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Classici

Perché a un musulmano può interessare il santo di Tarso?

Intervento del Cardinal Scola alla presentazione del libro Aziz Pavlus, traduzione in turco delle catechesi di Benedetto XVI su San Paolo.

Essere qui questa sera insieme a voi significa per me vivere un momento di particolare letizia poiché l’occasione mi è data dall’invito del Patriarca Bartolomeo, che ringrazio di cuore per averci voluto onorare della sua presenza, come pure della prefazione al libro. Questa presentazione non è infatti un’iniziativa estemporanea, ma si situa piuttosto all’incrocio di due cammini. Il primo è legato alla figura dell’imperatore Costantino, il fondatore di questa città, e al suo editto che pose fine alle persecuzioni ai danni dei cristiani nell’impero romano. Questo accordo, che costituì un initium per la libertà religiosa, fu sottoscritto a Milano nel 313[1]. Così, per commemorare il 1700° anniversario dell’editto, sono state organizzate, a Milano e in altre città del mondo, una serie di iniziative. Tra di esse, l’incontro con il Patriarca Bartolomeo il 14 maggio scorso è stato per me il momento più atteso e più significativo, una visita che oggi sono lieto di ricambiare. Il secondo cammino che mi porta qui è quello della Fondazione Oasis che ormai da 10 anni si occupa di promuovere il dialogo tra cristiani e musulmani nel contesto di quel processo che chiamo “meticciato di civiltà e di cultura”. Oasis è nota soprattutto per la sua rivista e la sua newsletter, entrambe in più lingue, ma cura anche alcuni libri, tra cui traduzioni di testi teologici o del magistero ecclesiale nelle lingue orientali. Così, dopo due volumi editi in arabo, la Fondazione ha osato il passo di una traduzione in turco, che si è potuta realizzare solo grazie alla generosa dedizione di diverse persone, religiosi e laici, giovani e anziani, che hanno lavorato insieme nel non facile compito.

 

 

Il libro che presentiamo questa sera nasce nel contesto dell’anno paolino, che cattolici e ortodossi hanno celebrato nel 2008-2009, e raccoglie le catechesi che l’allora Pontefice Benedetto XVI dedicò alla figura dell’apostolo delle genti. Il nesso con la Turchia è immediato e fisico: Paolo nacque a Tarso e nell’odierna Turchia si è svolto il suo primo viaggio, e gran parte del secondo e del terzo. L’anno paolino poi ha avuto impatti significativi sulla vita in Turchia, dando nuovo impulso al turismo religioso. Tante persone forse sono state indotte a domandarsi: “Ma chi è questo Paolo, che attira così tante persone sui luoghi della sua vita? Che cosa ha fatto?” Questo libro vuole offrire una prima risposta, a partire dalla fede della Chiesa. Esso non va giudicato sulla base della sua lunghezza. Porta infatti il segno inconfondibile di un grande teologo, capace di condensare in poche righe il frutto di lunghe ricerche. Perché, come si sa, è più difficile scrivere una pagina di sintesi profonda, alla portata di tutti, che dieci pagine specialistiche per soli addetti ai lavori.

 

 

Tuttavia, che il protagonista di questo libro sia l’apostolo Paolo è prima di tutto provvidenziale per la dimensione ecumenica che questa scelta porta inevitabilmente con sé. Il testo infatti ci conduce diritti al cuore della fede mostrando una verità importante: i cristiani non si riuniscono prima di tutto per rivendicare meglio e con più forza alcuni diritti, ma per ringraziare il Signore per «l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva»[2]. La prima preoccupazione dell’ecumenismo non è politica, accordare le voci per farsi sentire meglio, ma teologica: la ricerca dell’unità tra i cristiani scaturisce dalla fede stessa. È molto bello allora che la chiesa di Costantinopoli e quella di Milano si siano ritrovate insieme, con l’occasione dei 1700 anni dall’editto, per richiamare il valore civile della libertà religiosa, sempre da riguadagnare in particolare nella sua dimensione pubblica, ma è pure molto bello che oggi s’incontrino attorno a quell’esperienza di fede da cui anche l’attenzione per la libertà religiosa discende. In questo modo «l’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato»[3]. Questa sottolineatura toglie anche ogni ombra di sospetto che i non cristiani – nel nostro caso i nostri amici musulmani – potrebbero nutrire circa lo scopo della nostra attività ecumenica. Essa è uno scambio di doni, non la ricerca di un’alleanza strategica. Anche perché tutte le volte che l’ecumenismo tra cattolici e ortodossi è stato impostato contro qualcuno non ha resistito alla prova del tempo.

