Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 27/02/2026 16:20:11

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Sulla stampa araba vige attesa e forte apprensione per i possibili sviluppi del confronto tra Stati Uniti e Iran. Su al-Quds al-‘Arabi, Suhail Kiwan analizza il recente discorso di Trump sullo stato dell’Unione, mettendone in luce ambiguità e calcoli politici. Nel suo intervento pubblico, il presidente americano ha posto al centro la questione nucleare iraniana, mentre il programma missilistico balistico è stato evocato solo marginalmente, senza trasformarlo in una condizione negoziale vincolante. «Questa distinzione non è un semplice dettaglio linguistico, ma riflette un preciso calcolo politico», osserva lo scrittore palestinese. Fissare obiettivi chiari sul nucleare consente infatti verifiche tecniche misurabili, mentre includere i missili come requisito centrale equivarrebbe a colpire il cuore della deterrenza iraniana. Per Teheran, osserva Kiwan, i missili non sono semplicemente un’arma in più, ma un elemento centrale della sua dottrina di difesa, soprattutto alla luce della superiorità aerea dei suoi avversari. «Farne una “linea rossa” trasformerebbe il negoziato da questione tecnica a scontro strategico aperto». In questa prospettiva, la scelta di Trump di concentrare la sua azione sulla questione nucleare e di lasciare il tema missilistico sullo sfondo come strumento di pressione politica gli garantisce un margine di manovra. Se otterrà progressi sul nucleare, potrà presentarli come un successo capace di scongiurare l’escalation; in caso contrario, la questione missilistica resta una leva pronta per giustificare nuove sanzioni o un irrigidimento dello scontro. Questa flessibilità, prosegue Kiwan, comporta però anche dei rischi: «Quando i toni del discorso salgono fino a minacciare la guerra, schierare portaerei e bombardieri strategici nella regione e aumentare il livello di allerta tra gli alleati regionali per timore di una risposta iraniana, lo spazio di ritirata si riduce». Se l’equazione si riduce a «“nucleare contro guerra”, qualsiasi accordo parziale rischia di apparire come insufficiente, sia in America che in Israele. Ciò evidenzia la tensione tra la logica della deterrenza, basata su linee rosse chiare, e la logica della negoziazione, che opera in una zona grigia». Il nodo centrale, dunque, non è soltanto se le condizioni includano o meno il programma missilistico, ma fino a che punto l’uso della minaccia possa migliorare la posizione negoziale senza trasformarsi in un punto di non ritorno. In questo scenario, prosegue il giornalista, «tutti sono sull’orlo del baratro, ma nessuno vuole saltare ad eccezione del governo israeliano, che pensa che il costo della guerra oggi sia inferiore al suo costo futuro se la questione iraniana non viene affrontata ora».

«Oggi l’Iran sembra sull’orlo del rimpianto nucleare. La logica della deterrenza è chiara nella sua essenza: le armi nucleari sono la garanzia contro l’invasione straniera e le agende che vogliono un cambio di regime, perché impongono agli avversari un livello di cautela che la diplomazia o le armi convenzionali da sole non possono imporre», scrive la giornalista marocchina Aisha al-Basri su al-‘Arabi al-Jadid. Per molti anni, Teheran ha perseguito una politica ambigua, oscillando tra il graduale sviluppo delle sue capacità nucleari e l’aumento di arricchimento dell’uranio, pur continuando a ribadire la natura pacifica del suo programma. Oggi però, soprattutto alla luce degli eventi più recenti e in particolare dopo la “guerra dei dodici giorni”, questa linea sembra aver perso consenso all’interno dei centri decisionali del Paese. Dopo essere sopravvissuto lo scorso anno a un attentato israeliano, Ali Shamkhani, uno dei principali consiglieri della Guida Suprema, ha definito un «rimpianto strategico» la decisione di non produrre l’arma nucleare e ha dichiarato che, se potesse tornare al periodo in cui fu ministro della Difesa tra il 1997 e il 2005, cercherebbe di dotare l’Iran di una bomba atomica, prosegue l’articolo. Queste affermazioni, commenta la giornalista, riflettono «un profondo cambiamento nel dibattito interno all’élite iraniana: l’assenza di una deterrenza nucleare ha esposto la Repubblica Islamica a sanzioni, omicidi, sabotaggio e persino all’incombente minaccia di guerra». «Gli iraniani potrebbero scoprire che il vero errore strategico non è stato cercare la bomba, ma ritardarne la produzione», conclude l’articolo.

