Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 19/01/2024 16:40:50

La crisi nel Mar Rosso che nelle ultime settimane ha opposto le milizie houthi e le forze statunitensi e britanniche ha ovviamente suscitato l’attenzione di diversi quotidiani arabi, in particolare quelli vicini all’Arabia Saudita.

 

«Gli houthi non sono più un problema saudita», scrive su al-Sharq al-Awsat, l’ex-direttore del quotidiano ‘Abd al-Rahman al-Rashid. L’Arabia Saudita, a lungo impegnata in un sanguinoso conflitto in Yemen, si sta disimpegnando dal confronto con le milizie sciite yemenite e ha scelto di «preservare il suo nuovo rapporto con gli houthi e il progetto di pace che ha messo fine alla guerra al confine. Per i sauditi e gli yemeniti il ​​mondo non ruota attorno a Gaza: hanno la loro guerra e mettere fine ai conflitti e ai contrasti è prioritario». Tuttavia, la sicurezza del Mar Rosso, scrive l’editorialista, «è diventata una questione internazionale»; i bombardamenti houthi alle navi mercantili hanno causato danni non solo al commercio occidentale e a Israele, ma anche all’Egitto, agli Stati del Golfo, all’Iraq, all’India e alla Cina. E cosa però spaventa gli Stati del Golfo e l’Egitto è «che l’Iran, attraverso gli houthi, possa prendere il controllo di Bab al-Mandab, lo stretto vitale del mondo».

 

Sullo stesso quotidiano il giornalista libanese Nadim Koteich attacca le politiche dell’amministrazione Biden, ritenendole direttamente responsabili degli attacchi lanciati dagli houthi alle navi mercantili nel Mar Rosso. Il dossier yemenita «è stato la prima vittima dell’arrivo del presidente americano Joe Biden alla Casa Bianca e della trasformazione della politica estera americana in un mero strumento di conflitto politico di Washington con il suo avversario, l’ex presidente Donald Trump». Questo mutamento ha indebolito la posizione della coalizione guidata dai sauditi durante la guerra civile in Yemen, e consentito all’Iran di rafforzare la propria influenza nel Paese. Inoltre, prosegue l’articolo, la scelta di eliminare gli houthi dalla lista delle organizzazioni terroriste «per facilitare il transito degli aiuti umanitari» avrebbe dato alle milizie sciite una maggiore legittimità politica. Il giornalista inoltre ritiene bizzarro che all’attuale coinvolgimento militare americano corrisponda l’appello saudita alla moderazione. Tutto ciò sarebbe «sintomo della confusione prodotta dall’ascesa dell’ala progressista all’interno del Partito Democratico [americano] e il conseguente emergere di una nuova dinamica nella politica estera statunitense, che fa prevalere gli approcci umanitari, la questione dei diritti umani, la via diplomatica e la cooperazione globale, anche a scapito degli interessi strategici dell’America e dei suoi alleati, o a scapito delle realtà geopolitiche ed economiche del mondo». Questa politica, iniziata da Obama, non piace al Medio Oriente e piace ancor meno dopo che «è diventato evidente che i principi che dovrebbero aver governato le politiche e le decisioni di Washington in Yemen, Siria e Iraq sembrano assenti nella posizione americana a sostegno di Israele nella guerra di Gaza».

 

Secondo il giornalista yemenita Hani Salem Manshour, Sanaa è destinata a diventare una nuova Kabul. «Lo Yemenistan è diventato una realtà nel mondo arabo», scrive Manshour sul quotidiano filo-emiratino al-‘Arab. Secondo l’editorialista, l’unica scommessa possibile oggi è lo Stato nazionale, perciò, è arrivato il momento di mettere fine «al colonialismo islamista, che ha sommerso la regione araba e sprofondato i suoi popoli in caverne di oscurità, arretratezza e guerre confessionali». Il «colonialismo islamista» è messo a tema anche dalla vignetta a corredo dell’articolo, intitolata: “Gli Houthi: il gruppo colonialista islamista che ha trasformato lo Yemen in un campo di battaglia internazionale”. Nell’immagine compare un uomo che rappresenta lo Yemen, a cui viene iniettata una siringa di «estremismo houthi» (figura 1). La conseguenza (figura 2) è che il mondo dà la caccia a tutto il Paese.

 

Sullo stesso quotidiano, il giornalista iracheno Farouk Youssef sostiene che la guerra a Gaza ha fornito all’Iran una formidabile occasione di lanciare una guerra contro il campo occidentale, «una guerra in cui l’Iran non perderà nulla», anche perché «la parte danneggiata non aprirà questo fronte sapendo che verrebbe condotto in paludi nelle quali è meglio evitare di scivolare». Un ulteriore deterrente è la consapevolezza americana che combattere contro un esercito regolare è più semplice che dare la caccia a un’organizzazione di cui non si conoscono i membri, gli spostamenti e i rifugi. Pertanto, secondo l’editorialista, gli Stati Uniti non sarebbero davvero intenzionati a combattere le milizie sciite e i bombardamenti contro i loro obbiettivi sarebbero solo una sorta di avvertimento. Agli Stati Uniti Youssef rimprovera di essere responsabili del deterioramento della situazione in Yemen, «diventato una mera porzione geografica», e in generale dell’ascesa delle milizie sciite nel mondo arabo.

