendo prosperità economica e cooperazione regionale come alternativa alle politiche di escalation e di esportazione della rivoluzione».
Il nuovo ordine “immobiliare” comincia da Gaza [a cura di Claudia Catanzaro]
Uno dei temi più discussi dalla stampa araba questa settimana è il Board of Peace, l’organizzazione per la gestione e la ricostruzione della Striscia di Gaza voluta dal Presidente americano Donald Trump e formalmente approvata la settimana scorsa durante il World Economic Forum di Davos. Il tema più discusso dai commentatori arabi è ben riassunto da una domanda che lo scrittore libanese Samir Atallah pone sul quotidiano panarabo saudita al-Sharq al-Awsat: «ma dove sono le Nazioni Unite, i princìpi e le procedure internazionali?»
Molteplici (e praticamente inevitabili) sono infatti i parallelismi tra il Board of Peace e le Nazioni Unite. Ali Anouzla, giornalista e scrittore marocchino, afferma sulla testata di proprietà qatariota al-‘Arabi al-Jadid che una certa corrispondenza si può notare già a partire dallo statuto del comitato, che menziona come obiettivo «la realizzazione di una pace duratura nelle aree di confitto o esposte al rischio», ricalcando in modo pressoché identico le finalità dell’ONU. La differenza, osserva l’autore, è da ricercarsi nell’origine delle due organizzazioni, perché il Board of Peace non è il risultato del multilateralismo internazionale, ma nasce «dalla volontà di una sola persona affetta da una smisurata ipertrofia dell’ego che considera le istituzioni delle Nazioni Unite un peso ed esprime apertamente il proprio disprezzo per il diritto internazionale». Lo statuto descrive «un organismo modellato su misura per una sola persona, come se si trattasse di un club privato: un club di oligarchi internazionale per governare il mondo». Anouzla titola infatti il suo articolo «il club di Trump». La contraddittorietà del Consiglio di Pace emerge anche dalla sua stessa struttura: l’adesione dei membri non segue criteri democratici o di rappresentanza, ma «si fonda sul denaro e sulla lealtà politica, anzi personale, nei confronti del Presidente», dato che implica il pagamento di cifre superiori al miliardo di dollari. Riferendosi poi a Benyamin Netanyahu e Tony Blair, associato alla guerra in Iraq del 2003, Ali Anouzla non solo definisce i partecipanti «moralmente e politicamente controversi», ma sottolinea anche che nella maggior parte dei casi provengono da Stati non democratici o regimi autoritari. Il paradosso più clamoroso, secondo l’autore, riguarda però gli obiettivi del progetto di Trump per la ricostruzione di Gaza: quest’ultima non viene menzionata esplicitamente e la struttura non prevede alcuna rappresentanza palestinese. Di conseguenza, «il progetto finisce di fatto per marginalizzare la questione palestinese e per trasformare la ricostruzione di Gaza in un dossier d’investimento, gestito con il linguaggio del mercato e dello sviluppo immobiliare». La logica del progetto, continua il giornalista, diventa chiara solo tenendo in considerazione la psicologia di Trump, il quale «mostra da anni tratti di […] narcisismo estremo, oltre a un bisogno costante di esibizione e riconoscimento». Fallita la corsa al premio Nobel per la pace, il Board of Peace è una «compensazione psicologica e una piattaforma nuova per consolidare l’immagine di “costruttore di pace” attraverso la forza e non attraverso il merito e il riconoscimento internazionale». I pericoli, conclude Anouzla, si manifesteranno soprattutto nel breve periodo e sono legati anche questi all’«ego smisurato» di Trump, che «non conosce limiti, né legali, né morali», e che potrebbe portare il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale. Il giornalista invita infine alla resilienza: è necessario resistere ai «capricci» del Presidente americano per «proteggere ciò che resta di criteri giuridici ed etici che permettano all’essere umano di aggrapparsi alla fede nella giustizia e nella pace».
