Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale

Ultimo aggiornamento: 15/02/2024 09:24:21

Dopo settimane di negoziato con rappresentanti statunitensi, israeliani, egiziani e qatarioti, Hamas ha proposto un piano per il cessate il fuoco articolato in tre fasi da 45 giorni ciascuna, per una durata totale di circa quattro mesi e mezzo, che prevedeva uno scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, la riapertura dei valichi di frontiera di Gaza, il ritiro delle Forze di Difesa Israeliane dai centri urbani della Striscia, il ripristino di infrastrutture e servizi di prima necessità e l’abolizione delle misure di sicurezza introdotte dagli israeliani nella moschea di al-Aqsa dopo la Seconda Intifada. Netanyahu ha però rifiutato la proposta, dichiarando di essere deciso a proseguire le operazioni militari fino ad ottenere la “vittoria totale”. Queste parole sono peraltro state pronunciate subito dopo l’incontro tra il primo ministro israeliano e il segretario di Stato statunitense Antony Blinken, al suo quinto viaggio in Medio Oriente dall’inizio della crisi, il quale sta comunque continuando a negoziare un accordo per il rilascio degli ostaggi, da lui definita come questione prioritaria. Anche Egitto e Qatar proseguono la loro opera di mediazione: l’8 febbraio si è tenuta al Cairo una nuova serie di colloqui, a cui ha partecipato anche una delegazione di Hamas. L’obiettivo dei due Paesi arabi è concordare una tregua che possa consentire lo scambio dei prigionieri.  

 

Per il quotidiano francese Le Monde l’intento di liberare gli ostaggi e al contempo distruggere Hamas non è perseguibile: «Netanyahu sa che i suoi concittadini sono confusi e arrabbiati. I sondaggi mostrano un Paese diviso su questi due obiettivi, sempre più inconciliabili fra loro: liberare gli ostaggi oppure “distruggere” Hamas. Il popolo di destra è a favore della seconda. Da diversi giorni il canale 14, vicino al primo ministro, conduce una campagna contro le famiglie degli ostaggi, chiedendo addirittura il sacrificio dei loro cari». Il quotidiano tedesco Der Spiegel pubblica una lunga intervista a Chen Goldstein-Almog, una delle persone sequestrate e poi liberate da Hamas. Alla domanda se il suo Paese stia facendo il possibile per salvare i prigionieri, la donna risponde in questo modo: «mi sarei aspettata che il rilascio degli ostaggi fosse stata la priorità e che il governo dicesse “prima di tutto, vi tireremo fuori da lì” e non “innanzitutto dobbiamo distruggere Hamas”». Una linea di pensiero che riflette, come nota il direttore di Haaretz Aluf Benn su Foreign Affairs, un cambio dei valori della società israeliana, ora divenuta «meno libertaria e legalitaria e più militarista ed etnico-nazionalista». Controcorrente l’editoriale senza firma pubblicato dal Wall Street Journal il 4 febbraio: nonostante il generale clima di disfattismo, Israele in realtà sta vincendo la guerra se si considera che Hamas ha perso un gran numero di uomini ed è accerchiata a Khan Younis. Ma, oltre che una previsione, la sconfitta di Hamas è anche un auspicio del quotidiano americano: «Vincere la guerra – conclude l’articolo – non garantisce di per sé la pace, ma rimane comunque essenziale per la sicurezza di Israele e rappresenta un’occasione per i palestinesi di condurre una vita normale a Gaza».  

 

Data l’irremovibilità delle posizioni israeliane, l’Arabia Saudita ha comunicato all’amministrazione statunitense che non stabilirà relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico finché non verrà riconosciuto lo Stato palestinese con i confini del 1967 e con Gerusalemme Est capitale. Benché tutt’altro che nuova, la dichiarazione serve a Riyad a esibire le sue credenziali filopalestinesi. Fino a pochi mesi fa, scrive con una punta di malizia Giorgio Cafiero su The New Arab, analisti occidentali, israeliani e arabi concordavano sul fatto che l’accordo tra Arabia Saudita e Israele sarebbe stato questione di tempo. L’operazione “Diluvio di al-Aqsa” ha ribaltato la situazione, tanto che adesso l’idea di allacciare rapporti con Tel Aviv sarebbe niente meno che un «suicidio politico» per qualsiasi governante arabo. Per l’amministrazione Biden, invece, la guerra ha rappresentato un colpo basso: «dopo aver profuso enormi sforzi diplomatici per portare Arabia Saudita, Libia e altri Stati arabi all’interno degli Accordi di Abramo, i piani della Casa Bianca per convincere i governi arabi a seppellire la causa palestinese».

