Nell’opera dei diciannove martiri d’Algeria, e in particolare in quella dei monaci di Tibhirine, i musulmani hanno riconosciuto una testimonianza di quella pace a cui anche loro aspirano

Ultimo aggiornamento: 24/02/2026 16:05:03

*Testo dell’intervento pronunciato da Paul Heck, professore di Teologia e Studi islamici alla Georgetown University di Washington, all’incontro di presentazione della mostra sui Martiri d’Algeria al New York Encounter

 

Lasciatemi innanzitutto dire che sono felice di essere qui. Grazie agli organizzatori! Il mio compito in questo incontro è collocare i martirii dell’Algeria nel contesto delle relazioni tra cristiani e musulmani.

 

In primo luogo il martirio è uno spazio particolare in cui lo Spirito di Cristo si rende concretamente presente, toccando e trasformando i cuori e le vite di tutti coloro che ne sono testimoni. A colpire nei martiri d’Algeria è che il loro martirio si è compiuto nel contesto del loro impegno nel dialogo islamo-cristiano e persino in una certa forma di comunione islamo-cristiana. La domanda diventa allora: come dobbiamo interpretare un martirio che è cristiano, ma è riconosciuto anche dai musulmani?

 

Certo, i martiri furono uccisi in odium fidei, per odio della fede. Ma, nella morte, il martire non è soltanto oggetto di odio. In un senso più profondo, il martire è testimone del Regno di Dio, così come questo è stato instaurato da Gesù Cristo[1]. Dobbiamo dunque tornare alla nostra domanda: come può un martirio, orientato in senso islamo-cristiano, essere testimonianza del Regno affinché il mondo sappia?

 

La Chiesa insegna che alcuni aspetti di altre tradizioni religiose e culturali sono incompatibili con il cristianesimo, ma insegna anche che il Regno, cioè la liberazione integrale dal potere del male in tutte le sue forme, riguarda tutti[2]. È nell’incontro della Chiesa con tutti i popoli, nello Spirito di Cristo, che il Regno si rende manifesto.

 

Lo vediamo nel diario di Christophe Lebreton, il più giovane dei martiri di Tibhirine. Egli riflette da un lato sul monastero come scuola di pace, cioè come uno spazio ordinato alla sovranità del Principe della Pace, al Regno di Dio; dall’altro sui giardini del monastero, dove lui lavorava la terra insieme ai suoi compagni musulmani e dove sperimentava insieme a loro una pace profonda. Christophe riflette sulla pace vissuta nei giardini[3]: non è una pace che deriva semplicemente dallo stare nella natura. È una pace che è innanzitutto in continuità con la pace che i monaci conoscevano nella liturgia divina. E, in secondo luogo, è una pace che si realizza nell’incontro e nella condivisione di vita con i musulmani, che certamente i monaci amavano in modo profondissimo. I musulmani non sono ignari di questa pace profonda. Essi pregustano questa pace celeste dei giardini del paradiso così come questi sono descritti nel Corano e in altri testi sacri. Spero che ciò che intendo sia chiaro. La comunità monastica offriva ai suoi compagni musulmani un assaggio, qui e ora, della pace celeste che essi speravano di conoscere nei giardini del paradiso. Dal diario di Christophe risulta evidente che è così che i suoi compagni musulmani vedevano il monastero: come un luogo in cui conoscere – e abitare – la pace che Dio vuole per la sua creazione.

 

I musulmani riconoscevano il Regno nella vita del monastero, anche se attraverso le proprie categorie religiose. Nell’opera dei monaci hanno riconosciuto certamente una testimonianza della pace celeste, che conoscevano nell’Islam come il riposo definitivo del cuore. In breve, nella loro vita, attraverso il loro dialogo con l’Islam, un dialogo di solidarietà orante e di incontro, i monaci hanno offerto ai loro compagni musulmani proprio ciò che i loro cuori desideravano, ciò che l’Islam proponeva loro come fine ultimo.