«In che misura il Consiglio di Pace riuscirà a creare un’alternativa?», titola l’ex membro del parlamento egiziano Amr al-Shobaki su al-Sharq al-Awsat. Partendo nuovamente dal paragone con le Nazioni Unite, l’autore propone una riflessione iniziale più neutrale sul Board of Peace, che definisce «un tentativo di fondare un nuovo ordine internazionale attraverso la demolizione delle vecchie istituzioni internazionali, in particolare le Nazioni Unite». L’intero articolo di al-Shobaki verte intorno all’idea secondo cui, come in altre occasioni nella storia, «il “fallimento del vecchio”» serve a «legittimare il nuovo». Infatti, così come la Società delle Nazioni ha fallito nell’evitare la Seconda Guerra Mondiale, anche le Nazioni Unite si sono caratterizzate per un’azione «blanda e inefficace, e molte delle loro decisioni sono rimaste sostanzialmente lettera morta»; per questo motivo Donald Trump, ispirato dalla stessa idea, ha invitato gli Stati firmatari dello statuto dell’ONU ad «avere il coraggio di separarsene». Tuttavia, nonostante il Presidente americano abbia in una certa misura ovviato all’immobilità delle Nazioni Unite proponendo qualche soluzione alternativa per la Striscia di Gaza, al-Shobaki riconosce la problematica assenza di unanimità dietro il Board of Peace: «non ha raccolto consenso e persino la maggior parte degli Stati che sono entrati nel Consiglio non desidera che esso diventi un’alternativa alle Nazioni Unite». Nel concludere il suo articolo, l’ex parlamentare prova a rispondere alla domanda che ha scelto come titolo. Pur affermando che il Consiglio di Pace difficilmente riuscirà a costituire un’alternativa all’ONU, riconosce un merito al progetto americano: «ha messo in luce i problemi del sistema internazionale e delle Nazioni Unite e la necessità di riformarle in modo chirurgico, o persino di concordare altre alternative che non ignorino il valore del diritto internazionale e che considerino il business senza legge, trasparenza o responsabilità come un peso per qualsiasi società o sistema internazionale. Di conseguenza, Trump o chiunque altro non può ignorare che il successo stesso dell’America, la sua forza e il suo splendore, si fondano su uno stato di diritto basato su libertà, scienza, innovazione e iniziative individuali, e non solo sul principio del “paga”».
Nel suo articolo su al-Sharq al-Awsat anche Samir Atallah critica la mercificazione di Gaza e accusa il Presidente americano di «ridurre la politica internazionale a fatti e cifre»: «alla guida dell’America e del mondo c’è un uomo che proviene dal mondo immobiliare e vede le cose attraverso la sua esperienza in quel settore». L’autore conclude amareggiato il suo articolo: «Buona fortuna a Gaza, e una splendida riviera a Rafah».
Su al-Quds al-Arabi (letteralmente, “La Gerusalemme araba”), anche lo scrittore originario del Bahrein Saeed al-Shehabi attacca duramente l’inquilino della Casa Bianca in un articolo intitolato «Trump merita il premio “Nobel per la guerra”». Oltre a riproporre la riflessione sulle corrispondenze tra il Board of Peace e le Nazioni Unite, l’autore si sofferma sul contenuto del progetto di ricostruzione di Gaza: «l’essenza del piano è l’espulsione di due milioni di palestinesi da ciò che resta della terra di Palestina», favorendo così le mire espansionistiche di Israele. Secondo al-Shehabi, la soluzione americana è una «delle più ignobili nella storia della questione [palestinese]», «supera il progetto sionista per bruttezza e disumanità» ed è «profondamente illusoria» perché i promotori si stanno concentrando solo sugli aspetti materiali – tra cui gli oltre 50 milioni di tonnellate di macerie – e non sulla realtà politica e di sicurezza. Il pessimismo di al-Shehabi emerge anche attraverso una serie di domande: «qual è l’utilità di ricostruire Gaza se la pace continua a mancare? Che senso ha affrontare le conseguenze dell’aggressione israeliana […] che ci si aspetta continuerà, in assenza di una soluzione giusta per la questione palestinese?». Lo scrittore conclude affermando che Trump potrà avere successo solo se riuscirà prima a porre fine all’occupazione israeliana, e poi a confrontarsi con la devastazione che quest’ultima ha prodotto.
Al-‘Arabi al-Jadid ha invece pubblicato l’intervento di Hani al-Masri, direttore generale del Palestinian Center for Policy Research and Strategic Studies, alla quarta edizione del Forum sulla Palestina, tenutasi dal 24 al 26 gennaio a Doha, in Qatar. Anche al-Masri ha ovviamente commentato la piega che sta prendendo il Board of Peace: «tratta la questione palestinese come una causa puramente umanitaria e di soccorso» e riduce lo Stato di Palestina a una mera «“aspirazione”» anziché a un diritto, rendendo così il futuro politico del popolo palestinese vago e privato del principio dell’autodeterminazione. Il progetto di Donald Trump mira a gestire la crisi senza affrontare le cause profonde del conflitto e questo «non porterà alla pace e alla stabilità, ma a esplosioni, prima o poi», anche perché tratta la «vittima palestinese» da responsabile di quanto ha fatto e causato il «carnefice israeliano». Sebbene lo definisca come un «tentativo di imporre una forma moderna di colonialismo sottoforma di tutela e mandato», al-Masri afferma anche che il Board of Peace non va boicottato o respinto, ma piuttosto valorizzato e circoscritto alle sue funzioni di servizio e assistenza senza sovraccaricarlo di responsabilità politiche che non può assumersi. Il comitato, conclude, deve essere un mero «esecutore di ordini» e non un organo decisionale, perché costituisce l’unica «opzione disponibile in assenza di qualsiasi altra opzione».