 

Sul rinnovato interesse per la soluzione a due Stati ha riflettuto Manlio Graziano, professore di geopolitica alla Sorbona e a Sciences Po, con un’analisi pubblicata su Foreign Policy. Il progetto di creare due nazioni in Terrasanta, sostenuto con forza da quasi tutti gli attori regionali e internazionali, non solo è di difficile realizzazione, ma anche pericoloso e dannoso. Per Graziano, una tale unanimità di intenti può essere interpretata in due modi: o le medie e grandi potenze non hanno alcun interesse nel portare avanti la causa, oppure non hanno potere in merito. Anche se dovesse mai essere applicato, il progetto di ripartire territori “a tavolino” porterebbe a un’altra Nakba, ossia a una nuova tragedia umanitaria e alla pulizia etnica, così come accaduto già durante il Novecento con lo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia o con la ripartizione territoriale tra indiani hindu e musulmani nel 1947. Graziano sostiene che esistono altre soluzioni, come la proposta dello Stato unico o il progetto di creare una (con)federazione, ma nessuna di queste è stata mai presa seriamente in considerazione.

 

A un anno dal terremoto in Turchia: soli davanti al dramma [a cura di Claudio Fontana]

 

A un anno dal terribile doppio terremoto che ha colpito Turchia e Siria, molte persone si sono ritrovate nelle zone devastate dal sisma per commemorare i defunti. Per i media internazionali, l’anniversario del tragico evento è stata l’occasione non soltanto per trarre un bilancio, economico e umanitario, del disastro ma anche per raccontare le storie dei sopravvissuti e le ricadute politiche di un cataclisma che ha provocato più di 53.000 vittime in Turchia e almeno 6.000 nella vicina Siria.

 

Secondo al-Monitor nella provincia di Hatay, una delle più colpite, il sentimento diffuso è «un misto di dolore e rabbia», che i cittadini indirizzano tanto «nei confronti dei funzionari del governo» quanto verso quelli dell’opposizioni che si recano in visita nelle zone del disastro. Così, il ministro della Salute ed esponenti del partito di opposizione CHP, come il sindaco di Antiochia, sono stati contestati durante una veglia. Due sono i principali argomenti alla base delle critiche nei confronti delle forze politiche turche: il primo è la corruzione, che avrebbe permesso la costruzione di edifici non in linea con gli standard antisismici; il secondo è la generale lentezza e confusione della risposta all’emergenza da parte dello Stato, ciò che ha accresciuto il numero di vittime. Ezgi Akin ha ricordato che il governo non ha ancora fornito una risposta precisa alla seconda delle critiche, a parte un generico riferimento al «maltempo e all’entità del disastro». La linea secondo cui il “disastro del secolo” era imprevedibile e di una magnitudo che l’ha reso completamente ingestibile aveva già caratterizzato la campagna elettorale di Erdoğan un anno fa, ma ancora oggi è facilmente rintracciabile sui siti di informazione turca, come Anadolu. La settimana scorsa il presidente Erdoğan ha promesso che nelle zone terremotate  200.000 case verranno messe a disposizione della popolazione entro la fine del 2024. I numeri ufficiali parlano di 39.500 case distrutte, più di 21.000 da demolire, 209.000 classificate come «gravemente danneggiate» e 44.000 «lievemente danneggiate». Tuttavia, ricorda il New York Times, alla fine di gennaio 2024 soltanto 46.000 nuove unità abitative erano pronte per essere consegnate ai proprietari. Dal punto di vista economico il sisma ha provocato danni per 104 miliardi di dollari e secondo Mustafa Sonmez (Al-Monitor), nei fondi stanziati dal governo mancano all’appello almeno 23 miliardi di dollari. L’opinione di Hugh Williamson (Human Rights Watch) è invece che accanto agli sforzi per la ricostruzione il governo dovrebbe mettere in campo tutte le forze di cui dispone per perseguire chi autorizzò e costruì case, ospedali e alberghi «che si sono trasformati in tombe». Secondo i dati forniti dal ministro della Giustizia Yilmaz Tunc sono comunque più di 260 i sospettati arrestati e in attesa di un processo.