 

Anche al-Quds al-Arabi ha dato voce a un editorialista yemenita, pubblicando un’analisi di Muhammad Jumeh, per il quale il conflitto in atto nel Mar Rosso è espressione di dinamiche geopolitiche più ampie di quelle dichiarate e andrebbe interpretato anche, ma non solo, alla luce della competizione tra gli Stati Uniti e la Cina. «La Cina si sta avvicinando ai confini dei mari in cui nuotano le balene americane», scrive l’editorialista, e «le coste del Mar Rosso sono il nuovo luogo del conflitto Est-Ovest/Cina-Stati Uniti, ciascuno con il proprio obiettivo: la Cina vuole tener occupata l’America prima che questa sposti l’attenzione strategica verso il Mar Cinese, e gli americani vogliono liberarsi rapidamente da queste tensioni e dai grattacapi del Medio Oriente per dedicarsi al dossier cinese». Il conflitto nel Mar Rosso è inoltre sintomatico della concorrenza tra due rotte commerciali: la Belt and Road cinese e la rotta indiana. Quest’ultima, spiega Jumeh, è nata dall’accordo siglato durante il vertice dei G20 a Delhi, è sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, il quale dovrebbe diventare un anello importante della rotta, «un crocevia per le moderne carovane commerciali» che uniscono l’India all’Europa.  

 

Su al-Arabi al-Jadid, lo scrittore e giornalista siriano Bashir al-Bakr fa una riflessione sul disimpegno egiziano e saudita nella gestione della sicurezza del Mar Rosso. Da un lato è positivo che l’Egitto e l’Arabia Saudita non abbiano preso parte a «una forza internazionale che protegge gli interessi marittimi di Israele», dall’altro però la loro inazione è indicativa «del crescente disinteresse arabo per la sicurezza», diventato ormai una costante negli ultimi decenni. A questa tendenza corrispondono necessariamente «maggiori ingerenze straniere negli affari arabi», scrive l’editorialista, ciò che rischia di causare ai Paesi arabi un danno economico, e compromette la loro sovranità e la loro sicurezza idrica a favore delle potenze straniere.

 

Il quotidiano libanese online Asas Media ha pubblicato un’intervista a Nasr al-Din Amer, vice-presidente dell’agenzia di stampa yemenita, che ha confermato i due obbiettivi perseguiti dalle milizie houthi – sostenere Gaza continuando a impedire il passaggio delle navi dirette verso Israele, e rispondere agli attacchi americani e britannici – e ha spiegato in che cosa risiede la superiorità degli houthi rispetto «al nemico» occidentale: la conoscenza del territorio, che consente loro di nascondersi lungo le coste e sulle montagne yemenite, l’autonomia nella produzione di armi, e «la dimensione morale della questione palestinese». Il tentativo «di fermare il genocidio» dei palestinesi starebbe contribuendo a riabilitare la loro immagine in patria: in Yemen «siamo divisi su tutto, ma ora siamo uniti contro Israele in difesa di Gaza. Anche chi, durante la guerra civile, ci ha ucciso ora ci sostiene, e anche i nostri oppositori all’interno del Paese e all’esterno hanno rilasciato dichiarazioni [a nostro sostegno] benedette». Amer infine prende le distanze dall’Iran e rivendica l’autonomia decisionale delle milizie, soprattutto su una questione come quella palestinese: «Israele occupa la Palestina da prima che iniziassero le nostre relazioni con l’Iran e da prima che nascesse la Repubblica islamica dell’Iran. I palestinesi soffrono da 75 anni; noi siamo un Paese arabo e islamico, mentre l’Iran è un Paese islamico ma non arabo. Perciò noi siamo più vicini ai palestinesi che agli iraniani».

 

Un altro quotidiano libanese, ma filo-sciita, al-Akhbar, usa argomenti simili, ma con toni più ideologici e militanti e naturalmente evitando di distanziarsi dall’Iran. Secondo il quotidiano vicino a Hezbollah, gli attacchi degli houthi si porrebbero in controtendenza rispetto al ripiegamento degli Stati arabi sui loro interessi nazionali e il «modello yemenita» avrebbe addirittura la «capacità di salvare lo Stato arabo dalla sua crisi di legittimità».

 

Colonialismo e orientalismo: peccato originale dell’Occidente o alibi dell’Oriente? [a cura di Mauro Primavera]

 

Indignati dalle disumane condizioni in cui versano gli abitanti di Gaza, i giornali arabi finanziati dal Qatar contestano all’Occidente l’assenza di moralità, e il doppio standard nel trattare le vittime israeliane e quelle palestinesi. «Siamo agli antipodi dell’Occidente­» titola su Al Jazeera il giornalista Anwar al-Hawari, che analizza il senso di superiorità dell’Occidente sulla base di teorie storiche (semplicistiche e stereotipate): durante il Medioevo l’Europa era una «fattoria primitiva isolata in cui regnavano pochi signori e vivevano moltissimi schiavi» mentre l’oriente arabo-islamico era la «forza del pensiero e dell’agire», ricco e dal commercio florido. È stata la scoperta delle Americhe a sancire la rinascita del Vecchio Continente, che nell’epoca moderna ha definitivamente ribaltato i rapporti di forza instaurando il sistema coloniale e la «tirannia» su gran parte del Medio Oriente.   