 

Questo non significa trascurare il legame intimo tra il Regno e il Vangelo, tra il Regno e la Chiesa. Al contrario, i martiri d’Algeria hanno testimoniato l’universalità della Chiesa come sacramento di salvezza nel suo incontro e nel suo dialogo con tutti. I martiri non hanno testimoniato qualcosa che solo i cristiani potevano riconoscere. Anche i musulmani lo hanno riconosciuto. Diventa così fondamentale la dimensione islamo-cristiana del loro martirio. I martiri d’Algeria sono cioè testimoni concreti del desiderio divino che il Regno abbracci tutti.

 

Ancora una volta, questo non significa ignorare la differenza decisiva, cioè il Mistero pasquale, senza il quale è impossibile conoscere la Pace di Dio in questo mondo prima della vita futura. Christophe aveva colto questo punto: quella pace che i suoi compagni musulmani sperimentavano nei giardini è assicurata, in questo mondo, solo con Maria ai piedi della Croce. Il mondo, con le sue logiche, non può offrire alcuna pace, un fatto che era diventato fin troppo evidente ai monaci durante il Decennio Nero algerino.

 

Il punto è questo: la pace del Regno che i monaci cercavano di incarnare nella loro vita è diventata vividamente manifesta nella loro morte, in un modo riconoscibile anche dai musulmani, anche se, ancora una volta, attraverso le loro categorie religiose. Tutto ciò si è realizzato attraverso un dialogo islamo-cristiano: non semplicemente un dialogo culturale, ma un dialogo che, perché animato dallo Spirito di Cristo, era una comunione santa, e in questo senso un annuncio del Vangelo per tutti.

 

Sia in vita che nella morte i monaci e le suore d’Algeria erano consapevoli che Dio ha elargito dei doni spirituali ai musulmani: doni attraverso i quali essi intravedono il Regno e sono attratti da una vita libera dal potere del male, dalla vita nuova in Dio, così come essi la conoscono nell’Islam. In questo senso, i martiri d’Algeria sono stati profondamente islamo-cristiani. Sono stati testimoni di un desiderio comune della vita nuova in Dio, così come dell’universalità dell’amore di Dio resa manifesta nell’incontro.

 

Parlando della beatificazione dei martiri del 2018, l’arcivescovo Paul Desfarges ha affermato: «Non volevamo una beatificazione tra cristiani, perché questi fratelli e sorelle sono morti in mezzo a decine di migliaia di musulmani algerini». In questo senso, non è stato un caso che la beatificazione dei martiri abbia avuto luogo a Orano, in Algeria: en terre d’Islam, in terra d’Islam.

 

Ma che dire del martirio nell’Islam? Leggiamo notizie di attentati suicidi. Se i musulmani hanno una concezione completamente diversa del martirio, sarebbe sbagliato parlare di un martirio islamo-cristiano quanto alla sua natura e alla sua finalità. Sia la storia del Cristianesimo che quella dell’Islam contengono esempi di confusione riguardo al martirio. Nel Cristianesimo basti pensare all’eresia donatista del IV e del V secolo, ma anche in tempi più recenti non sono mancati casi di fraintendimenti sul martirio. Il falso martirio, inclusi gli attentati suicidi, sono ispirati dalla disperazione nei confronti del Regno di Dio di fronte alle forze mondane che cercano di soffocarlo. Gli attentatori suicidi aspiranti martiri sono tristemente mossi dalla disperazione per la condizione dell’Islam nel mondo contemporaneo, dal timore che Dio abbia abbandonato la comunità dei musulmani alle forze del mondo, e dal desiderio errato di dimostrare di essere degni del favore e dell’amore di Dio.

 

Come cristiano, prego spesso che i miei fratelli e sorelle musulmani sappiano che Dio non li abbandonerà, che non devono disperare del compiacimento di Dio nei loro confronti, che non pensino di poter conoscere la pace celeste soltanto attraverso la morte. È ciò che monaci d’Algeria hanno reso chiaro ai loro fratelli e alle loro sorelle musulmani: in vita, attraverso il dialogo e la vita condivisa; e nel loro martirio, con il quale hanno comunicato, attraverso il loro stesso amore, l’amore fedele di Dio per i loro fratelli in quanto musulmani.