 

Le famiglie, intanto, faticano a ricostruirsi una vita, partendo da zero: Antiochia è una delle città più colpite e in questi giorni è stata oggetto di numerosi reportage. Reuters ha descritto la situazione di Yanar, trentottenne impiegato pubblico che vive in una casa-container di 21 metri quadri e ha spiegato di «non avere speranze per il futuro della propria famiglia». Al Jazeera, invece, si è soffermata sulla storia di Ahmet Firat, il quale ha passato le ore successive al sisma a estrarre corpi dalle macerie: «a volte abbiamo recuperato le parti del corpo, pezzo per pezzo, non il corpo intero. A volte i genitori tenevano in braccio i figli e sono morti così. Mi ha davvero colpito psicologicamente. Scene e odori mi tornano spesso in mente. Se vedo un edificio danneggiato, inizio a sentire l’odore della morte, il mio cervello me lo ricorda automaticamente». Una situazione provante che secondo quanto riferito da Euronews è resa più problematica dal fatto che le vittime sono abbandonate a se stesse, senza un efficace accompagnamento psicologico. Per i cristiani greci ortodossi di Antiochia, numericamente già ridotti al lumicino, il terremoto, che ha distrutto anche le chiese, è stato un’ulteriore spinta alla migrazione: delle 370 famiglie presenti prima del sisma ne restano soltanto 20 nella zona antiochena, hanno scritto Burcu Karakas e Ceyda Caglayan in un reportage pubblicato da Reuters.

 

La situazione è aggravata dallo stato dell’economia turca: alle prese con un’inflazione galoppante (quasi 65% nel 2023), le autorità «appaiono riluttanti ad avviare un processo di costruzione rapido» che potrebbe «surriscaldare l’economia». Dopo le elezioni dell’anno scorso, Erdoğan aveva modificato la sua “squadra economica” promettendo un ritorno all’ortodossia economica. La nomina di Hafize Gaye Erkan a nuova governatrice della Banca Centrale rientrava proprio in questa politica, ma in questi giorni Erkan ha rassegnato le dimissioni, citando una campagna diffamatoria nei suoi confronti. Nonostante il timore iniziale, l’ennesimo cambio al vertice della principale istituzione finanziaria turca non sembra implicare un ritorno alla politica monetaria eterodossa di Erdoğan. Il nuovo governatore Fatih Karahan potrebbe al contrario spingere per un innalzamento dei tassi ancora più repentino, scrive Bloomberg.

 

La Turchia rischia inoltre di trovarsi a dover gestire un nuovo problema securitario: la settimana scorsa avevamo parlato dell’attentato che ha colpito una chiesa cattolica a Istanbul, ora un nuovo attacco ha avuto luogo in un tribunale della città sul Bosforo. Una persona ha perso la vita, oltre ai due assalitori, in quello che le autorità hanno definito un «atto terroristico» compiuto da una un gruppo armato di sinistra. 34 persone sono state arrestate.

 

Inoltre, nonostante sia mediaticamente oscurato dalla guerra a Gaza, il ruolo internazionale della Turchia continua a essere significativo ma anche controverso. Così, mentre l’azienda turca Baykar ha iniziato la costruzione di una fabbrica di droni militari in Ucraina, Ankara è pronta ad accogliere in visita nientemeno che Vladimir Putin, stando a quanto reso noto da Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco. La data era inizialmente fissata per il 12 febbraio, ma l’incontro è stato rinviato alla primavera. Si tratterà del primo viaggio di Putin in un Paese membro della NATO e tra gli argomenti toccati ci sarà naturalmente la guerra in Ucraina e l’accordo (da tempo sospeso) per l’esportazione del grano attraverso il Mar Nero.

