La storia del monastero di Notre Dame de l’Atlas, in Algeria, non si è conclusa con la morte dei sette monaci assassinati nel 1996 e beatificati nel 2018. Quell’esperienza di presenza monastica in terra d’Islam prosegue a Midelt, nella montagna marocchina. Ne abbiamo parlato con fratel Nuno de Sao José, uno dei monaci della comunità
Ultimo aggiornamento: 26/03/2026 09:30:26
A Midelt, nel cuore della montagna berbera marocchina, è presente dal 2000 un monastero trappista in cui oggi vivono cinque monaci di cinque nazionalità diverse. È l’erede del monastero di Notre Dame de l’Atlas di Tibhirine, la comunità che nel 1996 fu travolta dalla violenza del cosiddetto “Decennio Nero” algerino e la cui storia è raccontata nel celebre film Uomini di Dio. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo di quell’anno, sette monaci furono rapiti da una cellula del Gruppo Islamico Armato (GIA) e poi uccisi in circostanze mai chiarite fino in fondo. Nel 2018, i sette dell’Atlante sono stati beatificati insieme ad altri 12 tra religiosi e religiose assassinati tra il 1994 e il 1996. Altri due monaci, padre Jean-Pierre Shumacher e padre Amédée (al secolo Jean Noto), riuscirono a scampare al sequestro e si rifugiarono poi a Fes, in Marocco, in una casa all’epoca annessa al monastero di Tibhirine. Fu proprio a Fes che la comunità di Nostra Signora dell’Atlante si stabilì dopo i fatti del 1996, per poi trasferirsi definitivamente a Midelt nel 2000, dove continua l’opera iniziata in Algeria. A trent’anni dal martirio del 1996, abbiamo parlato della fecondità di questa esperienza con fratel Nuno de Sao José, uno dei cinque monaci della comunità di Notre Dame de l’Atlas di Midelt.
Intervista a cura di Michele Brignone
Quando è arrivato a Midelt?
Nel 2012. Ho avuto la fortuna di conoscere padre Jean-Pierre Schumacher, che viveva qui, mentre padre Amédée era già morto nel 2008. Ho fatto la mia professione solenne nel 2018, l’anno della beatificazione dei 19 martiri dell’Algeria: una grazia particolare.
Quindi ha scoperto la storia dei martiri attraverso la testimonianza di padre Jean-Pierre?
Sì, soprattutto grazie a lui. Prima di arrivare avevo visto il film Uomini di Dio, ma conoscevo molto poco questa storia. È qui che l’ho scoperta. Grazie a padre Jean-Pierre ho potuto abbeverarmi alla fonte del carisma della comunità di Tibhirine. Ho imparato molto da lui sulla storia di Notre-Dame de l’Atlas e sul senso della nostra presenza cristiana in un contesto musulmano.
Trent’anni dopo il rapimento e la morte dei sette monaci di Tibhirine, qual è la fecondità della loro testimonianza dalla sua prospettiva del monastero di Midelt?
Il primo segno, il più evidente, è che la comunità esiste ancora ed è portatrice di vita. Dopo gli eventi del 1996, il futuro di Notre-Dame de l’Atlas era tutt’altro che certo. Eppure, la Chiesa e il nostro Ordine hanno fatto il possibile perché il monastero continuasse a esistere. Non bisogna dimenticare che sette fratelli furono rapiti e uccisi, ma altri erano ancora presenti: due erano sfuggiti al rapimento a Tibhirine e tre si trovavano allora nella casa annessa di Fes. In seguito, altri fratelli li hanno raggiunti. La comunità, dunque, non è mai scomparsa del tutto.
Oggi, trent’anni dopo – anniversario che celebriamo proprio quest’anno – ci siamo ancora: cinque monaci a Midelt, in Marocco. Dopo un periodo di transizione a Fes, con una piccola presenza ad Algeri, tutta la comunità si è riunita qui nel 2001. Un altro elemento significativo è la nostra diversità: siamo cinque fratelli provenienti da cinque Paesi diversi, Francia, Spagna, Polonia, Camerun e Portogallo. Questa dimensione internazionale dice qualcosa della portata del messaggio di Tibhirine. Accogliamo anche numerosi ospiti e visitatori. Alcuni conoscono già la storia dei nostri fratelli martiri. Altri la scoprono qui, attraverso gli incontri e la visita al memoriale. Se Midelt è diventato un luogo della memoria, il monastero è prima di tutto un luogo di trasmissione viva di un tesoro spirituale che ci è stato affidato e che cerchiamo di vivere attraverso la nostra vocazione monastica.
