close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Medio Oriente e Africa

Libano: se questi taceranno, grideranno le pietre

Reportage da un Libano stremato, dove una giungla di segni e dipinti dà voce alle rivendicazioni della popolazione

Questo articolo è pubblicato in Oasis 31. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 07/12/2020 15:41:30

Una giungla di segni, dipinti sui muri di Beirut, dà voce alle rivendicazioni di una popolazione stremata da 30 anni di malgoverno. Nell’ottobre del 2019 i graffiti erano colorati, ironici, rabbiosi e speranzosi come la gente scesa in piazza per chiedere le dimissioni di un’intera classe dirigente. Un anno più tardi, i murales raccontano un Paese drammaticamente impoverito e colpito al cuore dall’esplosione che il 4 agosto del 2020 ha mandato in frantumi, insieme al porto della capitale, le speranze di rinnovamento.

 

Cent’anni dopo la nascita del Grande Libano e 30 anni dopo la conclusione formale della sanguinosa guerra civile non è solo il porto di Beirut a esser saltato in aria il 4 agosto 2020: la crisi politica, economica e sanitaria iniziata nell’ottobre del 2019 è culminata, letteralmente, nell’esplosione e implosione del vecchio patto sociale. Nelle zone più colpite della Beirut nord-orientale sono rimasti in piedi solo i muri. Muri graffitati, che urlano tutto quello che è stato taciuto, si è voluto tacere o è stato messo a tacere per molto, troppo tempo. Se zigzagassimo insieme tra queste pietre e ne leggessimo i graffiti, sentiremmo che oggi ancora, ostinatamente, i libanesi parlano. E, se costretti a tacere, sono i muri a parlare per loro. 

Quartiere di Geitawi. La scritta hurriyya (“libertà”) intrecciata con un uccello in volo (non una fenice!). Autori: Quetzal e Quetzilla

 

Autunno 2019: vogliamo tutto

 

Partiamo dai muri del centro città di Beirut, luogo fantasma (poiché frutto di una speculazione immobiliare elitista) già prima dell’esplosione, prima dei vari lockdown con cui si è risposto anche in Libano al coronavirus. Fu questo l’epicentro della sollevazione popolare libanese nell’ottobre 2019, uno spazio di cui i manifestanti si erano in parte riappropriati. Anche Selim Mawad, artista e attivista libanese, rivendica questi luoghi attraverso i suoi murales raffiguranti tori (in arabo thawr, in assonanza con thawra, rivoluzione) che discutono il difficile rapporto tra confessionalismo e cittadinanza e chiedono le dimissioni in blocco di una classe politica al potere da 30 anni, accusata di malgoverno, clientelismo, corruzione e connivenza.

Downtown. “Il confessionalismo non è la tua religione. Sopprimilo. Ha rovinato la tua e la mia vita”. Si noti il gioco di parole tra religione (dīn) e l’espressione haraqat dīnī wa dīnak, letteralmente “ha bruciato la mia e la tua religione”. Autore: Selim Mawad

Ring (ponte stradale nevralgico del centro di Beirut). La prima scritta, in verde recita “Oh mia magnifica Patria”. Sotto, in nero, qualcuno ha aggiunto: “Il confessionalismo ci ha rovinato (lett. bruciato)”. Foto: Nohad el-Hajj

 

Per continuare a leggere questo articolo devi essere abbonato Abbonati
Sei già abbonato? Accedi