Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba
Ultimo aggiornamento: 16/01/2026 15:02:19
Le proteste in Iran preoccupano i Paesi arabi vicini. In generale, l’ipotesi di un cambio di regime non convince, e la prospettiva di un nuovo fronte di instabilità in un Medio Oriente già profondamente trasformato dopo l’attacco del 7 ottobre allarma le monarchie del Golfo. Esse temono che il disordine regionale possa intaccare la loro stabilità e sicurezza e danneggiare i loro interessi economici.
«È molto difficile immaginare un cambio di regime con un altro regime stabile e centralizzato, come è avvenuto nel 1979. Il regime attuale è ideologico, con milioni di custodi della dottrina, indipendentemente dal fatto che costituiscano una minoranza o una maggioranza. Anche ipotizzando un cambiamento radicale, che salvi il Paese da un conflitto prolungato, il volto del sistema alternativo solleverà importanti interrogativi sugli equilibri di potere regionali», scrive il giornalista libanese Obada Alladan sul sito d’informazione libanese Asasmedia.
Al-Quds al-‘Arabi teme uno «scenario apocalittico», che dall’Iran potrebbe coinvolgere tutto il mondo. L’instabilità iraniana «costituisce un serio pericolo per i Paesi arabi del Golfo, a partire dallo stesso Qatar, che con l’Iran condivide il più grande giacimento di gas naturale del mondo, passando per gli Emirati, secondo partner commerciale di Teheran oltre che Paese ospitante una numerosa comunità iraniana. Con gradazioni differenti, ciò vale anche per l’Oman, il Kuwait e il Bahrein, senza contare l’Iraq, che con la Repubblica islamica condivide un’ampia porzione di confini». Questo timore ha spinto le capitali del Golfo ad avviare un’intensa attività politica per impedire uno scontro aperto che «minaccerebbe la sicurezza energetica, la stabilità regionale e la navigazione nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa un’alta percentuale del traffico mondiale di petrolio», conclude l’articolo.
In un editoriale pubblicato sullo stesso quotidiano il 14 gennaio, giorno dell’anniversario della rivolta dei Gelsomini che nel 2011 provocò la caduta del regime tunisino di Ben ‘Ali, il politologo libanese Gilbert Achcar riflette sugli aspetti che accomunano le attuali proteste iraniane e le rivolte della Primavera araba: «La profonda crisi strutturale che affligge l’Iran è simile a quella della regione araba, con un calo dei tassi di crescita economica, strettamente legato alla natura del sistema politico. Ciò porta a una sempre maggiore disoccupazione giovanile e sempre più grandi difficoltà economiche per la popolazione». Un altro fattore che accomuna il caso iraniano a quello arabo è «l’assenza di alternative progressiste», che non possono emergere a causa della repressione esercitata dal regime. Due invece sono gli aspetti che distinguono la situazione iraniana, prosegue Achcar: il regime teocratico, che fa sì che «l’ideologia religiosa di cui si arma il regime dei mullah sia necessariamente più forte delle vecchie legittimazioni laiche dei regimi arabi»; e la storica inimicizia tra Teheran e Washington. Gli Stati Uniti, osserva il politologo, «soffrono ancora per la perdita del regime dello Scià, che costituiva un pilastro delle alleanze regionali», e una delle conseguenze di questa frattura è che «la crisi economica di cui soffre l’Iran non è soltanto il risultato di fattori strutturali, come nel caso degli Stati arabi, ma è anche l’effetto diretto della stretta imposta da Washington». Il risultato di questa combinazione di fattori è che «la società iraniana è più divisa di qualsiasi società araba che abbia conosciuto delle rivolte». Per questa ragione, prosegue l’analisi, un cambio di regime sfocerebbe inevitabilmente in una guerra civile, con esiti potenzialmente catastrofici per l’intera regione. Al tempo stesso, però, finché la crisi strutturale resterà irrisolta, il malcontento popolare è destinato a riemergere: alimentato, nella migliore delle ipotesi, dall’ottimismo evocato dai versi del poeta Abu al-Qasim al-Shabbi contenuti nell’inno nazionale tunisino – «Se un giorno il popolo vorrà la vita, il destino dovrà rispondere» – o, nella peggiore, da una disperazione pronta a tradursi nel martirio, conclude Achcar.