 

 

Se la figura di San Paolo è dunque una sorgente permanente d’ispirazione a cui tutti i cristiani, cattolici, ortodossi ed evangelici, possono continuamente attingere, occorre riconoscere con realismo che essa è invece un motivo di divergenza nel rapporto con i musulmani. Molti di essi guardano con sospetto all’operato di Saulo, non di rado accusato di un radicale travisamento del primitivo annuncio cristiano. Occorre riconoscere con onestà intellettuale questa divergenza, ma al tempo stesso va anche richiamata la necessità, per un dialogo autentico, di confrontarsi con l’integralità delle diverse esperienze religiose. Se cioè i cristiani di tutte le confessioni (più di un miliardo di fedeli) sono concordi nel riconoscere in Paolo una figura centrale per la loro fede, chiunque voglia conoscere il Cristianesimo dovrà fare i conti con i suoi scritti. Faccio un esempio al contrario che dovrebbe aiutare a capire il punto. Come cristiani avvertiamo una particolare sintonia con la letteratura mistica islamica, che valorizza il rapporto personale con un Dio vicino e, in qualche misura, accessibile perché amante. Leggiamo con profitto diversi passi dei Mathnawi di Mevlana Rumi[4] o alcune poesie di al-Hallaj[5]. Ma se dicessimo che l’Islam è solo Rumi e al-Hallaj, dimenticando il contributo degli uomini di Legge e degli studiosi degli Hadith, finiremmo per formarci un quadro deformato della religione islamica e di quello che i musulmani abitualmente credono. In altre parole, per un dialogo culturale serio, non posso scegliere alcuni autori con cui mi trovo in sintonia, dimenticandone volutamente altri per me più problematici, ma devo cercare di formarmi una visione globale del fenomeno che indago, eventualmente utilizzando gli autori più prossimi alla mia sensibilità come una porta per accedere a quelli più remoti. Così, in modo speculare, se voglio capire il Cristianesimo, non posso fare a meno di Paolo. E non posso fare a meno di lui neppure se voglio capire la filosofia occidentale, la storia occidentale, l’arte occidentale o addirittura la sua politica. Come ricorda la Evangelii Gaudium, «per sostenere il dialogo con l’Islam è indispensabile la formazione adeguata degli interlocutori, non solo perché siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro identità, ma perché siano capaci di riconoscere i valori degli altri»[6]. Solo in questo modo potremo dare un contributo effettivo al dialogo di culture così urgente oggi.

 

 

Paolo rappresenta una sfida particolare. Innamorato delle tradizioni dei Padri, pronto a difenderle con la vita, ma anche a perseguitare chi, a suo modo di vedere, le metteva in pericolo. Chiunque sminuisca la serietà dell’impegno di Saulo alla scuola di Gamaliele non capisce nulla della ricerca del Volto di Dio attraverso la sequela della Legge e la sottomissione a essa, che è una delle esperienze più radicali per la coscienza religiosa dell’uomo di ogni tempo. Ma proprio per questo sorge più forte la domanda: che cosa ha incontrato Paolo di così potente da portarlo a superare questa prospettiva, a capovolgerla quasi, lanciandosi a capofitto in un’attività missionaria senza confini, che è stata decisiva per aprire la Chiesa alla dimensione universale? È una domanda che merita di essere indagata.

 

 

C’è poi – credo – un terzo motivo d’interesse specifico per l’Islam. Dal punto di vista storico infatti, Paolo è stato il primo grande teorizzatore della distinzione tra lettera e spirito di un testo sacro. Per lui il significato esteriore è insuperabile (non è infatti uno gnostico), ma richiede allo stesso tempo di essere vivificato da un’esperienza interiore, perché «la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (2Cor 3,6). Com’è noto, una coppia analoga di concetti è stata sviluppata anche dall’esegesi islamica del Corano e secondo molti pensatori musulmani contemporanei, essa è fondamentale per poter coniugare fino in fondo l’Islam con la modernità. Sono idee spesso ripetute, ma di rado approfondite come meriterebbero. Penso perciò che un confronto serio con la coppia paolina di lettera e spirito potrebbe essere molto utile per il dibattito in corso nell’Islam, in modo particolare in un Paese come la Turchia dove la ricerca scientifica, anche in campo teologico, è molto avanzata.

 

Con queste brevi notazioni, spero di avervi comunicato le ragioni che hanno condotto a questa iniziativa. Essa è un primo, timido passo. Ci auguriamo che altri possano seguire. Occasione d’incontro ecumenico e momento di dialogo culturale, questo libro dischiude davanti a noi un ampio cammino, che domandiamo a Dio di poter percorrere con gioia e fiducia, insieme a tutti quelli che lo vorranno. Grazie.

 

 

 

[1] Ho potuto approfondire questi temi in Non dimentichiamoci di Dio, Rizzoli, Milano 2013.

 

[2] Benedetto XVI, Deus Caritas est, n. 1; Francesco, Evangelii gaudium, n. 7.

 

[3] Francesco, Evangelii gaudium, n. 246.

 

[4] Jalal al Din Rumi, Mathnaw, Il poema del misticismo universale, a cura di Gabriele Mandel Khan, 6 voll., Bompiani, Milano 2006.

 

[5] Al-Hallâj, Il Cristo dell’Islam. Scritti mistici, a cura di A. Ventura, Mondadori, Milano 2007.

 

[6]Evangelii Gaudium, n. 253.

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