Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale
Ultimo aggiornamento: 27/03/2026 16:38:01
Uno dei motivi per cui non credevamo al buon esito dei negoziati tra Stati Uniti e Iran prima dello scoppio della guerra, il 28 febbraio, risiedeva nella convinzione che un dispiegamento così massiccio di forze militari americane nella regione non potesse che tradursi, prima o poi, nel loro impiego. È la stessa logica che oggi porta a ritenere che l’invio di marines, forze d’assalto anfibio e paracadutisti nel Golfo Persico segnali la preparazione di un’offensiva terrestre, piuttosto che la semplice messa in campo di uno strumento di pressione per migliorare l’esito dei negoziati. Ciò non toglie che per Washington la rapida fine delle ostilità sarebbe allettante (molto meno per Israele).
Donald Trump continua ad affermare che gli iraniani lo starebbero implorando di porre fine alla guerra, ma è soprattutto la Casa Bianca a sembrare alla ricerca di una conclusione rapida del conflitto. Ancora una volta, però, «le posizioni delle due parti sono troppo distanti per poter giungere a un accordo», ha dichiarato Ali Vaez in un’intervista al New Yorker. I nodi di un eventuale accordo sono molteplici e ciascuno meriterebbe un’analisi approfondita, ma su tutti grava la profondità della sfiducia reciproca. Per questo Teheran – pur negando l’esistenza di contatti diplomatici – lascia filtrare la richiesta di garanzie contro futuri attacchi: «Teheran nutre una profonda sfiducia nei confronti di un presidente che ha sferrato due volte attacchi contro l’Iran proprio mentre i negoziati avrebbero dovuto essere in corso e che ha insistito sulla resa totale del regime», scrivono Andrew England e Najmeh Bozorgmehr sul Financial Times.
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