L’ex direttore editoriale del quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, Abdul Rahman al-Rashid, sostiene che l’Iran sia giunto a un punto di svolta. «Per la prima volta dall’arrivo a Teheran del fondatore della Repubblica Islamica, il regime iraniano si trova ad affrontare una crisi esistenziale». L’unico che può salvare il regime dal suo destino è il regime stesso, spiega al-Rashid. Teheran ha perseguito con ostinazione il progetto nucleare, nonostante fosse evidente che non le sarebbe stato consentito di portarlo a compimento, e ora ne paga il prezzo, ritrovandosi «al traguardo nuda e senza deterrenza nucleare». Con la stessa ostinazione, la Repubblica Islamica ha insistito su politiche di destabilizzazione in altri Paesi, una strategia che ha finito per ritorcerci contro di essa e ha condotto al fallimento del suo progetto rivoluzionario. Se il regime vuole salvarsi, conclude al-Rashid, deve porre fine tanto al programma nucleare quanto alle operazioni esterne. Interessante la posizione conclusiva del giornalista, il quale ricorda che per i Paesi arabi la questione dirimente non è tanto il nucleare quanto l’ingerenza di Teheran in Paesi terzi: «Pur offrendo sostegno a Teheran, dobbiamo ricordare che il nostro unico problema con il regime sono le sue interferenze all’estero, che continuano in Libano, Iraq e Yemen, nonostante sia sull’orlo del collasso».
Voce fuori dal coro, l’analista giordano Abdalkareem AlArjan Da’jah su al-‘Arab dà per spacciato il regime iraniano. «A Teheran non c’è più spazio di manovra e l’ultima foglia di fico che copriva la nudità del regime è caduta. Le notizie che provengono dalle strade non parlano di semplici proteste, ma dell’agonia di un regime che ha perso la sua ragion d’essere». Per lungo tempo, prosegue il giornalista, «il regime ha scommesso sulla carta dello “spauracchio esterno”. Pensava che brandire lo spettro del ritorno dello Scià o “il pericolo della guerra civile” avrebbe tenuto gli iraniani nelle loro case. Ma ai generali è sfuggito che la fame è una forza potente e che un popolo che ha visto le proprie infrastrutture bombardate a giugno senza alcuna ritorsione, e la cui ricchezza è evaporata in guerre per procura mentre rovistava nel cestino della spazzatura in cerca di cibo, aveva superato la fase della paura. Lo “spauracchio” del figlio dello Scià è caduto, lo “spauracchio” della divisione è caduto e resta una sola verità: il regime è il nemico, non c’è altro nemico che lui». L’Iran, conclude AlArjan Da’jah, «sta vivendo un momento di verità». Il regime ha esaurito tutte le sue risorse, il popolo ha infranto la barriera della paura e le forze organizzate all’interno del Paese sono pronte a intervenire. Queste non sono semplici proteste, ma l’inizio della fine per un regime che pensava che la sua repressione sarebbe stata eterna.
Decisamente più cauto è il giornalista emiratino Eissa Almarzooqi. È vero, scrive su al-Ayn al-Ikhbariyya, che le proteste in corso in Iran sono diverse da quelle del passato, anche solo perché giungono in un momento di profonda trasformazione regionale. Tuttavia, il crollo di un regime non equivale automaticamente alla nascita di una vita civile e democratica, come dimostrano numerosi precedenti in cui i regimi repressivi sono stati sostituiti da altri ancora più autoritari. Dal punto di vista degli Stati del Golfo, prosegue l’analisi, «un Iran indebolito è preferibile a un Iran frammentato e dal futuro incerto». Le monarchie del Golfo «sono preoccupate per la loro immagine di Paesi stabili in una regione instabile: le minacce iraniane di colpire le basi americane nella regione rischiano di minare questa immagine di stabilità. Il Golfo, sottolinea il giornalista, non vuole una nuova zona di conflitto: l’intera regione è in fiamme e la leadership del Golfo dipende dalla stabilità dei paesi confinanti». Il giornalista non risparmia infine una critica a Trump, ritenuto responsabile della morte di migliaia di manifestanti per averli incoraggiati a proseguire le proteste senza però intervenire. E anche se dovesse intervenire, conclude il giornalista, è difficile immaginare che un attacco aereo possa rovesciare un regime del genere, senza forze interne in grado di intervenire per rovesciarlo.
Il sito d’informazione libanese filo-iraniano al-Mayadeen dà voce alla propaganda iraniana e riporta le dichiarazioni rilasciate alla tv locale da Hassan Khomeini, nipote dell’Imam Khomeini, secondo il quale le proteste in corso sono una cospirazione degli americani e degli israeliani: «Le proteste hanno preso una forma violenta che non si addice alla natura degli iraniani; in passato i nemici avevano cavalcato l’onda delle proteste all’interno dell’Iran, ma questa volta sono stati loro stessi a dare inizio a queste proteste». «I recenti disordini ricordano la modalità “Isis” e sono a servizio dei sionisti; l’obiettivo di Israele è dividere i Paesi della regione».