 

Non mancano tuttavia letture critiche del fenomeno, come quella della giornalista e poetessa marocchina ‘Aysha Belhaj apparsa su al-‘Arabi al-Jadid. È vero che l’Occidente conserva nei confronti dell’Oriente un atteggiamento colonialista e orientalista, ma occorrono alcune precisazioni. Tanto per cominciare, la tesi del “determinismo storico”, che fa risalire i doppi standard al passato coloniale non è corretta, perché «il passato non determina il presente». Inoltre il mondo arabo-musulmano, anziché preoccuparsi di come viene visto dagli occidentali, dovrebbe occuparsi di come guarda a sé stesso e al suo futuro: «deve rivedere la sua immagine, perché è assai lontana dalla perfezione, anzi in realtà è pessima, perché l’Oriente è insoddisfatto di sé stesso. Ciononostante, vuole che l’Occidente lo ami e gli porti rispetto». La critica all’occidentalismo si trasforma per Belhaj in una sorta di alibi che serve a discolparsi dai propri errori e mancanze: «è facile incolpare l’Occidente e criticarlo per la visione che ha nei nostri confronti, ma è difficile mettere il dito nelle nostre piaghe più profonde e che non sono la visione dell’Occidente, l’eredità cultural-religiosa, quanto piuttosto la dissoluzione di pomposi temi e slogan di cui l’Oriente si era infatuato». L’autrice conclude con una provocazione: anche l’Oriente è in crisi di identità, «non conosce, non legge, non impara dai propri errori, anzi contagia i vicini con la sua malattia». Ma soprattutto è «bloccato nel ruolo della vittima, in attesa che l’Occidente gli tenda la mano per lenire le sue numerose amarezze e fargli dimenticare le sue preoccupazioni». Analizzando il tema da un punto di vista strettamente politico, Rafiq Abdessalem, ministro degli Esteri tunisino nel primo governo post-rivoluzione e membro del partito islamista Ennahda, scrive sempre su al-‘Arabi al-Jadid che lo Stato arabo, specialmente a seguito della crisi di Gaza, ha fallito sotto qualsiasi punto di vista: «la democrazia araba si trova di fronte a un vicolo cieco […]. Gli arabi hanno tentato in quasi tutti i modi il cambiamento, dai colpi di Stato alle rivoluzioni popolari, fino al gioco delle urne elettorali. In un modo o nell’altro, tutti questi metodi hanno portato a una situazione di stallo e sono stati distrutti sia dall’interno che dall’esterno». Di fronte a un declino così grave Abdessalem non solo confessa di non avere una ricetta magica, ma ammette anche che nemmeno l’esperienza della Primavera Araba, di cui egli è stato uno dei protagonisti in Tunisia, è stata la soluzione al problema.

 

Anche l’accademico libanese Ridwan al-Sayyid, scrivendo sul quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, riconosce che le sembianze del colonialismo e dell’orientalismo sono mutate nel tempo. Allo stesso modo, però, gli occidentali sono riusciti a disfarsi di teorie razziste e suprematiste: rientra in questa fattispecie il nazismo, ma anche il sistema sudafricano dell’Apartheid che, una volta entrato nel dibattito dell’opinione pubblica europea, è diventato indigeribile, finendo per essere rapidamente stigmatizzato. L’autore suggerisce che qualcosa del genere potrebbe verificarsi di nuovo, stavolta con Israele: «se l’Occidente egemone dovesse sentire il fardello israeliano come un peso non più sopportabile, allora se ne potrebbe disfare, per il bene della sua egemonia. Israele si è trasformato in una entità religiosa in cui prevale la voce degli estremisti e dei violenti. Nessuno può tollerare gli orrori delle guerre di religione, che siano in Israele o in Myanmar». Chiudiamo con la testata emiratina al-‘Ayn al-Ikhbariyya che, all’opposto di Al Jazeera, sposa una visione antistoricistica del problema: «gli Arabi si immergono al tal punto nella Storia da esserne dipendenti. Sotto i fumi della droga della Storia, essi dimenticano il loro presente». Se proprio bisogna ricorrere all’esempio del passato, allora occorre guardare ai leader del Novecento come Sadat e Bourghiba, che nel periodo post-indipendenza avviarono nei loro Paesi processi di sviluppo e modernizzazione. «Gli Emirati sono uno dei pochi Stati arabi della nostra epoca che hanno deciso di rivolgersi al futuro e di creare una generazione consapevole e legata al presente». Perché «indugiare troppo nel passato» porterà a vivere in una condizione arretrata rispetto alle altre nazioni.  

 

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