Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba
Ultimo aggiornamento: 02/03/2026 17:46:24
Venerdì scorso, poche ora prima dell’attacco all’Iran, il giornalista iraniano Amir Taheri scriveva su al-Sharq al-Awsat una frase premonitrice: «Čechov diceva che se un fucile da caccia compare nel primo atto di un’opera teatrale, si può star certi che sparerà nel terzo. Allo stesso modo, due enormi portaerei, centinaia di aerei da guerra e decine di migliaia di soldati non possono essere schierati senza uno scopo». Quando ci siamo svegliati sabato mattina, il terzo atto era iniziato.
Sulla stessa testata, lo scrittore libanese Ghassan Cherbel il 2 marzo ha definito l’uccisione di Khamenei come «il terremoto più violento che potesse colpire l’Iran», più grave persino di un attacco agli impianti nucleari, di una battuta d’arresto regionale, come la perdita della Siria dopo decenni di radicamento o l’indebolimento della presenza sul fronte libanese meridionale. «Il regime iraniano è il regime della Guida Suprema; tutte le chiavi sono nei cassetti del suo ufficio, l’autorità è tutta là. Tutte le decisioni importanti devono ricevere la sua benedizione. I presidenti passano, la Guida Suprema resta. La Guida Suprema congeda un presidente e dà il benvenuto al suo successore. Nei rapporti con i nemici e con gli alleati, la sua parola è l’inizio e la fine». Eliminare la guida «equivale a scatenare uno spaventoso terremoto. Trovare un sostituto non è facile, anche se non impossibile. Questi dovrà avere determinate qualità, carisma e la capacità di mantenere l’equilibrio tra individui e istituzioni, tra i generali e gli scienziati, così come controllare le varie fazioni e mettere a tacere le piazze, che tornano insanguinate dai loro sogni per poi ripeterli qualche anno dopo. Il Medio Oriente, conclude, è un giardino degli orrori».
In questo «giardino degli orrori» molti temono che l’eventuale caduta dell’Iran finisca per rafforzare il ruolo egemonico di Israele nella regione. «Questa guerra non gode del sostegno internazionale ed è considerata un atto di aggressione e una grave minaccia non solo per la sicurezza della regione, ma per la sicurezza globale. Nulla giustifica la decisione di Trump di innescare questo conflitto, soprattutto alla luce dei negoziati che erano in corso in Qatar, iniziati poche settimane prima», scriveva Saeed Shehabi, giornalista del Bahrein, su al-Quds al-‘Arabi domenica 28 febbraio. Negli ultimi anni, prosegue l’articolo, «si è assistito a una campagna politica e di sicurezza volta a indebolire l’Iran dall’interno attraverso operazioni segrete, per costringerlo a fare concessioni significative nei negoziati che, col tempo, «si sono rivelati essere una copertura per la guerra». Progressivamente, il tavolo negoziale ha smesso di ruotare attorno alla sola questione nucleare, trasformandosi in un processo all’Iran, in particolare per quanto riguardava la sua posizione sulla causa palestinese. Alla base c’è una visione che mira a imporre una nuova egemonia regionale, facendo passare l’idea che la questione palestinese è stata archiviata e che «il mondo arabo deve prepararsi a vivere nell’era israelo-americana senza discutere. In assenza di leader arabo-islamici pronti a confrontarsi con le forze che bramano la regione, i Paesi dell’alleanza stanno vivendo un’euforia senza precedenti, rafforzata dalla presenza delle flotte americane nell’Oceano Indiano, nel Mar Arabico e nella regione del Golfo», conclude l’articolo.
È della stessa opinione anche Asad Abu Khalil, professore all’Università Statale delle California, che su al-Akhbar, quotidiano libanese filo-Hezbollah, scrive: «Questa sarà l’ultima guerra per imporre la completa egemonia di Israele sull’intera regione del Medio Oriente, per la prima volta dal 1948». L’intero arsenale militare degli Stati Uniti è stato messo a disposizione dell’apparato bellico israeliano nonostante il ministro degli Esteri omanita avesse dichiarato che Teheran aveva accettato le condizioni statunitensi, inclusa la sospensione dell’arricchimento dell’uranio. Ma l’America voleva la guerra, prosegue l’articolo, e avrebbe comunque respinto qualsiasi concessione iraniana. «Il panorama del dopoguerra sarà nuovo: sovranità israeliana assoluta sull’intera regione. Israele deciderà i nomi dei presidenti, dei ministri e dei governatori», conclude il giornalista.
