Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale
Ultimo aggiornamento: 20/03/2026 15:56:00
Non vi sono segnali che facciano pensare a una conclusione rapida di quella che possiamo ormai definire la Quarta guerra del Golfo (e non la terza, come molti scrivono dimenticando la guerra Iran-Iraq). L’uccisione di Ali Larijani e gli attacchi alle infrastrutture del gas in Iran e in Qatar indicano chiaramente che l’escalation è ancora in corso. E – come vedremo – il conflitto non ha nemmeno raggiunto il suo apice: sia israeliani e americani sia, soprattutto, gli iraniani dispongono ancora di ampi margini per intensificare lo scontro. Gli Stati Uniti, inoltre, ricorrono sempre più spesso a icone pop della cultura americana per rappresentare il conflitto attraverso la «memification» e la «gamification», una deriva denunciata sia dall’arcivescovo di Chicago, il Cardinale Cupich, che dallo stesso Papa Leone. Persino SpongeBob viene arruolato nella narrazione americana. Resta però difficile intravedere quale possa essere il punto di approdo di questa situazione. Con i Paesi arabi del Golfo sempre più in difficoltà (ne abbiamo parlato nel podcast Globo de Il Post), Benyamin Netanyahu ha ribadito in conferenza stampa che un’invasione terrestre sarebbe necessaria per creare le condizioni di un cambio di regime. Vale la pena chiarirlo subito: un’offensiva di terra in Iran richiederebbe probabilmente centinaia di migliaia di uomini. E difficilmente sarebbero israeliani.
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