 

Pakistan: Imran Khan nonostante tutto (a spoglio non concluso) [a cura di Claudio Fontana]

 

In un crescente clima di tensione, l’8 febbraio il Pakistan si è recato alle urne per eleggere l’Assemblea Nazionale e i consigli provinciali (qui una spiegazione del funzionamento del sistema elettorale in Pakistan). Due attentati, rivendicati dallo Stato Islamico, hanno provocato la morte di 26 persone nella provincia del Baluchistan nei giorni precedenti all’apertura dei seggi. Il primo attacco ha avuto luogo vicino alla sede locale di un candidato indipendente, mentre il secondo ha colpito nei pressi della sezione di zona del partito religioso Jamiat Ulema Islam. Inoltre, durante le operazioni di voto si sono verificate violenze che hanno portato alla morte di almeno 9 persone.

 

I risultati parziali fanno pensare a una gara più combattuta del previsto. Nonostante il sostegno dell’esercito nei confronti di Nawaz Sharif e l’obbligo di presentarsi come “indipendenti” imposto ai membri del partito dell’ex primo ministro Imran Khan, alle 11:30 di venerdì mattina (ora del Pakistan, 7:30 italiane) la differenza tra i due gruppi era di un solo deputato, 10 a 9 per il partito di Sharif.

 

La tensione nel Paese è stata acuita dalla sorte toccata, appena prima delle elezioni, a Imran Khan, arrestato e condannato a 14 anni di carcere. Dalla prigione, e con i maggiorenti del partito in clandestinità, Khan ha cercato di condurre una difficilissima campagna elettorale. Quando possibile, ha spiegato al-Jazeera, ha parlato dalla sua cella utilizzando software come StreamYard, ma in occasione di comizi in cui intervenivano altre figure del partito Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), lo staff di Khan ha escogitato soluzioni alternative. Tra queste l’uso dell’intelligenza artificiale per generare dei messaggi audio con la voce del leader del PTI, che venivano poi riprodotti e fatti ascoltare alle folle.

 

Come ha correttamente osservato Husain Haqqani, ex ambasciatore pachistano a Washington, nonostante l’insorgenza jihadista sia in crescita nel Paese, le relazioni con Afghanistan, Iran e India siano peggiorate e l’economia sia allo sfacelo, nessuno di questi temi è stato al centro della campagna elettorale: «è stata una campagna dominata dalle personalità». Anche Asfandyar Mir (Institute for Peace) concorda: «nessuno dei partiti politici ha offerto posizioni solide in materia di politica estera e di sicurezza». L’argomento centrale del dibattito politico di questi giorni è, come spesso accade in Pakistan, il ruolo svolto dall’esercito: il PTI è convinto che siano stati i militari a spingere per la condanna di Khan, e che ci sia un complotto contro il partito guidato dall’ex campione di cricket. Siamo di fronte a uno «scontro di vittimismi: Nawaz Sharif è stato vittima dal 2017 al 2022», ora è il turno di Imran Khan, ha detto Haqqani. Anche secondo il Wall Street Journal in questa fase i militari hanno favorito l’ascesa del partito di Nawaz Sharif, già primo ministro per tre mandati. Nel caso in cui il suo partito Pakistan Muslim League – N vincesse le elezioni il fratello più giovane, Shehbaz, potrebbe assumere la guida del governo, mentre un ruolo di primo piano verrebbe riservato anche a Maryam Sharif, figlia di Nawaz. Considerando che l’altro attore chiave delle elezioni è Bilawal Bhutto Zardari, figlio dell’ex primo ministro Benazir Bhutto e dell’ex presidente Asif Ali Zardari, nipote di Zulfiqar Ali Bhutto, anch’egli ex presidente, non stupisce che la comunicazione politica di Khan, che fa leva sulla volontà di combattere le «dinastie» politiche, continui a trovare ampio favore nel Paese.

 

Il PTI è stato indubbiamente penalizzato dal divieto di utilizzo del suo simbolo di partito (una mazza da cricket) imposto dalla magistratura di Islamabad. In Pakistan più di 60 milioni di adulti sono analfabeti e, dunque, fanno affidamento proprio sui simboli per capire come esprimere la propria preferenza elettorale, ha ricordato il Wall Street Journal. A ciò si aggiunge che mentre le operazioni di voto erano in corso le autorità hanno interrotto il traffico telefonico e internet, citando le – solite – motivazioni securitarie. La decisione ha creato non pochi problemi agli elettori. Per esempio, molti cittadini di Lahore hanno dichiarato alla BBC che la mancanza della linea internet «ha impedito di prenotare i taxi per andare a votare». Nonostante tutto questo, mentre terminiamo la scrittura di questo testo i candidati del PTI sembrano avviati verso un risultato sorprendente.