 

Quest’ultimo punto è molto importante. Christian de Chergé, a nome dei monaci di Tibhirine, aveva dichiarato in anticipo che avrebbero perdonato i loro assassini. In linea con le parole di Gesù, che ci chiama a una solidarietà orante con i nostri persecutori, il martirio è autentico solo se è espressione dell’amore di Dio per tutti, persino per i propri assassini, per i propri «nemici».

 

La concezione islamica del martirio non coincide pienamente con quella cristaiana. Tuttavia, un punto essenziale è che i musulmani, secondo il loro stesso insegnamento, sono chiamati ad affidarsi totalmente a Dio, nella morte come nella vita. In questo senso, le parole di Gesù sulla Croce – «nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 23,46) – risultano pienamente comprensibili ai musulmani. Il termine islamico che indica l’affidarsi a Dio è tawakkul. Questa parola esprime, per i musulmani, la certezza che, nelle prove della vita, Dio non abbandona chi si affida a lui, ma gli dà la forza per perseverare nella rettitudine. A questo proposito, i musulmani parlano dell’assemblea dei giusti (majlis al-abrār), sia di quelli vivi che dei defunti. Il concetto richiama quello della comunione dei santi, che è precisamente la lente attraverso cui i martiri dell’Algeria hanno interpretato il loro incontro con l’Islam. Come i monaci e le suore d’Algeria avevano capito (non solo quelli martirizzati), i musulmani sono profondamente sensibili alla presenza dei giusti in mezzo a loro (al-sālihīn), i quali, in termini cristiani, sono già abitanti del Regno in questo mondo. In questo senso, non sorprende affatto che il monastero (cristiano) di Tibhirine fosse il centro spirituale di un villaggio musulmano, che di fatto nacque proprio in risposta alla presenza dei monaci a partire dagli anni ’30.

Vale a dire che in quella parte dell’Algeria i monaci furono capaci di dar vita a una sorta di civiltà umana all’ombra del monastero, cioè a immagine del Regno al quale i monaci rendevano testimonianza.

 

La testimonianza dei monaci, nella vita come nella morte, è una testimonianza della caritas quale fine della scuola di Benedetto. Ma in questo caso la caritas si è realizzata attraverso un incontro e una solidarietà islamo-cristiani. In Algeria, questa caritas è stata una testimonianza dello Spirito di Cristo che i musulmani hanno riconosciuto nella loro profonda devozione alla rettitudine. In questo senso, pur essendo cristiani, i martiri d’Algeria offrono un orizzonte per il rinnovamento spirituale nell’Islam, in particolare per il rinnovamento di un senso di amicizia in Dio come fine delle relazioni tra cristiani e musulmani.

 

Un ultimo punto: il martire rende testimonianza a una sovranità che nessun potere terreno può rivendicare, la sovranità del Regno. Questa testimonianza è particolarmente necessaria oggi, nel momento in cui sia i cristiani sia i musulmani sono tentati di guardare allo Stato, o al mercato, per edificare la civiltà umana a immagine del Regno. In realtà, questa prospettiva ignora la logica del Regno di Dio, o addirittura dispera di essa.

 

Che noi – cristiani, musulmani, e tutti i popoli – non ci lasciamo ingannare, non cadiamo nella confusione quando si tratta della vera sovranità, così come è stata manifestata dai martiri d’Algeria nella vita e nella morte. Che il loro esempio aiuti cristiani e musulmani, insieme, a conoscere la Pace di Dio.

 

 


[1] La Chiesa insegna ai fedeli a essere pronti a morire, ma non a desiderare di morire come martiri. Sant’Agostino sottolinea che la morte non deve essere celebrata, e il Vangelo di Matteo (10,23) ci esorta a fuggire quando siamo perseguitati. Tuttavia, nel corso dei secoli, «nell’arena del mondo» vi sono stati cristiani senza altro rifugio che l’abbraccio del Padre celeste, il quale, nel momento della morte, li sostiene con il suo amore per il mondo intero, compresi i loro persecutori, un amore che naturalmente si rende presente al cuore umano come Spirito di Cristo.

[2] Si vedano Dialogo e annuncio, pubblicato nel 1991 dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e Dominus Iesus e la dichiarazione Dominus Iesus, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2000.

[3] Vale la pena notare che nella lingua locale Tibhirine significa proprio “giardini”.