La stampa filo-saudita è abbastanza sicura che l’attacco di sarà. Scrive il giornalista iraniano Amir Taheri su al-Sharq al-Awsat: «Čechov diceva che se un fucile da caccia compare nella prima scena di un’opera teatrale, si può star certi che sparerà nella terza. Allo stesso modo, due enormi portaerei, centinaia di aerei da guerra e decine di migliaia di soldati non possono essere schierati senza uno scopo». Il problema, continua Taheri, «è che la classica “diplomazia delle cannoniere”, che ebbe successo nel diciannovesimo secolo e in una certa misura anche nel ventesimo, non è più efficace come un tempo, perché quasi tutte le parti sono convinte che la guerra non si decide quando una parte dichiara la vittoria, ma quando ammette la sconfitta».

Toni decisamente più ottimisti quelli di ‘Abdurrahman al-Rashid, già direttore del quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, che prova a immaginare gli effetti di un possibile «nuovo Iran». «Ogni ciclo ha una fine, osserva al-Rashid, e noi stiamo assistendo all’erosione del vecchio regime iraniano, che potrebbe crollare da solo o a causa dell’imminente scontro con gli Stati Uniti e Israele». Esiste però un’altra ipotesi, prosegue l’analisi: che il regime resista alla sfida militare, ma cambi dall’interno, seguendo traiettorie già viste in passato in Russia e in Cina. Queste eventualità, osserva al-Rashid, spaventano i Paesi vicini, convinti che «un vecchio Iran assediato sia più sicuro di un Iran aperto». Questi Stati sono consapevoli che l’Iran è una grande potenza regionale e un gigante economico dormiente, il cui potenziale è stato finora soffocato da un’élite religiosa ideologica. Un’eventuale apertura del Paese cambierebbe quindi gli equilibri, rendendo più dura la competizione per gli Stati del Golfo, ma anche per l’Iraq e l’Egitto. Il quadro poi diventerebbe ancora più difficile se Teheran arrivasse a una riconciliazione con Israele, perché questo creerebbe due potenze dominanti nella stessa regione. Contrariamente a tutte queste opinioni, al-Rashid ritiene che «un Iran aperto e stabile sia fonte di rivitalizzazione per la regione, non di impoverimento». Anche l’ipotesi di una futura relazione (ma non un’alleanza!) tra Iran e Israele non gli appare così remota, «dato che Israele intrattiene relazioni dirette e indirette con circa la metà degli Stati arabi e altri Paesi della regione». A suo avviso, la rivalità nata tra i due dopo la Rivoluzione islamica non affonda le radici in un’ostilità esistenziale, ma in una competizione per l’egemonia regionale. Israele non ha mai accettato l’idea che l’Iran potesse esercitare un’influenza nella regione, perché la percepisce come una minaccia. Se questa dinamica cambiasse, anche il conflitto potrebbe assumere contorni diversi, prosegue al-Rashid. In prospettiva, la competizione economica con un Iran nuovo potrebbe portare l’intera regione a nuovi livelli, spingendo i Paesi a concentrarsi sullo sviluppo delle proprie capacità. «Il vecchio Iran – conclude al-Rashid – è un ostacolo per la regione e causa di prosciugamento delle sue risorse. La speranza è vedere un Iran nuovo, prospero, stabile e di successo. Questo sarebbe nell’interesse dei suoi vicini».

 

L’Israele “dal fiume al fiume” infiamma la stampa araba [a cura di Claudia Catanzaro]

In un’intervista con Tucker Carlson, giornalista statunitense noto per il suo orientamento conservatore, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee ha apertamente dichiarato che «andrebbe bene» se Israele conquistasse l’intero territorio promesso ai discendenti di Abramo. Esteso secondo la Genesi dal Nilo all’Eufrate, questo territorio corrisponderebbe praticamente all’intero Medio Oriente. Le sue parole hanno provocato forti reazioni da parte della stampa araba, che le ha interpretate come un’apertura all’espansione e come una rivelazione dei veri obiettivi comuni di Israele e Stati Uniti. Un articolo firmato dalla “Gerusalemme araba”, al-Quds al-‘Arabi, parte dalle dichiarazioni di Huckabee per cui «gli israeliani chiedono almeno di prendere la terra che ora occupano, in cui ora vivono e che ora possiedono legittimamente» per sottolineare il perfetto allineamento tra i due alleati: «[L’utilizzo di] “almeno” rivela questo disperato tentativo di difendere Israele e smaschera la corrispondenza tra l’ambasciatore “estremista” e Israele “moderato”!».