 

Senegal: non più il bastione della democrazia in Africa? [a cura di Claudio Fontana]

 

Il Senegal è considerato un bastione della democrazia nel continente africano: si tratta dell’unico Paese in Africa occidentale a non aver mai subito un colpo di stato militare, per tre volte ha vissuto un passaggio di potere pacifico e non ha mai rinviato le elezioni. Le cose però potrebbero cambiare radicalmente: a tre settimane dal voto, infatti, il parlamento senegalese ha rinviato di dieci mesi la data delle elezioni presidenziali, nonostante le proteste delle opposizioni e le accuse di «alto tradimento» avanzate dai leader politici contrari all’attuale presidente Macky Sall. L’idea iniziale era di svolgere le elezioni in agosto ma in seguito, per via della concomitanza con il Magal di Touba (un importantissimo pellegrinaggio che coinvolge la confraternita muride senegalese) e della successiva stagione delle piogge, il parlamento senegalese ha optato per un rinvio al 15 dicembre, si legge su Jeune Afrique. Formalmente Sall non può fare un altro mandato, ma il sospetto delle opposizioni è che utilizzi questi mesi aggiuntivi a disposizione prima delle elezioni per cambiare la normativa. Sall ha promesso di non farlo, tuttavia i suoi critici «lo accusano di voler rimanere aggrappato al potere o di influenzare ingiustamente chi gli succederà», ha scritto la BBC. Non sorprende perciò che il rinvio abbia scatenato manifestazioni nel Paese, in particolare a Dakar, che si sono risolte nell’arresto di 150 persone.

 

Il provvedimento è l’ultimo tassello di crescenti tensioni: da più di due anni le opposizioni accusano il partito al governo di condurre una campagna giudiziaria per impedire agli avversari politici di candidarsi, accusandoli di crimini che non avrebbero in realtà commesso.

 

Considerando la storia particolare del Senegal, che ha guidato gli sforzi dell’ECOWAS per ripristinare il sistema democratico in diversi Paesi (si pensi all’intervento delle forze armate senegalesi in Gambia nel 2017), e la regione in cui il Paese si trova, piagata da colpi di Stato militari, molti si sono domandati se l’azione intrapresa da Macky Sall sia il primo passo verso la fine della democrazia senegalese. Se ciò avverrà, tuttavia, non sarà probabilmente per mano dei militari: Mucahid Durmaz, senior analyst della società di intelligence Verisk Maplecroft, ha ricordato infatti che il Paese beneficia di «una gamma variegata di partiti politici, una società civile solida e leader religiosi influenti che intervengono per mediare le controversie politiche», senza quindi il bisogno di un intervento muscolare da parte dell’esercito. Tuttavia, secondo Bakari Sambe, direttore dell’Istituto Timbuktu, il Paese potrebbe cadere vittima della violenza politica: «la natura conflittuale e litigiosa dell’attuale processo elettorale non solo rappresenta una grave minaccia per la pace e la sicurezza, ma può anche mettere a repentaglio la sostenibilità stessa della democrazia per molto tempo a venire». Anche Marième Soumaré (Jeune Afrique), mentre ricorda che il rinvio delle elezioni è stato possibile soltanto dopo che la polizia ha fatto uscire dall’aula del parlamento alcuni deputati dell’opposizione, concorda nell’affermare che il Senegal ha di fronte un periodo di grande incertezza. Per Marwane Ben Yahmed, invece, i politici del Senegal, di qualsiasi schieramento, sono degli «apprendisti stregoni» che «giocano con il fuoco». È vero, sostiene Ben Yahmed, che il Senegal assomiglia a una democrazia molto più di tutti gli altri Paesi dell’Africa occidentale, ma purtroppo è altrettanto vero che l’interesse generale del Paese è sempre più sottomesso a interessi particolari, che siano personali, di partito o di clan.

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