Il priore di Tibhirine, padre Christian de Chergé, parlava del monastero come di un «relitto cistercense in un oceano d’Islam». Si può dire che la vostra situazione in Marocco sia paragonabile? Che cosa significa oggi una presenza monastica in terra d’Islam?
Anzitutto, è una presenza della Chiesa. Siamo mandati dalla Chiesa e viviamo come ospiti nella casa dei credenti musulmani che ci accolgono. Questa dimensione dell’ospitalità era già centrale a Tibhirine. Siamo discepoli di Gesù accolti in un ambiente musulmano. Certo, il contesto marocchino è diverso da quello algerino, dal punto di vista culturale e storico, ma lo spirito che anima la nostra presenza resta lo stesso. Penso spesso alla parola di Gesù: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40).
Allo stesso tempo, non si può comprendere la storia di Tibhirine senza il Concilio Vaticano II. La comunità dei nostri fratelli martiri è essa stessa frutto di questa apertura della Chiesa al mondo, e in particolare della dichiarazione Nostra Aetate. Noi oggi viviamo nel solco tracciato allora. In Marocco i cristiani rappresentano una minoranza piccolissima, circa 40.000 persone su quasi 40 milioni di abitanti. Come ricorda spesso il nostro arcivescovo, il cardinale Cristóbal López Romero, non siamo qui per noi stessi, ma per servire il Regno di Dio. E questa presenza ha senso solo se è accolta. Padre Christian e la comunità di Tibhirine lo avevano compreso molto bene: se la nostra presenza non fosse desiderata e voluta dalla popolazione locale, sarebbe meglio partire. Ma non è così: siamo rispettati, integrati e sostenuti da una storia che ci precede.
Concretamente, come vivete le relazioni con i vostri vicini?
Midelt è una piccola città dell’interno del Paese, lontana dai grandi centri storici ed economici. Si trova a 200 km a sud di Fes e di Meknes, e la comunità cristiana più vicina è a 120 chilometri più a sud, a Errachidia. La città conta circa 60.000 abitanti e noi siamo una piccola decina di cristiani stabili: i monaci, una comunità di suore francescane missionarie di Maria e due laici. Il ruolo delle suore è essenziale. La loro presenza a Midelt, che data di un secolo esatto, ha profondamente segnato i rapporti con la popolazione locale: sono rispettate e ammirate. Quando siamo arrivati nel 2000, ci siamo inseriti in questa continuità. Tuttavia, a differenza delle suore, non abbiamo opere sociali. Questo ha suscitato subito delle domande. Le suore erano invitate dalle famiglie a condividere i pasti durante le feste musulmane e, a loro volta, invitavano le persone a casa loro. Molto rapidamente anche la comunità dei monaci è stata sollecitata a uscire dal monastero per andare incontro alle famiglie che ci invitavano, soprattutto in occasione delle feste. Questa esperienza di apertura è piuttosto particolare. Le nostre relazioni si vivono nel quotidiano, attraverso scambi semplici con gli operai che lavorano al monastero o con i vicini, visite e inviti reciproci. Proprio ieri, per esempio, siamo stati invitati a un pasto di ringraziamento – una sadaqa – per celebrare la nascita di un bambino. Attorno alla tavola c’erano l’imam del nostro quartiere, il muezzin, la famiglia e le suore, anch’esse invitate. È quello che si chiama il «dialogo della vita»: un incontro concreto, umile e fraterno.
In un contesto in cui le relazioni tra cristiani e musulmani sono spesso oggetto di dibattito, soprattutto in Europa, in che modo la vostra esperienza può rappresentare un segno?
Può rappresentare un segno nella misura in cui coloro che frequentano il monastero fanno una vera esperienza di fraternità. Che siano musulmani, cristiani o non credenti, scoprono un luogo di preghiera, di pace e di comunione. Il semplice fatto che cinque monaci di cinque nazionalità diverse vivano insieme nel tempo è già di per sé un segno. Ma forse il segno più forte è l’ospitalità che riceviamo dai musulmani di Midelt e la possibilità di vivere la nostra vita monastica in mezzo a loro. Ciò che cerchiamo di trasmettere è che una convivenza rispettosa è possibile. Ancor di più: che tra credenti di tradizioni diverse possono nascere e crescere vere amicizie. Non siamo condannati a opporci gli uni agli altri: siamo chiamati e destinati a vivere insieme.