Di segno opposto è invece l’opinione espressa sul quotidiano di proprietà saudita Al-Sharq al-Awsat dal giornalista libanese Sam Menassa, secondo il quale il declino del ruolo dell’Iran non implica automaticamente un rafforzamento del ruolo regionale di Israele perché gli Accordi di Abramo hanno perso parte del loro slancio dopo la guerra di Gaza e le politiche israeliane in Cisgiordania. Inoltre, gli interventi di Israele in Siria e in Libano destano preoccupazione in molti Stati arabi, mentre le divisioni interne israeliane aggravano la fragilità del suo processo decisionale strategico. Pertanto, la capacità di Israele di diventare un partner regionale rimane subordinata a un cambiamento nella sua visione politica, non solo alle sue capacità militari. Soprattutto, prosegue il giornalista libanese, l’assenza di un orizzonte politico per la questione palestinese è un ostacolo a qualsiasi ruolo israeliano nella regione.
Per il ricercatore siriano Amjad Ismail Al-Agha, «l’attacco al cuore dell’Iran, insieme alla retorica americana sempre più aggressiva, segnano la fine della fase dominata dalla diplomazia e dalle guerre per procura, aprendo la strada a una strategia fondata sulla sostituzione esistenziale dell’avversario. L’obbiettivo non è più cambiare il comportamento del regime di Teheran o contenerne le ambizioni regionali, ma smantellare le fondamenta del potere iraniano nella sua dimensione regionale sovrana». Il mondo è entrato in una nuova fase, che il ricercatore siriano definisce di «chirurgia geopolitica globale», in cui la forza militare americana sarà impiegata per rimodellare il panorama geopolitico dell’Iran. In questa cornice, prosegue l’articolo, si collocano anche i discorsi di Trump, che riflettono una visione secondo cui l’esistenza di un Iran dotato di capacità tecnologiche, militari e nucleari avanzate rappresenta una minaccia non negoziabile. Da qui l’idea che il costo di uno scontro su vasta scala debba essere considerato un investimento necessario per scongiurare, in futuro, le conseguenze di un Iran nucleare. «Ciò che stiamo vivendo oggi non è solo una guerra, ma un terremoto le cui scosse di assestamento continueranno a plasmare la coscienza della regione per secoli a venire», conclude il giornalista.
Il quotidiano emiratino al-‘Ain al-Ikhbariyya ha condannato gli attacchi che negli ultimi giorni hanno colpito Dubai, Abu Dhabi e altre città del Golfo, definendoli «un palese atto di aggressione in aperta violazione dei principi di buon vicinato e delle norme del diritto internazionale, che vietano la minaccia o l’uso della forza contro la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati». Scrive Khalfan Sultan al-Kindi: «Questi sviluppi hanno eroso ulteriormente la credibilità dell’Iran tra i suoi vicini regionali e hanno approfondito il suo isolamento politico e strategico. Anziché contribuire alla costruzione di un ambiente collaborativo basato su interessi condivisi, ha scelto una strada che esacerba la tensione e mina le opportunità di partenariato regionale. Sarebbe stato meglio per l’Iran impegnarsi in un percorso di pace vero e collaborare con gli Stati del Golfo per formulare accordi di sicurezza collettiva che garantissero la stabilità e impedissero di scivolare in conflitti aperti senza vincitori». La politica di moderazione adottata dagli Emirati e dagli Stati del Golfo, prosegue l’articolo, «riflette una maturità politica e una visione strategica di lungo periodo. Tuttavia, moderazione non significa accettare lo status quo, ma è una posizione responsabile che bilancia la de-escalation con la fermezza, preservando pienamente il diritto a una risposta legittima nel momento, nel luogo e nel modo necessari a proteggere la sicurezza nazionale, come garantito dal diritto all’autodifesa sancito dalla Carta delle Nazioni Unite».
Commentando la risposta iraniana all’attacco israeliano, anche l’intellettuale marocchino Hassan Aourid parla su al-Jazeera di «un errore strategico, destinato a pesare a lungo sulle relazioni del regime iraniano con i Paesi della regione, alcuni dei quali avevano intrapreso un’intensa mediazione per evitare la guerra». L’operazione militare, che porta la firma di Trump, prosegue Aourid, ha messo ulteriormente in evidenza il predominio dell’intelligence e della potenza militare statunitense, inviando un messaggio non solo all’Iran, ma anche ai grandi rivali di Washington, come la Cina e la Russia. Guardando allo scenario post-Khamenei, Aourid ritiene che «il regime iraniano sia entrato in una fase di collasso programmato». L’autore paragona il crollo del regime iraniano, per portata storica, alla caduta dell’Unione Sovietica. Il nodo cruciale, sottolinea, sarà la gestione della transizione: evitare che si ripetano gli esiti disastrosi dei precedenti interventi militari statunitensi, formalmente vittoriosi ma fallimentari sul piano geopolitico, come nel Golfo nel 1991, in Somalia nel 1993, in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003.