Su al-Jazeera, lo scrittore e giornalista egiziano Mahmoud Sultan ha definito le parole di Huckabee «scioccanti e volgari» e ha sottolineato come l’ambasciatore esprima frequentemente dichiarazioni in contrasto con la linea politica che Washington starebbe perseguendo in Medio Oriente. Mentre Trump sostiene la soluzione a due Stati e condanna la progressiva annessione della Cisgiordania, per esempio, Huckabee allude a quest’ultima attraverso i termini “Giudea” e “Samaria” utilizzati nella Torah e rifiuta «l’idea stessa dell’identità palestinese». Anche in passato, commenta Sultan, l’ambasciatore aveva affermato che nessuno più di Trump «garantisce la comprensione della sovranità di Israele». Sebbene quest’ultima dichiarazione sia più ambigua di quelle rilasciate a Carlson, secondo il giornalista essa rappresenta comunque un riferimento implicito «a qualcosa che somiglia a una “complicità” ufficiale non dichiarata nei confronti della brutalità e dell’espansionismo israeliani a spese dei territori palestinesi». Sultan osserva poi che, come in altre occasioni passate, il Dipartimento di Stato americano non ha commentato le affermazionidell’ambasciatore in Israele. Al contrario i Paesi arabi e musulmani, che solitamente si astenevano o si limitavano a un «timido commento», questa volta hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui condannano le parole di Huckabee definendole una violazione del diritto internazionale e una grave minaccia per la sicurezza della regione.

Sul quotidiano di proprietà qatariota al-‘Arabi al-Jadid, anche lo scrittore marocchino ‘Ali Anouzla ha commentato allarmato le dichiarazioni di Mikee Huckabee: «la fonte della controversia non è stata un semplice parere personale o una gaffe diplomatica, bensì un discorso articolato che rivela una visione ideologica radicata, fondata sulla negazione dei diritti di un intero popolo». Il contesto di «affinità intellettuale» tra l’ambasciatore e Carlson, entrambi appartenenti alla corrente cristiano-evangelica conservatrice, ha favorito quella che è stata «più una confessione esplicita che una posizione politica calcolata». L’autore, poi, punta il dito contro l’Occidente e i suoi doppi standard: le capitali occidentali non hanno esitato a rilasciare comunicati di condanna e accuse di antisemitismo in occasione delle ondate di manifestazioni a sostegno della Palestina, mentre invece tacciono quando un funzionario, che sembra essere religioso ancor prima che diplomatico, tiene «un discorso che invita […] a cancellare i confini [di Stati sovrani] e ad assoggettarne i popoli a vantaggio di un progetto espansionistico». Come già sottolineato da Mahmoud Sultan, Washington è stata la prima e non esprimersi sull’accaduto, nemmeno nel momento in cui a farsi portavoce di «dichiarazioni che toccano la sensibilità di popoli e governi sovrani» è un rappresentante ufficiale dello Stato e non una figura indipendente. L’atteggiamento statunitense lascia intravedere una «una sorta di apatia verso la gravità di quelle dichiarazioni, come se fossero, in realtà un sondaggio per ciò che verrà pianificato in futuro». L’intervista rivela infatti una vera e propria «caduta delle maschere» dei discorsi di pace, stabilità e di convivenza degli ultimi settant’anni, dietro cui si celano le reali ambizioni coloniali e la vera natura del «progetto sionista»..

Sul quotidiano panarabo di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat, l’intellettuale libanese Hazem Saghieh riflette sul progetto del Grande Israele che lo scorso agosto Benyamin Netanyahu aveva definito una «missione storica e spirituale» mentre illustrava la mappa dei territori che ne farebbero parte. Il giornalista evidenzia che il piano di «rosicchiare» i territori degli altri Paesi  «esisteva già da decenni prima che Netanyahu dicesse ciò che ha detto» e che continua a godere di supporto nonostante l’attuale clima all’interno dello Stato ebraico sia «malato e in peggioramento». Inoltre, continua Saghieh, l’attuale equilibrio non sono regionale, ma anche mondiale, «consente [a Netanyahu] di spingersi, nei desideri o nelle illusioni, fin dove vuole». Questo atteggiamento, conclude il giornalista, si ritrova anche nelle dichiarazioni di Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, ed è alimentato dalla «certezza morale di possedere la verità» e dall’idea secondo cui esista un «vuoto che solo loro, in quanto salvatori, possono colmare».

Lo scrittore palestinese Fathi Ahmad, firma del quotidiano panarbo al-‘Arab, rincara la dose sulla natura del Grande Israele: «che una manciata di ebrei decida il destino di 400 milioni di arabi» conquistando anche i territori che vanno dalla Siria, alla Giordania, all’Iraq, all’Egitto e a parti dell’Arabia Saudita è «una follia in ogni senso e misura» e un progetto che non gode di alcun sostegno. Ma, aggiunge Ahmad, alcuni ostacoli starebbero frenando la nascita del Grande Israele, a partire dalla maggiore consapevolezza degli arabi e dei musulmani riguardo alla questione palestinese. Per questo il progetto dello Stato ebraico sarebbe mutato dal «Grande Israele dal punto di vista geografico» a un «Enorme Israele sul piano economico, politico e tecnologico» affinché il dominio in questi ambiti faciliti il raggiungimento degli obiettivi sionisti con meno perdite umane e costi inferiori.