Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 30/10/2026 16:28:27

Le elezioni israeliane del 27 ottobre non hanno consegnato un vincitore, ma una mappa parlamentare frammentata e un rebus per chiunque debba formare il prossimo governo. Con un’affluenza altissima (circa il 78%), i risultati assegnano 53 seggi al blocco dell’attuale premier Benyamin Netanyahu, 48 a quello guidato da Gadi Eisenkot e 19 ai partiti arabi, che hanno ottenuto un risultato storico. Il Likud è il primo partito con 27 seggi, davanti a Yashar, la formazione di Eisenkot, che si ferma a 21. Nessuno raggiunge i 61 seggi su 120 necessari a formare un governo, per cui ora i vari leader di partito dovranno negoziare una coalizione fatta di compromessi che rischiano di indignare i rispettivi elettori. Se falliranno si tornerà alle urne all’inizio del prossimo anno, con l’attuale governo Netanyahu che resterà in carica per l’ordinaria amministrazione. Sulla carta la soluzione più lineare sarebbe un’alleanza tra Eisenkot e i partiti arabi, 67 seggi in tutto. Ma Eisenkot l’ha sempre escluso, ricalcando in questo le posizioni dell’attuale premier, che di un’intesa del genere parla come di un tradimento dell’anima ebraica dello Stato di Israele.

Le alternative sono un governo di unità con lo stesso Netanyahu, la ricerca di transfughi tra gli oppositori o nuove elezioni. Dopo lo stallo del 2019, Israele votò cinque volte in tre anni e mezzo. Il messaggio delle urne, scrive Herb Keinon sul Jerusalem Post, è stato così confuso che tutti hanno potuto rivendicare la vittoria, semplicemente cambiando il metro di giudizio. Netanyahu, la notte del voto, ha parlato di «una maggioranza chiara e decisiva tra il pubblico sionista, tra icontinua a leggere

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